Incontrare una prostituta


Desidero partire da una frase di Roberta Tatafiore: “Una prostituta al lavoro, ai miei occhi, non è mai una straniera, ma una su cui posso posare lo sguardo, e con la quale il dialogo è sempre possibile”.

Non è semplice per una donna avere questo atteggiamento nell’incontro con una prostituta, perché le implicazioni di questa figura per noi stesse sono molte e profonde,  e la spontanea difesa da queste implicazioni è stabilire la più grande distanza.

Per quelle di noi che tra il 1981 e il 1983 decisero di dedicare gli ultimi due anni delle 150 ore delle donne a Genova al tema della prostituzione, la decisione della Società italiana delle letterate di presentare oggi a Genova il libro Sesso al lavoro è occasione per ripensare al lavoro che facemmo, confrontandolo con quello che dieci anni dopo, nel 1994, scrisse Roberta Tatafiore, e anche per considerare se non sia il caso di tornare a farne oggetto di discussione e di pensiero.

Non conoscevo questo libro: nel leggerlo ho trovato molti punti di contatto con i pensieri che facemmo allora, e nuove aperture di visione, dovute in parte alle trasformazioni che si sono compiute nel decennio successvio alle nostre 150 ore; ma soprattutto dovute all’originalità e libertà del pensiero che Roberta Tatafiore esprime sui tanti aspetti ambivalenti della prostituzione.

Parlando delle trasfomazioni, una se ne annunciava proprio mentre eravamo intente al nostro lavoro delle 150 ore: la nascita nel 1982 del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute di Pordenone. La novità e le implicazioni di questa presa di parola diretta erano subito entrate nella discussione di allora.  Emergeva la figura della prostituta “per scelta”, non più vittima, portatrice di competenze. Ci si confrontava con le affermazioni di donne che dicevano “E’ meglio il marciapiede della fabbrica”. Avevamo aperto un discorso sui termini “lavoro” e “mestiere”, riferiti sia alla prostituzione, sia ad altre situazioni, dove lavoro poteva essere associato al subire / fare cose prescritte da altri, e mestiere invece a termini come maestria, abilità, professionalità.

In quegli anni era invece ancora di là da venire l’ingresso sul mercato delle prostitute immigrate, il fenomeno della tratta, del racket, e il definirsi di un mercato del sesso “Stratificato e polarizzato esattamente come il mercato del lavoro ‘normale’, in cui aumenta la manovalanza instabile e dequalificata, e la fascia media, se non ha ‘intuizione giusta’, perde terreno. L’immigrazione fa da serbatoio di manodopera e, in più,‘importa’ nuove illegalità. Il racket della prostituzione, da tempo, non riguardava più le italiane, ma ora che ci sono mafie dell’Est e mafie del Sud a spadroneggiare sul mercato, soprattutto di strada, anche le italiane non si sentono più così sicure come prima. Mentre al top della scala gerarchica emergono nuovi specialismi”. Cioè a dire: “nuove figure sessuali, nuovi desideri e pratiche sessuali non più riservate ad èlites sociali ma a disposizione di chiunque, dispiegate in un nuovo mercato in trasformazione”.

Questo libro però mi ha sollecitato soprattutto a ripensare alla grande dissimetria tra uomini e donne nella possibilità di comprendere, formulare e soddisfare liberamente il loro desiderio sessuale, che persiste in larga misura nonostante i cambiamenti che “stanno facendo emergere esigenze, richieste, aspettative femminili nei confronti del piacere molto più nitide che in passato, corredate anche dall’aspirazione di disporre di consolazioni sessuo-affettive, scisse quanto si vuole, ma fruibili senza tante complicazioni. Mi sembra però che le donne facciano una gran fatica a competere con gli uomini su questo terreno”.

Con le donne che “dovrebbero indagare meglio per scoprire tutta la ricchezza dei talenti e dei desideri che in ciascuna donna è nascosta e fa fatica a venire alla luce”, mentre gli uomini “non hanno bisogno di alzare un dito e hanno a disposizione un vero e proprio supermarket

dell’accudimento sessuo-affettivo”  Il che conferisce loro “il privilegio di creare figure o ruoli femminili incasellati e polarizzati e, quel che più conta, competitivi tra loro”.

Ciò suggerisce che una riflessione femminista sulla prostituzione era e continua ad essere necessaria.

Ritornando brevemente all’epoca delle nostre 150 ore, rileggo nel nostro archivio che si iscrissero 100 donne. Arrivarono fino alla fine in 60.

Naturalmente il metodo del seminario era centrato sul rapporto di ciascuna col tema proposto, per cui, osservava una di noi, “Il tema fondamentale siamo sempre noi stesse”.  Chi abbandonò la partita, si legge nelle note delle organizzatrici, furono coloro che erano venute animate dall’idea di fare qualcosa “Per salvare le prostitute”, o di fare  “un lavoro del tutto teorico e distaccato che non le coinvolgesse”, o che si aspettavano “Una tranquillizzante teoria sul superamento della prostituzione”. La storia di questi abbandoni ci avvicina a Roberta Tatafiore quando dice del suo libro: “Chi si aspetta che questa cronaca parli di ciò che è sbagliato nella prostituzione resterà delusa e deluso”.

Ma, alla fine, si può dire che gli abbandoni non furono nemmeno molti, tenuto conto delle difficoltà.

Cercavamo di capire che cosa rappresentava per noi la prostituta, che immagini ne avevamo. Ci interrogavamo sulle emozioni che ci suscitava il pensiero di poter essere scambiate per una prostituta. Ci chiedevamo se saremmo state disposte a fare le prostitute, se ne avremmo avuto la capacità. Nel caso, quanto ci saremmo fatte pagare? Giravano tra noi idee / proposte d’imitazione del comportamento maschile, con la separazione tra corpo e sentimento.

Avevamo anche letto molto: la bibliografia suggerita e percorsa in quei due anni è stata la più ricca e articolata di tutta l’esperienza delle 150 ore a Genova.

Soprattutto riflettevamo sui significati simbolici, sulle implicazioni che per ciascuna di noi aveva l’esistenza della figura della prostituta, parola con cui gli uomini hanno diviso le donne in oneste e disoneste.

Scrivevamo che la prostituzione era una forma (un residuo) di proprietà comune delle donne da parte degli uomini, e che noi donne non avevamo a disposizione niente del genere.

Questi pensieri che elaborammo allora, mi portano ad altri passaggi notevolissimi del libro di Roberta Tatafiore. Come quando scrive (pg. 104) che “Le costruzioni sessuo-sociali fin qui operanti, la coppia, il matrimonio, la famiglia (sia pure cambiate, scelte, aperte, omosex e quant’altro) e, per contraltare la prostituzione (anch’essa cambiata: non più segregata, monolitica, solo forzata) sono nutrite, sorrette, puntellate dal tramandarsi di genealogie maschili, dalla solidarietà tra uomini, dal discorso fallologocentrico che domina i saperi e i poteri. Tra uomini esiste, ed è all’opera tutti i giorni, una autoreferenzialità di sesso, che ingloba anche la sessualità, che è produttrice di eros indirizzato verso i propri simili”.

Come donne ci chiedevamo – cito sempre da appunti dell’epoca: “Se un’utopia provvisoria della sessualità non dovesse prevedere un periodo di proprietà comune degli uomini da parte delle donne, in forme da inventare per una concreta situazione storica”.

Possiamo fare ipotesi non ancora pensate per un’approssimazione all’uguaglianza tra uomini e donne? Ma per dare forma a questa “utopia” bisognerebbe riuscire a rispondere alla domanda “Che cosa vogliamo davvero?”

Quello che gli uomini hanno sempre cercato e sono spesso riusciti ad avere, è quello che alle donne è stato sempre proibito: cioè possedere la “garanzia” sessuale e affettiva che viene dalla famiglia, e insieme la libertà sessuale.

In realtà, specifica Roberta Tatafiore, citando un “profetico” opuscolo sulla morale sessuale di Gabriel Tarde, un criminologo di fine ottocento, l’uomo, e il cliente, vogliono anche di più: vogliono “l’accudimento totale”.

Infatti viene ora messa in discussione anche la fondamentale autodifesa, il metodo, che sta alla base del mestiere della prostituzione, cioè quello di “spegnere la pelle mentre si lavora. Contrattare meticolosamente il dare e l’avere, mettendo sempre l’avere al primo posto, i soldi, non considerare sessualità quello che si scambia nel rapporto mercificato, ma affitto del corpo nudo e crudo, e banale … autodifesa che fa parte di una cultura femminile nella prostituzione,

radicata in corpi femminili, che consente di allontanare da sé il sospetto di un coinvolgimento profondo, che fa accettare la sospensione tra corpo e mente come una temporale sospensione di integrità”. Diverso, in materia, l’atteggiamente delle transessuali.

Il Prof. Albrecht Goeshel, che, su commessa delle prostitute tedesche organizzate nell’associazione “Madonna di Bochum”, ha svolto una indagine di mercato sulla prostituzione in Germania, osserva infatti: “Manca l’emozionalità.  Se le prostitute non vogliono l’auto-eliminazione devono reinventarsi. E chi di loro rifiuta di prendere in considerazione l’emozionalizzazione dell’offerta, lavora per lo status quo e la conservazione”.

Già nel 1983, come organizzatrici delle 150 ore della prostituzione, polemizzammo con un articolo di Sergio Saviane su L’Espresso in cui mentre Pia Covre, intervistata, diceva “Gli uomini vogliono la vagina e noi gliela vendiamo per 20.000 lire. Niente parole, niente carezze. Se vogliono vedere la tetta altre 10.000 lire”, l’articolista la provocava insistendo sul fatto che le prostitute dovessero elargire invece anche parole e carezze.

Mi sento di dire che le donne non vogliono “L’accudimento totale”.

Ma è possibile immaginare di conquistare il diritto delle garanzie e rassicurazioni che vengono dalla famiglia e insieme al diritto di libertà sessuale?  E se comparisse all’orizzonte questa specie di simmetria, come cambierebbe il desiderio maschile?

Uno degli ultimi paragrafi del libro ha per titolo: “Dalla legge Merlin a … cosa?”. Oggi in Italia la regolamentazione continua infatti ad essere quella della legge Merlin, portatrice del paradosso di considerare la donna prostituta insieme debole e pericolosa e messa in discussione da vari fronti, tra cui, da quasi trenta anni, quello delle prostitute stesse.

Ma a leggere le varie possibilità di soluzioni legali, non si riesce ad immaginarne una che non abbia contraddizioni anche peggiori.

Forse, dice Tatafiore, “Solo l’utopia delle prostitute tedesche, che vuole l’equiparazione tar sex workers e “operatore sanitario” ha in sé elementi per superare il paradigma della debolezza e introdurre quello della neutra parità dei sessi, intesi come funzioni sessuali

Su quel che potrebbe avvenire in futuro (continuo a citare): “Delle due l’una: o la prostituzione, se continuerà a costituire un disonore nonostante la sua utilità, finirà fatalmente per scomparire ed essere sostituita da qualche altra istituzione che meglio rimedierà ai difetti del matrimonio monogamico; oppure sopravviverà, ma diventando rispettabile, ossia facendosi rispettare per amore o per forza; il che potrà avvenire solo gradualmente, quando essa si sarà sindacalizzata, organizzata in una potente corporazione dove si entrerà solo se si offriranno certe garanzie, e dove saranno coltivate certe virtù professionali che innalzeranno il livello morale dei suoi esponenti”.

Nel corso della lettura mi è venuta incontro la visione di una signora che esce di casa e dice “stamattina vado in biblioteca, poi se ho tempo vado a farmi una scopata al centro benessere. Ci vediamo stasera”. E reciproco.

Ci divertiremmo?

www.generazioni-di-donne.it

Roberta Tatafiore, Sesso al lavoro, Il Saggiatore

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