Romanin Giovanna

Figlia di Felino Romanin ed Edvige Pezzot, moglie di Luigi Pelagi e madre di Pierpaolo e Floriana.

Nata nella notte del 2 Dicembre del 1958 presso l’ospedale cittadino, la prima in famiglia Romanin nata fuori casa, nell’asepsi della modernità: mia madre era stanca di partorire in casa e l’idea di restare ricoverata qualche giorno, fuori dal podere e dai lavori agricoli, forse le dava un po’ di respiro; infatti sarebbe caduta da lì a poco dalla scala del fienile e rimasta sei mesi ingessata a letto e io data in baliatico alla famiglia del compare, con le sue simpatiche e premurose tre figlie ventenni che senz’altro mi hanno coccolato. Forse mi è mancata la presenza materna e perciò ho sempre conservato uno spirito molto autonomo, forse ribelle, pur nella assoluta bonarietà e precoce saggezza dettata dallo spirito di sopravvivenza del tempo, dalla rusticità del luogo, dal suo rapido mutamento e poi dissolvimento.

Appartengo alle famiglie di agricoltori ostinati e resistenti che, negli anni ’60 e ’70, in pieno boom economico, si sono fermati a lavorare la terra a Cordenons dopo essere rientrati mio padre dall’Argentina e la mamma da Parigi. Ecco l’infanzia è stata per me assoluta libertà fra terra, uomini e animali, con mille impegni e sogni che riuscivo a strappare ad albe e tramonti nel freddo e nel caldo torrido dei sassi delle Grave di Cordenons. A scuola ero brava, dopo un difficile inserimento iniziale in quanto “selvatica”, perciò ho potuto studiare fino al diploma, altrimenti avrei fatto la sarta da mia zia a Parigi, a capo di un piccolo atelier tutto suo di cui favoleggiavo le gesta.
Nel contempo, nella vita agreste ingentilita da poca televisione e qualche sparuta lettura, affollavano le giornate i caratteristici aiutanti del podere che approdavano al “curtif de la Vige”, personaggi strambi a modo loro vissuti e saggi. Inoltre vi giungevano d’estate zii e cugini francesi se non i parenti americani, con il loro bagaglio di diversità e esoticità a ridestare interesse e curiosità, anche loro piuttosto stravaganti.

Ecco una costante del mio vivere è l’assoluta “bastevolezza”, cioè traduco: la bellezza del poco che bastava e del poco che si conosceva.

Poi è stata ribellione giovanile alla condizione di diseredata e donna, anni ’70-80: anche qui la modernità e la scienza sono state la cifra della mia gioventù resistente, con grande disappunto della mamma che mi vedeva troppo polemica e sgraziata. Ho cercato di emanciparmi con lo studio all’Istituto Tecnico “J F. Kennedy” di Pordenone e poi un lavoro di Tecnica di analisi trasfusionali che tutt’ora esercito all’Ospedale cittadino, dove continuo ad acquisire progressivamente le tantissime innovazioni indissolubilmente legate al cambiamento e alla vita.

La poesia è una scoperta non recentissima, che ho custodito gelosamente, considerandola una condizione di minorità fragile, di bizzarria subdola, che si è ridestata e irrobustita mano a mano che entravo in uno stato di mutamento o metamorfosi culturale e fisica. Ci sono periodi ben distinti della mia vita, peraltro molto semplice e senza grandi gesta epiche o patologie particolari e dolori insopportabili, come spoglie di crisalidi abbandonate. Certamente gli stadi di mutazione e di dubbio hanno fatto crollare molte mie certezze lineari, programmazioni e sicurezze, lasciandomi maggiori libertà e mettendomi in condizione di osare e avere meno paure. Diciamo che il mio incrollabile ottimismo ha retto a più fallimenti, talvolta a veri e propri disastri, e si è messo in volo se non in cammino.

Adoro la Natura e credo che la Terra non lasci mai orfani i suoi figli, per cui respiro arte e poesia in ogni posto dove metto piede e solo l’evocazione e il racconto, scritto o parlato, riescono a mettermi nelle condizioni di ascolto. Poi naturalmente elaboro a modo mio, con la mia sensibilità queer che è di chi vive ai margini di scienza e cultura, fra mondi vecchi e nuovi, uomini e donne, stranieri e autoctoni, disparità di cui percepisco umanità e dolore oltre alla sconfinata ammirazione di persone eccezionali e uniche che talvolta ho avuto la fortuna di sfiorare, per troppo poco. Essere pordenonese aiuta perché qui si costruiscono ponti e le porte sono aperte verso il mare e l’esplorazione, in fondo rischiamo solo di dover tornare, almeno possiamo raccontare qualcosa.

Mi mancano molto i “maestri” e sono costretta, come tutte le donne, a sfangarmela in beato isolamento, anche grazie alla mia “bastevolezza” che ogni tanto vorrei meno bastevole, difendendo però i miei spazi privati con accanimento.

Pratico una poesia contaminata dalla vita e dalla materia, una poesia alchemica con forte componente ecologica. I sentimenti li tengo in osservazione, sotto la lente del microscopio di analista traendo un referto da sospetti e indizi, da rilevazioni e coloriture, da odori e sapori. Ecco, è un mondo il mio osservato da fessure, da evocazioni da riflessi e rimandi… un mondo di attenzione agli umori e alla vitalità del mio tempo che ritesso in volute e in spirali poetiche, come la sarta che forse sarei potuta essere, a Parigi però… noblesse obblige.

Giò- Giovanna Romanin
Roveredo in Piano (PN) 25.07.2012

Scritture poetiche di Giovanna Romanin

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