Il romanzo del femminismo. Esperienze, memorie, narrazioni (2008)

IX Seminario Estivo Residenziale

26 al 29 giugno 2008
Hotel “Villa Mercede”
via Tuscolana, 20
Frascati (RM)

IL TEMA

Sempre più spesso, negli ultimi anni, in cui più denso e problematico si è fatto il confronto intergenerazionale tra donne – e quello ancor più complesso con gli uomini – è emersa la necessità e l’urgenza di “dire” il femminismo, raccontare individualmente e collettivamente che cosa è (stato) a partire dagli anni Settanta, come ha plasmato una parte significativa della generazione nata tra la fine degli anni Quaranta e la prima metà degli anni Cinquanta (le cosiddette “femministe storiche”) e poi via via, in modo diverso, le generazioni successive. Dar conto cioè di come molte – giovani e meno giovani – siamo diventate le donne che siamo diventate. E chiedersi perché ciò che siamo appare così diverso dalla rappresentazione maggioritaria del femminile – veicolata soprattutto dai media – e dalla percezione di senso comune della “femminista” come figura di un passato da stigmatizzare.
Eppure siamo e ci siamo: donne anomale, inedite, impreviste, spesso incollocabili. Ci siamo anche quando la nostra parola non sembra capace di sfondare il silenzio che i media e la storia canonica fanno intorno al nostro agire, pensare, essere. Perché, come afferma Anna Rossi-Doria citando Adrienne Rich, non bisogna confondere il silenzio con l’assenza. Se negli anni Settanta fu vocifero e visibile in quanto “movimento” – e oggi, a intermittenza, torna ad esserlo – il femminismo è sopravvissuto alla morìa dei movimenti (nati nel/dal ’68) provocata dal terrorismo ed in particolare dal rapimento e dall’uccisione di Aldo Moro. E’ sopravvissuto e, smentendo un’esperienza storica di “andamento carsico”, non si è inabissato, non è scomparso. Le femministe non sono “tornate a casa”: molte – se non tutte – hanno cercato e trovato/inventato pratiche politiche proprie e collettive della riflessione e dell’agire che sono tuttora in atto. Ed è alle femministe che molte giovani donne chiedono conto dei modelli di femminilità con cui si trovano a confrontarsi.
Dire il femminismo, specialmente a chi non ha vissuto la fase degli anni Settanta, ha a che fare con il racconto dell’esperienza, con la memoria (e l’oblio), con le narrative. E’ intorno a questi tre assi, strettamente intrecciati, che intendiamo sviluppare la riflessione del seminario. Tenendo presente che, come sottolinea ancora Anna Rossi-Doria, <<Il silenzio delle donne, malgrado i secolari stereotipi sul loro troppo parlare, è antico, profondo, tenace, per certi versi più ancora in età contemporanea che in età moderna, con una sola, grande eccezione: la letteratura>> (Introduzione a Dare forma al silenzio. Scritti di storia politica delle donne, Viella, Roma 2007). E’ dalla fine del Settecento, quando cioè con la Rivoluzione francese si sancisce l’esclusione delle donne dalla cittadinanza, che nasce una grande letteratura femminile.
Nel racconto dell’esperienza c’è la vita, cioè l’agire ma anche le specifiche collocazioni di ciascuna, i sentimenti, il pensiero e le relazioni. E tuttavia, come sostiene Luisa Muraro, la narrazione dell’esperienza è già interpretazione. Una interpretazione che però “domanda di essere interpretata”, perché resta un “intervallo inesauribile” tra il già interpretato e il non ancora. Il già interpretato, che normalmente definiamo pensiero critico (e pure ampiamente pratichiamo) vuole “durare” e quindi tende a rendere inaudibile il pensiero creativo (il non ancora interpretato). Sono le “femministe storiche” a voler “durare” e dunque a rendere inaudibile il non ancora alle donne venute dopo? Sono, possono essere, anche loro a dover praticare quell’ intervallo tra il già interpretato e il non ancora?
Il problema è che cosa è davvero essenziale narrare perché un’esperienza possa assumere significato anche per altri/altre. Quali forme di narrazione/rappresentazione dare ad una vicenda – individuale e allo stesso collettiva-sociale – cioè a quel “essere con gli altri nel tempo” (Michel Foucault) senza il quale la storia singolare, ma anche quella generale, rischiano di non avere senso. Chiedendosi, per quello che ci riguarda, se la questione principale del rapporto tra le generazioni è davvero quella che abbiamo spesso nominato “trasmissione”, oppure se occorre misurarsi con il tema della genealogia, sapendo che, almeno per quanto riguarda la generazione del femminismo degli anni Settanta, sono quelle venute dopo a dover/poter “fare genealogia”.
Alcune storiche ritengono che “fare genealogia” sia un ostacolo al “fare storia” delle donne. Denunciano la difficoltà di “storicizzare” il femminismo, e in particolare quello italiano in cui così influente è stato il tema della “differenza”. Fare storia – anche se assumiamo la forma della narrativa così come ne ragiona, ad esempio, Hayden White (in Forme di storia. Dalla realtà alla narrazione, Carocci 2006) – dovrebbe poter tenere il filo dei fatti. Ma che cosa definiamo “fatti” nell’esperienza complessa e multiforme del femminismo, peraltro in un tempo ormai piuttosto lungo – e dunque storicizzabile – che per alcune di noi è di circa 40 anni? E come tenere insieme, nella narrativa storica, quel “doppio” tempo – cronos e aion, il tempo progressivo e quello circolare – che, secondo Rosi Braidotti (Trasposizioni, Luca Sossella editore, Roma 2008) si sono mescolati nell’esistenza del soggetto femminile-femminista?
La forma narrativa dell’autobiografia (così come l’hanno teorizzata, ad esempio, Paola Bono, Adriana Cavarero e Monica Farnetti), va già oltre la testimonianza e sembrerebbe la più rispondente al dato di fatto che molte delle “testimoni” sono ancora in campo – e la più vicina ad una delle pratiche più originali e certo determinante per il femminismo, cioè l’autocoscienza, poi nominata “il partire da sé”. L’autobiografia può, e in qualche caso è riuscita, a raccontare del sé femminile che nasce, cresce e cambia, ma forzando i suoi stessi limiti per dar conto, appunto, di vite per le quali non esiste(va) una trama già nota e in cui comunque la dimensione, collettiva, e in particolare quella delle relazioni tra donne, è (stata) determinante: pensiamo, ad esempio, al tentativo di Autobiografia di gruppo di Luisa Passerini (Giunti, 1988, nuova edizione 2008), o a Baby Boomers di Braidotti, Mazzanti, Sapegno e Tagliavini (Giunti, 2002).
Che cosa ha davvero fatto di “essenziale” il femminismo nelle/delle vite delle donne che siamo diventate? Ripercorrendo il femminismo attraverso narrazioni che riescono a raccontare l’essere con altri/e nel tempo, al netto di tutto il “fare” (autocoscienza, gruppi, coordinamenti, manifestazioni, letture, scrittura, riviste, associazioni etc.) emerge come le esperienze singolari siano parte di un processo che ha cercato di scardinare gli assi portanti della narrazione egemone provando a raccontare (vivere) un’altra storia. Una storia resa possibile proprio dall’essere diventate altro da quello che eravamo destinate ad essere. In particolari su alcuni terreni: la sessualità e le tematiche del corpo. Ma anche nella relazione con le altre, con il maschile, con pratiche di relazioni politiche e sociali che hanno alimentato quella necessità di “dire Io” in un quadro simbolico in profondo mutamento. Quanto le “femministe storiche” sono (state) capaci di raccontarlo a quelle venute dopo? Quale Storia, quali storie hanno loro consegnato, quale romanzo di formazione hanno scritto? E loro, quelle venute dopo, come si raccontano? Come rappresentano le “femministe” nel loro immaginario?
Al simposio delle Filosofe (Roma, agosto, settembre 2006) Lia Cigarini, parlando del tema lavoro, ha affermato che per le donne la narrazione è la <<pratica adatta per rompere il quadro paradigmatico>>. Vorremmo dare conto di alcune narrazioni che le scrittrici ci hanno offerto nella seconda metà del Novecento, tenendo conto che quella specifica forma di “narrazione del sé” praticata nei collettivi di autocoscienza o in altri gruppi di donne è stata lo strumento che ha consentito l’attivazione della soggettività femminile perché ha cercato e trovato un nucleo condiviso di senso. Un nucleo che, ci pare, è diventato il nucleo essenziale non del femminismo, ma dell’essere femministe, creando quella centralità del sé in relazione che ci ha consentito di diventare quelle che siamo. Un essere, non un fare.


PROGRAMMA

Giovedì 26 giugno

ore 14-15,30: Accoglienza e sistemazione
ore 16-17,30: Il romanzo del femminismo, Anna Maria Crispino con Giulia Dalla Negra e Sara Poletto
Pausa caffè
ore 18-19,30: Confronto di apertura – Questionario
ore 20: Cena

Venerdì 27 giugno

ore 8-9: Colazione
ore 9,30-10,30: Racconti del divenire, incontro con Maria Rosa Cutrufelli e Silvia Dai Prà, coordina Giuliana Misserville
Pausa caffè
ore 11- 13: Interventi liberi e discussione
ore 13,30 – Pranzo a buffet
ore 15,00-16,30 – La Storie, le storie (titolo provvisorio), Liliana Ellena con Clelia Catalucci, coordina Paola Bono
Pausa caffè
ore 17-19.30 – Interventi liberi e discussione
ore 20 – Cena

Sabato 28 giugno

ore 8-9 – Colazione
ore 9,30-10,30 – Ridisegnare la vita, Gabriella Bonacchi con Antonella Buonauro, coordina Silvia Neonato
Pausa caffè
ore 11-13 – Interventi liberi e discussione
ore 13,30 – Pranzo a buffet
ore 15-16,30 – Media (titolo provvisorio), Anna Simone con Rachele Muzio, coordina Bia Sarasini
pausa caffè
ore 17-19,30 – Interventi liberi e discussione
ore 20 – Cena

Domenica 29 giugno

ore 8-9 – Colazione
ore 9,30-13: Il romanzo del femminismo: in-fine, con Liliana Rampello, coordina Laura Fortini. Discussione
Pranzo a buffet di commiato.

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