La figlia del diavolo, di Anna Grazia Semeraro

La figlia del diavolo, di Anna Grazia Semeraro (Schena 2012)

“Quale segreto nasconde nel suo silenzio di morte l’anonimo cadavere mutilato che è stato rinvenuto sulla spiaggia di Egnatia ad una decina di chilometri da Fasano? Chi è?”
(Gazzetta del Mezzogiorno, giovedì 29 ottobre 1959)
Questo romanzo s’ispira ad un fatto di cronaca, avvenuto a Martina Franca alla fine degli anni ’50. Una storia che ancor oggi è viva nei ricordi dei martinesi e che ebbe, per la sua drammaticità, risonanza nazionale.
Un delitto che fu la diretta conseguenza di un matrimonio fallito, un dramma che si sviluppò in una famiglia che non aveva trovato risorse, né sostegni, per superare la crisi in cui si era avviluppata. Un uxoricidio che fu anche la dimostrazione dei tempi che stavano mutando, con la ricerca da parte della donna della possibilità di sottrarsi a una condizione di sudditanza, a un predominio maschile fatto di violenza e di soprusi, a un modello culturale largamente condiviso.
La giovane martinese che si macchiò dell’assassinio del padre dei suoi figli è stata una delle poche donne in Italia ad aver subito una condanna all’ergastolo. Su di essa pesò non solo la convinzione della premeditazione, ma soprattutto la condanna morale per il comportamento della donna, ritenuto non adeguato al suo ruolo di madre e di moglie. Il giudice istruttore, nel rinviarla a giudizio, scrisse: “Carmela ha bisogno di scorazzare, di libertà; è avida di libidine e di denaro. È ovvio che la sera, dopo aver assaporato le gioie della spensieratezza e del corpo, torna a casa con un senso di profondo fastidio”, stigmatizzando in questo modo la condanna per una donna stanca di essere vittima passiva delle prepotenze e delle sofferenze che subiva in famiglia.

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