Scrivere è pericoloso

Bianca PitzornoLa prima volta di Bianca Pitzorno

21 luglio 1956. Tra meno di un mese avrei compiuto quattordici anni. Ero in vacanza a Stintino, allora un paesino di pescatori senza luce elettrica e senza acquedotto, frequentato soltanto da nove famiglie di ‘villeggianti’ che vi conducevano una vita spartana. Per noi ragazzini un paradiso dove vivere in totale libertà.


Un pomeriggio, mentre pescavo gamberi a mani nude con i piedi a mollo tra gli scogli sotto il faro, una mia amica mi chiamò dall’alto del terrapieno sventolando una copia de “La Nuova Sardegna”, il quotidiano di Sassari, arrivato come al solito con tre giorni di ritardo. –“Corri a vedere! C’è sopra il tuo nome”.
Oltre al nome, c’era un mio scritto che occupava metà della terza pagina, quella della cultura.
Era il tema che avevo svolto il mese precedente durante l’esame di terza media. La scuola lo aveva segnalato al direttore del giornale che lo aveva giudicato degno di pubblicazione, insieme a quello di una mia compagna, la ‘prima della classe’, con la quale l’insegnante di lettere cercava di mantenermi in costante competizione. Competizione che entrambe rifiutavamo; lei perché era generosa e svagata e viveva in un mondo empireo dove non c’era posto per queste meschinerie; io perché riconoscevo la sua superiorità, le volevo bene, la ammiravo, e poi volevo fare la pittrice, cosa me ne importava che quella strega mi desse dieci in italiano? Scrivere, erano anni che scrivevo, poesie, racconti, romanzi, ingenui naturalmente, infantili, plagi involontari delle mie fameliche letture. Ma a pubblicarli, a vedere le mie parole stampate, proprio non ci pensavo.
Invece, eccole lì, sul grande foglio che i sassaresi avevano già letto e che gli stintinesi forse stavano già leggendo. Che vergogna!
Tornai a casa a testa bassa, cercando lungo il percorso di non incrociare lo sguardo delle poche persone che in quell’ora calda erano per strada. La mia famiglia da anni prendeva in affitto una casa affacciata sulla piazza della chiesa, all’angolo della via principale del paese. Il proprietario non era un pescatore, ma esercitava lo strano mestiere di ‘guardiafili’. Noi bambini lo guardavamo affascinati mentre si arrampicava come una scimmia su per i pali della luce con l’aiuto di due protesi falcate di metallo applicate alle scarpe per controllare le grandi valvole di porcellana bianca.
Sua moglie era l’unica sarta del paese e cuciva su un’antica macchina a pedali accanto alla porta sempre aperta, in modo da controllare tutto quanto accadeva nella piazza. Suo era anche il compito di bucare le orecchie alle bambine quando, in occasione della cresima, arrivava per loro il momento di mettersi gli orecchini, immancabilmente d’oro anche per le più povere, perché secondo la tradizione dei pirati e dei marinai l’oro alle orecchie protegge la vista. Signora Angelina sistemava un tappo di sughero dietro all’orecchio della sua vittima spaurita ma volenterosa, arroventava un ago sulla fiamma di una candela e con colpo deciso lo affondava nel lobo trafiggendolo da parte a parte. Poi grazie all’ago ci faceva passare un pezzo di filo che la felice proprietaria dei nuovi buchi doveva muovere continuamente fino a completa cicatrizzazione.
Queste e altre cose interessantissime accadevano nel paese di Stintino, molto più interessanti di quelle che accadevano a Sassari, per non parlare di Roma, Firenze o Venezia, dove nostro padre ci portava ogni settembre, perché dopo avere vissuto per un mese come selvaggi senza acqua e senza luce, senza cinema e senza radio, ci imbevessimo anche di ‘un po’ di civiltà’.
Così quando il primo giorno di esame lessi sulla lavagna il titolo del tema che dovevo svolgere, non ebbi dubbi: avrei parlato di Stintino.
Il titolo diceva esattamente: “Nella piccola città o nel paese la strada principale è familiare come la propria casa. Descrivetene le caratteristiche, ricostruendone la vita secondo la vostra esperienza”. Gli esaminatori avevano evidentemente presunto che avremmo parlato della strada principale di Sassari, la ‘piccola città’ dove vivevamo e frequentavamo la scuola. Ma grazie alle nostre molte letture sia io che la mia presunta rivale avevamo intuito che la scelta di un piccolo centro ci avrebbe offerto maggiori possibilità di ‘folclore’ o almeno di ‘colore locale’. Così l’una all’insaputa dell’altra decidemmo di parlare della località dove passavamo le vacanze, io Stintino, appunto, lei Alghero. Solo che lei scelse lo stile lirico, io quello realista.
Raccontai la strada così come la vedevo, ma soprattutto raccontai gli abitanti del paese con la sfumatura di ironica superiorità della cittadina, che oltretutto aveva già varcato molte volte il mare e visitato le ‘metropoli della civiltà’. Non avevo alcuna intenzione di offendere e non pensavo che quelle parole sarebbero cadute sotto gli occhi degli stintinesi. Se dal giornale mi avessero chiesto il permesso di pubblicarle, avrei detto di no.
Ma ormai il danno era fatto. Sapevo che gli abitanti di Stintino si sarebbero offesi e non volevo più uscire di casa, anzi, volevo tornare immediatamente a Sassari. I miei però non avevano nessuna intenzione di interrompere le vacanze e ridevano quando mi vedevano affrontata per la strada dal padrone del cane che avevo descritto randagio e pieno di pulci, che ne rivendicava minaccioso la proprietà e la pulizia. O dal bottegaio che mi sollevava sulla testa la sedia, protestando che l’avessi descritta spagliata e zoppicante. O quando i ragazzini locali mi inseguivano tirandomi sassi e sbeffeggiandomi:-“La scrittrice! La scrittrice!”
La mia presunta rivale fu ricevuta solennemente dal sindaco di Alghero che le consegnò simbolicamente le chiavi della città. Io imparai fin dal mio esordio quanto può essere pericolosa la letteratura.
Infatti quello fu il mio esordio se non ancora di scrittrice, di giornalista. Negli anni a venire La Nuova Sardegna avrebbe richiesto e ospitato molti altri miei pezzi. Scrivevo di costume, di viaggi, di critica cinematografica e teatrale. Sempre in terza pagina.
Poi arrivò il 68, io me ne andai dalla Sardegna e per un po’ smisi di scrivere. Ma quando nel 1970 pubblicai in Svizzera il mio primo libro, vedere le mie parole stampate non mi fece nessuna impressione. Anche perché intanto avevo imparato a cavarmela nelle assemblee furibonde e a fronteggiare la polizia nelle manifestazioni, e perchè questa volta a dire il vero nessuno venne a minacciarmi con la sedia alzata o ad aizzarmi contro il cane.
Per la cronaca, la mia presunta rivale diventò una brillantissima insegnante, ma non scrisse né pubblicò mai alcun libro.

 


Bianca Pitzorno è nata a Sassari nel 1942, e vive e lavora a Milano. Laureata in Lettere Antiche a Cagliari, dopo essersi occupata per qualche anno di archeologia, si è trasferita a Milano per frequentare la Scuola Superiore delle Comunicazioni Sociali, dove si è specializzata in cinema e televisione. Dal 1970 al 1977 ha lavorato alla RAI di Milano come funzionario addetta ai programmi televisivi culturali e speciali, cioè per bambini e ragazzi. Anche dopo aver dato le dimissioni ha continuato a collaborare con la RAI, oltre che con la televisione Svizzera italiana. Tra i suoi programmi più conosciuti ci sono “Chi sa chi lo sa?” e “L’albero azzurro”. Ha pubblicato il suo primo romanzo nel 1970 e dal 1977 fa la scrittrice a tempo pieno. Ha scritto quasi un trentina di libri per ragazzi, tra cui “La bambina col falcone”, (Bruno Mondadori 1982), “Ascolta il mio cuore”, (Mondadori 1991), cronaca di un anno di scuola in una quarta elementare, e “La voce segreta” (Mondadori 1998) ultimo libro della “Saga di Lossai”. “Ritratto di una strega” è un testo in stile secentesco che accompagna il libro illustrato per adulti di Piero Ventura, che verrà ripubblicato nel 2000 col titolo “La Strega di Vallebuja”. I personaggi secondari di “Ascolta il mio cuore” riappariranno nel 1994 in “Diana, Cupido e il Commendatore”.
Negli ultimi anni, accanto alla scrittura per ragazzi, cresce una produzione di testi per adulti. Nel 2000 pubblica con Mondadori “Tornatras” un romanzo fortemente critico centrato sull’attualità politica. Con Roberto Piumini scrive a quattro mani una serie di gialli per bambini di otto-nove anni intitolata “Gli amici di Sherlock”, in tutto dodici titoli, pubblicati entro il 2003 presso Mondadori.
A gennaio del 2004 esce “La bambinaia francese” (Mondadori), una rivisitazione di Jane Eyre dal punto di vista di un personaggio secondario, la bambinaia francese di Mr. Rochester.
Nel 2006 esce “Le bambine dell’Avana non hanno paura di niente” (Il Saggiatore). È del 2009 la biografia della cantante Giuni Russo, a cinque anni dalla morte, intitolata “Giuni Russo, da ‘Un’estate al mare’ al Carmelo”(Bompiani). Del 2010 è la versione aggiornata di “Vita di Eleonora di Arborea” (Oscar Mondadori Storia), riscritta tenendo conto di nuovi documenti venuti alla luce dopo il 1984, anno della prima edizione pubblicata da Camunia.

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