L'uso serio delle parole

Christa Wolf è stata forse la scrittrice più attenta alle genealogie femminili: in Riflessioni su Christa T. la protagonista, a una festa, si maschera da Fräulein von Sternheim, la protagonista dell’omonimo romanzo di Sophie von La Roche, la più importante scrittrice tedesca del Settecento, nonna materna della famosa Bettine Brentano von Arnim.

Quando Wolf qualche anno dopo intenderà riportare nel dibattito culturale della DDR l’eredità dei romantici tedeschi e degli outsider come Kleist (In nessun luogo, da nessuna parte), per recuperarne il pensiero utopico, scriverà appunto su Bettine von Arnim e curerà una scelta delle opera dell’amica di Bettine, Karoline von Günderrode. Nell’intenso e lungo saggio introduttivo alle opere di Günderrode Wolf cerca di avvicinarsi alla scrittrice e poetessa morta suicida a ventisei anni, nel 1806, per capirne “la dissonanza” dell’anima, e constata: “Prima di poter scrivere, uno deve vivere, è banale dirlo e riguarda entrambi i sessi. Le donne hanno vissuto a lungo senza scrivere; poi hanno iniziato a scrivere – se mi è permesso usare questa espressione – con la loro vita e per la loro vita. Continuano a farlo fino a oggi, oppure lo fanno nuovamente”.

Per indicare lo scrivere “per” la propria vita Wolf ha scelto un’espressione che non indica tanto la finalità, la scrittura cioè come disponibilità, come dono alla propria vita, quanto l’ineluttabilità, la scrittura come mezzo per conquistarsi la vita, per rimanere in vita, per non morire.  E le donne scrivono “con” la propria vita come se fosse lo strumento di scrittura.  L’opera di Christa Wolf sta sotto questo duplice segno: la materialità della vita che si fa scrittura e la tragicità che deriva dalla necessità e dalla sfida di uno scrivere “per” la vita. Queste sono anche le vie per le quali si avvicina sia alle figure mitiche dell’immaginario, come Cassandra e Medea, sia alle scrittrici della generazione precedente, come Anna Seghers, o sue contemporanee; tra queste l’interesse per Ingeborg Bachmann è stato costante.

Suo è l’epitaffio più bello che sia stato scritto sulla scrittrice austriaca (morta a Roma il 17 ottobre 1973, dopo tre settimane di agonia), inserito in quello che molti considerano il suo capolavoro, Trame d’infanzia: “E’ venerdì 19 ottobre 1973, una giornata fredda e piovosa, sono le 18.30. In Cile la giunta militare ha proibito l’uso della parola ‘compañero’. Dunque non c’è motivo di dubitare dell’efficacia delle parole. Anche se una, sul cui uso serio delle parole hai sempre fatto affidamento, non può più ricorrere ad esse; si lascia andare e vive questi giorni all’insegna della frase: Con la mia mano bruciata scrivo sulla natura del fuoco. Ondina se ne va […]. Un filo scuro si è inserito nella trama. Impossibile lasciarlo cadere. Per raccoglierlo è ancora troppo presto.”

In modo simile, noi ora non possiamo più fare affidamento su quell’uso serio delle parole cui Wolf ha dedicato la sua vita, una vita più lunga e tanto diversa da quella di Ingeborg Bachmann, ma che ugualmente ha costruito con i suoi testi molte trame nel tessuto esistenziale di tante lettrici appassionate, che riprenderanno il filo scuro che si è insinuato per ritornare a quelle parole e a quei testi.

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