Una erre questione di vita o di morte

Patrizia Zappa MulasCreature poco a(r)mate di Patrizia Zappa Mulas

Era notte. La notte precedente la presentazione del mio libro. Che fosse il primo non lo sapevo. Allora era ancora solo il libro. Quel prodotto cartaceo che mi era appena stato presentato. Irriconoscibile, rispetto alla pila di fogli che avevo consegnato a Laura Lepetit qualche mese prima. Adesso non era più un mio segreto, un mio rovello, una sfida personale con me stessa. 


Avevo scritto di getto l’inizio della storia alle due del pomeriggio del 5 maggio 1990, dopo aver sentito alla radio che il processo contro Adriano Sofri si era concluso con una condanna a ventidue anni. Ero fuori di me per l’indignazione. Ero convinta di raccontare il tormento di un innocente che subisce una accusa falsa e non viene creduta. Di una bambina che si difende male perché è offesa. Per venti giorni mi sono infilata in una storia che sembrava scriversi da sola, e io mi limitassi a battere i tasti sotto dettatura. Non sapevo che cosa stavo scrivendo, né dove sarei andata a parare. Ero solo sferzata da un senso di rivolta contro una condanna ingiusta. Ero costretta a scrivere perché altrimenti mi sarei inutilmente disperata.
Le pagine si riempivano da sole, dalle due del pomeriggio alle otto, quando rialzavo la testa dalla macchina da scrivere e mi accorgevo che sei ore erano volate sui tasti portandomi indietro nel tempo e avanti nel futuro: mettevo la data del giorno come segno per riprendere il giorno successivo. Non avevo idea di cosa si sarebbe presentato il pomeriggio dopo alle due, né come concludere quella lunga invettiva che afferrava una frase dopo l’altra, facendosi marcare solo da una data scritta a penna alla fine della giornata.  
Il 25 maggio la volata si è conclusa e ho riletto tutto. Solo allora ho scoperto che non avevo scritto una febbre di giustizia ma un carattere, L’orgogliosa, appunto. E che quel racconto in prima persona aveva uno sviluppo e una conclusione ma non un inizio. La voce che narrava entrava in scena senza avere un nome, senza presentarsi. Era una voce assolta, sganciata da ogni vincolo di narrazione. Era una voce senza persona.
Su quella lacuna mi sono arenata. Per cinque anni il mucchietto di fogli è rimasto legato nell’elastico d’oro di una scatola di cioccolatini – non in un cassetto perché il mio tavolo non ne aveva. È rimasto in casa, in silenzio, come uno slancio senza forma. Me lo sono dimenticato, e intanto ho continuato a viaggiare, a fare i miei spettacoli, a raccogliere le forze in attesa di trovare io per prima un forma di me stessa.
Fino al 1995, quando all’improvviso ho sentito che dovevo finire quel racconto, ne andava della mia vita. Se non ci avessi almeno provato mi sarei trovata impreparata davanti alla morte, con la sensazione di aver mancato il compito del mio passaggio. Se non lo concludevo avrei vissuto inutilmente. Questi pensieri così drammatici presero corpo di notte, sferzati da un temporale d’inverno che faceva sbattere delle invisibili finestre. Ero a Firenze, recitavo la parte della Figliastra dei Sei personaggi in cerca d’autore.
Deve essere stato Pirandello a esasperarmi, a scuotermi dalla tentazione di rinviare, di rinunciare. Pirandello, grande evocatore di fantasmi della mente. Replica dopo replica davo corpo ogni sera al suo spettro di figlia indecente.
Ho riaperto l’elastico d’oro, ho riletto dopo anni quel racconto senza testa, quella narrazione decapitata di una via d’accesso. Sì, è stato Pirandello a colmare la mia lacuna, a insegnarmi, replica dopo replica, come si presentano i personaggi impensati: non alla luce del giorno ma quando la stanza si riempie di ombre. Non c’è bisogno di sentire il campanello e aprire la porta per incontrarli. Appaiono nella semioscurità del tramonto. Si può presentarli solo sapendo di sognare. La letteratura può essere solo un processo notturno, per certe nature febbrili.
Quando ho riletto il racconto finito mi sono dimenticata di averlo scritto io. L’ho letto con la sana distanza di chi non sottopone a un esame se stessa ma una pagina estranea. E ho pensato che quella storia aveva una sua forza originale, che non l’avevo mai letta prima.
Laura Lepetit mi aveva detto un giorno: se scrivi qualcosa, fammi leggere. L’ho fatto. E poco dopo ho firmato un contratto, senza leggerlo, con l’esultanza di scoprire che quello che aveva superato il mio esame severo potesse aver superato almeno il suo. E adesso c’era quell’oggetto sorprendente sul tavolo vicino al mio letto.
Era ancora notte, la notte più lunga che riesco a ricordare. Il sole del mattino avrebbe annunciato l’inizio di una nuova vita. Tutto quello che era stato prima di quel momento si stava trasformando in una nuova realtà. Tutto il tempo già sperimentato stava rotolando nel buio alle mie spalle per lasciare il posto a una rinascita inconcepibile, a un traguardo che non mi ero neanche permessa di sperare. Il fenomeno era così evidente da convincermi da farmi sentire esposta e gettata nel mondo senza nessuna protezione. Non avrei più potuto tenere le distanze e rinviare il momento di mettermi in gioco. Il momento era arrivato. Il libro esisteva indipendente da me, aveva un piccolo peso solo suo. C’era tutto, c’era la copertina, il prezzo stampato e il marchio editoriale della Tartaruga a fare da garante che fosse un libro vero non solo per me. Mi sentivo una madre che conta le dita del neonato che è appena uscito dalla sua pancia. Dieci dita delle manine, e, dio mio, solo nove nei piedi. Mancava una lettera. Una lettera sola ma decisiva.
Per la quarta di copertina Laura aveva scelto questa frase del racconto:
“Ciascuno ha i propri limiti. I miei sono quelli delle nature nervose che nella sofferenza si irrigidisco e si ostinano a farsene una ragione, a volerla comprendere. Creature miti, in fondo poco armate, ma in quell’ostinazione capaci di silenziosa ferocia.”
Creature poco armate, questo diceva la frase.
Creature poco amate, era scritto sulla quarta di copertina.
Quel refuso mi faceva disperare. Ero stata attenta a evitare ogni coniugazione del verbo amare per tutte e cento le pagine. Quella bambina orgogliosa che viene distrutta dal discredito della maestra che adora e dell’amica che la denuncia raccontava un vincolo reciso senza mai usare la parola amore. E adesso la banalità dell’espressione mi tendeva un agguato nella quarta di copertina. Riduceva la sua ferocia a un lamento patetico, allo sfogo di una creatura poco amata. Ida Niti non avrebbe mai detto niente del genere. Quello non era il mio personaggio.
L’oscurità intorno al mio letto era tormentata da quella erre che mancava, da quell’errore tipografico che banalizzava di colpo tutto la mia fatica. Mi sembrava che una erre di meno avrebbe invalidato il libro. Che una sola lettera mancante avesse il potere di farlo. Ero ancora vittima del mito della perfezione tipografica.
Arrivò il mattino, il pomeriggio e la presentazione. Nessuno si accorse della erre perduta, nessuno mi condannò per il peccato di sentimentalismo. E mentre Gillo Dorfless e Emilio Tadini parlavano del racconto, fui liberata dalla mia notte come il brutto anatroccolo che incontra i suoi simili. Come un omosessuale che si dichiara ai conoscenti, come un fedele che prega apertamente il suo dio. Consumai così il mio outing di scrittrice nascosta. Finalmente non ero più un’attrice ma me stessa.{jcomments off}

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