La lunga giornata di Mrs Dalloway

Rileggere un libro che già si è letto può essere un’esperienza straniante: trama e personaggi, immagini e dettagli – la selezione personalissima che ciascuna ne ha fatto – sono depositati nella nostra memoria come sassolini resistenti in un insieme poroso che li collega ad altre suggestioni, altri tasselli che hanno contribuito a formare ciò che nel tempo siamo diventate. Quando quel libro conosciuto lo rileggiamo in una nuova traduzione può addirittura darci una vertigine, perché ogni traduzione è anche una nuova intepretazione. E vertiginosa è la sensazione che dà La signora Dalloway appena ri-tradotto da Anna Nadotti per Einaudi. Lasciamo alle specialiste la comparazione con altre versioni già accreditate del testo – da quella di Nadia Fusini all’edizione bilingue di Marisa Sestito – e da common reader  suggeriamo, proprio come la stessa Woolf ci consiglia in “Come dobbiamo leggere un libro?”, di seguire l’istinto.

L’istinto ci porta, già alla prima pagina, appena  letto quell’incipit fulminante – «La signora Dallaway disse che i fiori li avrebbe comprati lei» – ad abbandonarci all’incanto della parola, alla musicalità danzante e un po’ nervosa della lingua, alla mobilità delle immagini, a quel pieno sonoro che risuona nelle strade della città di primo mattino irrompendo, sovrapponendosi ai pensieri che girano liberi nella mente. Sin dall’inizio della fresca mattina del 13 giugno 1923 in cui Clarissa Dalloway esce di casa per comprare i fuori per la sua festa si intrecciano i rimandi di memoria a un’altra casa, un altro tempo, da cui fa capolino Peter Walsh, l’uomo che riempie le pagine che raccontano questa giornata londinese così lontana dalla giovinezza di entrambi. Il Big Ben scandisce le ore di un tempo astratto, lineare – che a tratti sentiamo quasi assurdo, indiscreto, per lo smagliarsi del tempo interiore – i suoi rintocchi “rimbombano” seguendo gli spostamenti  di Clarissa e quelli di Peter, appena tornato dall’India, ma anche le peregrinazioni dell’inquieto Septimus Warren Smith e della sua giovane moglie italiana Rezia. Lui è in balia dei suoi demoni, potente richiamo alla carneficina della Prima Guerra Mondiale, finita ormai ma non dimenticata; lei disarmata e smarrita, quasi attonita per la mancanza di quella felicità che pure le era stata promessa.

Sentiamo il rumore del traffico di Westminster <<il frastuono e la baraonda; le carrozze, le automobili, gli omnibus, i furgoni, gli uomini sandwich […]; le bande di ottoni; gli organetti; il trionfo e lo scampanellio e lo strano canto acuto di un aeroplano nel cielo […]>>. Quell’aereo che romba lassù, disegnando pennacchi di fumo, ti fa alzare lo sguardo, è anch’esso una citazione della guerra – e dei suoi strascichi di dolore – ora però serve per fare pubblicità.  Ai rumori si aggiungono delle voci, poche risuonano nel frastuono – il saluto di un vecchio amico che Clarissa avrebbe poi rivisto alla sua festa quella stessa sera, le frasi cortesi della fioraia, le esortazioni di Rezia al riottoso Septimus <<Su, vieni… Su, attraversiamo…>>, <<Guarda… Guarda… Guarda… Oh, guarda>> –  molte non fanno rumore, se non nella scena interiore.

Quel rumore, quel movimento è ciò che Clarissa ama: <<la vita, Londra, quel momento di giugno>>. Un donna poco più che cinquantenne che in quel momento <<si sentiva molto giovane, e nello stesso tempo indicibilmente vecchia>>. Giovane come chi gusta la vita e vecchia come chi presagisce la morte: è su questo crinale di ambivalenza, di doppio movimento, di alternanza rapida del sentire che si snodano le ore di una giornata che sarebbe come un’altra se non ci fosse l’evento della festa e quello della morte di Septimus, che un ospite riferisce proprio durante il ricevimento in cui si ritrovano tutti e che chiude per un attimo il cerchio del tempo, passato e presente.

Solo per un attimo, perché il tempo invece è imprendibile: «La Signora Dalloway è un romanzo sull’irrealtà della realtà, sulla sua continua trasformazione e sulle nostre illusioni di controllare spazio e tempo», scrive Antonella Anedda nel breve ma denso scritto introduttivo a questa edizione. La realtà è ambigua, cangiante, mutevole, multistratificata – qualità che Virginia Woolf riesce a restituire nella sua straordinaria prosa e che la lingua di Nadotti potenzia in modo mirabile – eppure non smettiamo di tentare di afferrarla la realtà, fermarla, fissarla in un punto fermo, solido, rassicurante. Clarissa pensa a Peter, a tratti rimpiangendo l’amore che non ha vissuto con lui a tratti convincendosi che ha fatto la scelta giusta a non sposarlo. Peter pensa a Clarissa, si sforza di convincersi che non è più innamorato di lei, alla festa la trova irritante e fatua in quel suo inesausto tentativo di piacere a tutti, ma poi il romanzo si chiude sulle sue parole, che suonano come le battute in diminuendo di una potente sinfonia: «Cos’è che mi riempie di straordinaria emozione? E’ Clarissa, disse. Perché lei era lì».  Persino Septimus, nel delirio della sua follia, pensa che siano reali i passeri che intonano il suo nome e cantano in greco: si irrita quando Rezia interrompe i suoi pensieri, richiamandolo ad un’altra realtà, quella che lui non riesce ad abitare, non più. E’ reale invece il suo compagno d’armi, che lo chiama, gli parla. La follia è dunque assai contigua alla sanità, la morte sempre in agguato, la vita è una dimensione incerta e la realtà non basta, il suo profilo è poroso, permeabile.

Se in questo testo Septimus è l’alter ego di Clarissa, se – come ci suggerisce Anedda – la sanità e la follia hanno entrambe la capacità di <<vedere la verità>> del mondo, si comprende meglio perché è il giovane reduce di guerra a morire e non Clarissa, come Woolf in un primo tempo aveva pensato: « […] nella prima versione Septimus, che più tardi è destinato a essere il doppio della signora Dalloway, non esiste affatto, e [che] la signora Dalloway originariamente doveva suicidarsi, o forse semplicemente morire alla fine del ricevimento» (V.Woolf, “Un’introduzione alla Signora Dalloway”, dic. 1928).

Nella sgranatura del tempo individuale, nell’incapacità di vivere in una “realtà” incomprensibile, si legge in filigrana il giudizio di Virginia Woolf su un secolo – e una “civiltà”, che pure ama – che a lei pare condannato proprio dall’enormità della guerra.  Quel «secolo breve che Virginia Woolf comprese e anticipò in ogni sua più riposta piega, infine rifiutandolo, lasciando peraltro a noi il compito di una lettura efficacemente contrappuntistica», scrive Nadotti nella brevissima, fin troppo discreta “nota della traduttrice” che accompagna la sua pregevole versione-intepretazione di Mrs Dalloway.

Virginia Woolf

La signora Dalloway, (1925) traduzione di Anna Nadotti, Einaudi Et, Torino 2012,   194 pagine, 9 euro

 Voltando pagina. Saggi 1904-1941 a cura di Liliana Rampello il Saggiatore, Milano 2011 657 pagine, 29 euro

Leggendaria n.94, luglio 2012

 

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