10° Seminario Estivo Residenziale SIL

Epiche. Perché eroina non è il femminile di eroe

dal 12 al 14 giugno 2009, dalle ore 16.30 (iscrizioni dall’1 al 31 maggio)
Hotel ‘Villa Mercede’
via Tuscolana, 20
Frascati
(programma)

Esiste un’epica femminile? E se la risposta è positiva, in quali scritture, in quali narrative prende forma?
Non si può che partire da qui, dalla immediata brutalità della domanda, per proporre una riflessione su un tema dai confini così ampi e che non ha una risposta già acquisita. Pensare a un’epica femminile è ridefinire un’esperienza, vederne mutamento e trasformazione, cogliere i passaggi nei quali si fa racconto. È cercare le tracce di un cammino, spiarlo nel suo farsi, e sottoporlo all’attenzione consapevole di tutte e tutti. È un’operazione critica e politica, le domande sono la guida.

10° Seminario Estivo Residenziale SIL1. Una prima traccia viene dalla motivazione del Premio Nobel per la letteratura attribuito a Doris Lessing nel 2007: «Questa cantatrice epica dell’esperienza femminile, che con scetticismo, ardore e potenza visionaria ha sottoposto ad esame una civiltà divisa» («That epicist of the female experience, who with scepticism, fire and visionary power has subjected a divided civilisation to scrutiny»).

Il riferimento è alla situazione del Sud Africa, ma vi si possono riconoscere gli elementi classici che definiscono l’epica come forma letteraria, per esempio nella accezione di J. B. Hainsworth  – che ha dedicato all’Epica, un volume pubblicato da Garzanti –  che osserva come nella sua forma delle origini il poema epico nasca spontaneamente, caratterizzato dall’eroe; il suo uditorio è la comunità, che vi  vede riflessa  un’idea di sé che le è cara e le dà coraggio. I poemi epici celebrano, quindi – nell’accezione di Hainsworth -, affermano e confermano qualcosa, ma anche analizzano e mettono in questione ciò che viene celebrato, perché le radici antiche del genere epico coincidono con le radici della narrazione, che si indirizza verso l’epica quando emerge l’idea di azione eroica, e l’eroe viene messo in relazione con l’ordine cosmico, acquisendo così una rilevanza universale.

Aristotele (Poetica, 24, 1460a) annota che l’epica può raccontare ciò che la tragedia non può rappresentare: l’impossibile. E se nei tempi antichi la comunità ascoltava, oggi prevalentemente guarda, per questo l’epica moderna si esprime prima di tutto nel film. E quindi epico, nel linguaggio moderno, esprime ammirazione per la grandiosità dell’argomento, la visione e la forza morale: in breve, la profondità e l’ampiezza. Ma non si può attribuire la qualità epica a ciò che è solo grandioso o pretenzioso o sbalorditivo, Come per Omero, qualunque sia la forma la qualità epica è distillare idee centrali nella visione che la comunità ha di sé e del mondo.

Rispetto a questo panorama dato, è il genere, o meglio la differenza sessuale  – la comunità a cui si riferisce l’Accademia di Stoccolma – quella che fa di una scrittrice una cantatrice epica, un’epicista, al pari di Omero? Oppure si tratta, versione più interessante, del mondo – fratturato al suo interno –di donne e uomini?

2. Un’altra spia viene dall’uso ormai decisamente frequente per non dire corrente di termini come epica variamente aggettivata (quotidiana, domestica, elegiaca, in questo caso in un gioco voluto tra opposti generi letterari) a proposito di scritture femminili. Si tratti di saghe, di cicli narrativi anche con inclinazioni fantasy, perfino di commediole come Sex and the City. Si rintraccia in recensioni, risvolti di copertina, discorsi radiofonici, incontri letterari. Una definizione buttata lì per dire qualcosa che altrimenti non si potrebbe nominare, insomma un’espressione con una forte carica di senso, ma non spiegata, non interpretata, esattamente come nella motivazione del premio Nobel. Mentre non se ne trova traccia nel discorso critico “alto”. Come se la lingua corrente accettasse più facilmente, con leggerezza, ciò a cui “il mestiere” di pensare e categorizzare fa resistenza.

Ovvero riconoscere che “impresa” non è una parola estranea all’esperienza delle donne, anzi. Che ci sono imprese femminili. Hanno a che fare con il “mettere al mondo sé stesse”, “mettere al mondo il mondo”. In altri termini, il mondo è il terreno dell’esperienza delle donne. Che fanno mondo. E  nel farlo lo cambiano, in relazione, anche quando non appare evidente, con gli uomini.
In un certo senso, è come se il discorso critico fosse ancorato a “le donne, i cavalieri, l’arme e gli amori”. Non che in letteratura manchino gli “studi di genere” che scompigliano gli ordinati incroci normativi che Francesco Petrarca e con lui Ariosto hanno così deliziosamente rappresentato. Una speciale attenzione è dedicata per esempio a una vistosa eccezione, le guerriere, donne che si fanno uomini, anche temporaneamente, che maneggiano le armi e fanno la guerra, come Bradamante. Ma non ne risulta uno spostamento critico, un cambiamento di visione del mondo.

3. Ciò che più interessa è che le eroine di cui si parla, di cui si scrive in narrative che come soprappensiero vengono definite epiche, sono femminili, insomma a tutti gli effetti donne. Non sono mimetiche con gli uomini. Se vivono una guerra, non sono soldati. Sono a casa, nelle retrovie, infermiere, prostitute, vittime e non solo. In ogni caso non imbracciano le armi, non per attaccare il nemico, caso mai per difendersi, proteggere qualcuno. Come Rossella O’Hara, un’eroina da analizzare come un prototipo. Ancora più frequentemente altre sono le loro imprese: non hanno una famiglia modello, tirano su bambini da sole e mantengono famiglie, amano, si sposano, si separano, amano una donna, si liberano. L’impresa, fatta da donne, sembra plurima, tra costruzione della propria singolarità e fare mondo. Qui si prova il loro coraggio.

Da notare quattro parole: imprese, eroine, coraggio, mondo.

4. Ancora sul discorso critico. È come se, a proposito dell’epica, non si fosse andato oltre l’antieroe, maschile. Nella versione formato-gigante, verrebbe da dire epica se non fosse paradossale, dell’Ulisse di Joyce per il quale si è coniata l’espressione “epica della vita quotidiana”. O del giovane senza padri, quello rappresentato dal Giovane Holden di J.D. Salinger. Epica depotenziata, che genera in continuazione due sentimenti e sottogeneri prevalenti, l’elegia e la nostalgia. Nostalgia dell’epica, di cui episodio recente italiano è l’insieme di testi che ha preso il nome di New italian epic (Einaudi). Il soggetto maschile che ricondotto a parzialità (dalle donne) non sa raccontarsi come tale, e si racconta allora nel ricordo e all’ombra di quando era tutto, e faceva il mondo, non potendo in realtà che constatare il proprio fallimento.

5. Alle quattro parole annotate in precedenza occorre accostarne un’altra, guerra. Perché ci sia epica è necessaria la guerra? O è questo assioma, perché tale è in molti discorsi critici anche femminili, una testimonianza dell’arresto del discorso critico al tema dell’antieroe? È perché la guerra è tornata al centro del discorso pubblico, dopo l’11 settembre 2001, che appare la nostalgia (maschile) dell’epica? E la ridefinizione delle identità maschili e femminili? (vedi Susan Faloudi, Il sesso del terrore, ISBN, e Adriana Cavarero, Orrorismo, Feltrinelli).

6. Ma la più necessaria delle parole è spostamento. Non c’è impresa, azione, coraggio se non ci sposta. (vedi Vladimir Propp, Morfologia della fiaba, Einaudi). Da dove si sposta, un’eroina? In quali direzioni? Domande aperte, ma una prima risposta è immediata. Nel mondo contemporaneo avviene un colossale spostamento da una parte all’altra del mondo di donne che lasciano la famiglia, compresi i figli, in cerca di lavoro. Come dicono i dati più recenti nei flussi migratori a spostarsi sono in maggioranza le donne, anche se le retoriche pubbliche sono tuttora centrate su “il migrante”. Spostamenti di corpi e menti danno vita a narrative ibride di lingue e tradizioni, forti e potenti, vere epiche migranti.

Come prima indicazione, suggeriamo l’opera di Jamaica Kincaid.
A cui aggiungiamo, come romanzi sicuramente epici, e sicuramente femminili, e per rimanere nella letteratura italiana La storia (Einaudi) di Elsa Morante, (che fu molto attaccata, perché narrava, si diceva, di piccole cose femminili), e Vita (Rizzoli) di Melania Mazzucco, epica migrante che racconta di sconfitte e perdite.

6. E qui l’ultima traccia di questo cammino, che potrebbe anche essere la prima.
Scena dell’epica è il mondo, un mondo da conquistare, popolare, dominare. Insomma l’esterno, nella logica dell’affermazione di sé. Alle donne appartiene la casa, il domestico, l’interno. Come potrebbe esserci un’epica femminile? Un’epica cantatrice dell’esperienze femminili sarebbe una minuta scrittrice di piccole gioie domestiche?
Non si tratta solo di liquidare questa visione, ma di vedere che le donne oggi sono nel mondo, vivono esperienze che le cambiano, ma in cui non rinunciano alla propria visione, non si riducono ad essere copie degli uomini. Cosa è lo stare delle donne nel mondo, se non fare mondo? Non è questa l’impresa?

PROGRAMMA

Venerdì 12 giugno

ore 14-15,30
Accoglienza e sistemazione

ore 16-17,30
Epiche. Perché “eroina” non è il femminile di “eroe” , Bia Sarasini e Laura Fortini

Pausa caffè

ore 18-19,30
Confronto di apertura

ore 20
Cena

ore 21,30
Visione dal film Earth di Deepa Metha, a cura di Mariella Gramaglia

Sabato 13 giugno

ore 8-9
Colazione

ore 9,30-10,45
Tre donne intorno al cor mi son venute…, Sandra Petrignani;
Tra alto e basso, ovvero dentro casa. Per un’epica del quotidiano, Monica Luongo

Pausa caffè

ore 11-13
Interventi liberi e discussione

ore 13,30
Pranzo a buffet

Visioni di epica migrante, coordina Paola Bono
ore 15
Non solo Penelope, Lidia Curti
ore 15.45
discussione

ore 16.15
Pausa caffè

ore 16.45 – 19.30
Il cinema, epica moderna. Il caso indiano
Regine, custodi, viaggiatrici: eroine nel cinema indiano della diaspora, Serena Guarracino,
Terra di lui. “Earth” di Deepa Metha: una narrazione femminile della divisione dell’India, Mariella Gramaglia

Interventi liberi e discussione

ore 20
Cena

Domenica 14 giugno

ore 8-9
Colazione

ore 9,30-11,30
Epiche impreviste. Eroine fuori dal canone e femminili strategie di sopravvivenza, con Jordana Canova, Valeria Festinese, Lorella Reale; introducono Antonella Buonauro e Sara Poletto, conclude Antonella Pilozzi

Pausa caffè

ore 12- 13.30
Epiche in-fine, con Anna Maria Crispino e Giuliana Misserville

Dibattito conclusivo

ore 14,00: Pranzo a buffet di commiato

Info

Il costo del seminario include iscrizione, materiali, vitto e alloggio dalla cena di venerdì 12 al pranzo di domenica 14 giugno ed è di:

220 euro a persona in camera singola

190 euro a persona in camera doppia

160 euro euro a persona in camera tripla

Le iscrizioni sono aperte dall’1 al 31 maggio.

L’accoglienza e la registrazione delle partecipanti è prevista dalle ore 14.00 di venerdì 12 giugno. L’hotel è attrezzato con un ampio parcheggio e per chi viene in treno è a disposizione una navetta dalla stazione di Frascati.

Per ulteriori informazioni e prenotazioni è possibile contattare Monica Luongo scrivendo a se.silroma@libero.it

Stampa le info sul seminario (aggiornate al 16 maggio 2009)

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La Società Italiana delle Letterate (SIL), fondata nel 1995, è costituita da circa duecento scrittrici, insegnanti, studiose di varie letterature, giornaliste, ricercatrici e operatrici culturali di diverse generazioni e provenienti da varie regioni. Siamo tutte naturalmente appassionate di libri e di storie e in quanto letterate ci consideriamo innanzi tutto lettrici.
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