India, ascoltare le lingue viventi

«Io affermo che un diritto umano fondamentale è il diritto a sognare. Tutti hanno i propri sogni. Ad esempio un mondo senza polizia e sfruttatori, o il sogno dell’eguaglianza sociale. Grandi cose sono nate dai sogni». Ritrovo queste frasi di Mahasweta Devi, forse la più grande scrittrice vivente in lingua bengalese,  in una intervista di qualche anno fa. Il diritto a sognare, diceva, significa che «tutti hanno il diritto a rivoltarsi».

Mahasweta Devi ha speso gran parte della sua vita, e della sua scrittura, per sostenere il «diritto al sogno» degli oppressi – donne, contadini, operai, e in particolare degli adivasi, i “tribali”, i nativi dell’India rurale. Il risultato è una produzione letteraria straordinaria, e insieme una vita dedicata alla militanza politica («Dicono che unisco la scrittura all’attivismo sociale? Per me la scrittura è attivismo sociale», diceva ancora in quella vecchia intervista. Per questo Mahasweta didi – appellativo che indica affetto e rispetto, che sta per “sorella maggiore” – resta una figura ineguagliata. Una scrittrice dal linguaggio elegante e diretto, con parole che evocano immagini, personaggi che «sembrano balzare fuori dalla pagina scritta per assumere tre dimensioni», come osservava qualche tempo fa Anna Nadotti, curatrice di una raccolta di suoi racconti per Einaudi, presentandola al pubblico italiano. E militante politica che anche oggi, a 86 anni passati, continua a spendere la sua autorevolezza per sostenere cause di giustizia, sempre pronta a promuovere appelli, formare comitati, schierarsi con questo o quel movimento popolare. Una volta, nel 2007, ho trovato il suo appartamentino, in un quartiere popolare di Kolkata (Calcutta), zeppo di scatole e fagotti, gli aiuti che giovani attivisti raccoglievano in appoggio alla battaglia di un villaggio, Nandigram, in rivolta contro l’esproprio di terre (la battaglia di Nandigram contro una «zona economica speciale» progettata dal governo del Bengala occidentale ha contribuito a rendere visibile un conflitto sociale diventato ormai esplosivo in India, quello legato all’acquisizione di terre tolte alle popolazioni rurali per farne miniere o poli industriali).

Sono tornata a incontrare Mahasweta didi l’inverno scorso, dopo un piccolo viaggio in una delle regioni “tribali” dell’India, per trovarla nel minuscolo terrazzino del suo condominio popolare,  sulla sua sedia imbottita di cuscini, davanti a un tavolo come sempre ingombro di libri e carte. Questa faccenda delle terre tolte ai contadini per darla alle industrie è l’ultima ingiustizia, mi dice – con tono quasi spazientito, perché lei queste cose le dice e le scrive da anni. «L’ingiustizia sociale è ovunque», mi ripete Mahasweta Devi nel mite inverno di Kolkata. «Sui tribali resta lo stigma sociale della colonizzazione. Vivono nelle foreste, esclusi dalle modernità come l’istruzione, l’acqua potabile o le strade. Ci sono 90 milioni di tribali in India: usati, linciati, uccisi dalla polizia nella totale impunità. E cacciati dalle loro terre. Eppure, la società adivasi è per molti aspetti la più civile in India. Pensa: non c’è disparità di genere, le donne hanno un ruolo non subalterno. Donne e uomini hanno pari diritto all’eredità. Non esiste il sistema della dote, divorzio e nuovo matrimonio sono ammessi per uomini e donne. È una società egualitaria». Per lei, continua, «lavorare per ristabilire i loro diritti umani e di cittadini è la cosa più importante».

Non c’è alcuna idealizzazione in ciò che dice Mahasweta Devi. Cresciuta in una famiglia di poeti e scrittori, formata all’università di Shantiniketan nel 1936, quando era ancora vivo Rabindranath Tagore,  Devi è convinta che la tradizione orale sia una fonte importante della storia: «C’è molto da scoprire in ciò che le persone magari analfabete raccolgono nella loro memoria», mi aveva detto. «In tutti questi anni ho cercato di scoprire l’India, la vita delle persone comuni, le ingiustizie, le enormi potenzialità di tante persone forti, coraggiose, che soffrono e combattono. La natura dello sfruttamento va scoperta». Da questo discende la sua attenzione alla cultura e alla lingua, anzi le numerose lingue tribali: «Se scrivi delle comunità di pescatori, o contadini, o tribali, devi rispettare il loro linguaggio così diverso da quello di una persona istruita di città. Siamo circondati di lingue viventi: dobbiamo ascoltarle con rispetto e usarle».

Parlava delle donne: «Io scrivo di una società in cui donne, uomini, bambini, sono tutti vulnerabili. La donna però è più vulnerabile, e proprio per il suo corpo. È stato così attraverso la storia. È così nella vicenda di Draupadi, uno dei miei racconti: al centro c’è lei che subisce uno stupro di gruppo. E perché? Perché dava sostegno ai giovani ribelli della sua comunità tribale. Suo marito è stato ucciso. Per “punirla” della sua ribellione sarebbe bastata anche per lei una pallottola, ma invece decidono per lo stupro. La donna ha un corpo attraente, capace di amare e di generare figli. Questa è l’immagine della donna, colei che genera e nutre gli umani, l’acqua, la terra, gli animali. Dunque, se vuoi darle una lezione fai violenza al suo corpo. Io parlo dell’India ma questo è vero ovunque,  donne punite perché si sono ribellate al sistema».

In quel vecchio incontro, Mahasweta Devi diceva che i conflitti nascono da «gap di comunicazione». Un gap comunicativo, diceva, «è che stai seduto nella tua comoda casa di Calcutta e non hai neppure idea della vita in un villaggio senza acqua potabile, strada, scuola, ambulatorio. Magari vai a vedere ma non sai come leggere ciò che vedi perché ti è lontano. Ci sono molti gap di comunicazione. Se parli e dici che una popolazione è rimasta senza casa, terra e diritti, e che quegli sfollati non vogliono quattro soldi ma terra, ti dicono che stai facendo political disturbance. È un altro gap di comunicazione».

Prima di congedarmi, lo scorso inverno nel suo terrazzino assolato, Mahasweta Devi ha tenuto a ripetere che ha ancora molto da scrivere. E la scrittura, ripete, esiste se ha uno scopo. «Scrivi: la giustizia non è cosa che ti può essere consegnata: va conquistata, e una persona sola non ce la farà mai, ci vuole una volontà collettiva. Io continuo a fare quello che posso»


  “Mahasveta Devi, la scrittura a tre dimensioni”, in il manifesto, 26 novembre 2005

Leggendaria n.94, luglio 2012

Tra i libri di Mahsweta Devi tradotti in italiano:

La preda, traduzione di Babli Moitra Saraf e Federica Odderi, postfazione di Anna Nadotti, Einaudi, Torino 2004, 256 pagine 13 euro

La trilogia del seno, a cura di Ambra Pirri, Filema Napoli 2005 175 pagine 10,20 euro

Invisibili, a cura di Ambra Pirri. Filema, Napoli 2007 179 pagine 11,20 euro

 

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