Il sorriso dello Stregatto, a cura di Liana Borghi e Clotilde Barbarulli

Il sorriso dello Stregatto. Figurazioni di genere e intercultura
a cura di Liana Borghi e Clotilde Barbarulli (ETS, 2010), 204 p., € 18,00

Dalla quarta di copertina
Il libro incrocia due temi tra il teorico e il narrativo: il rapporto fra figura e azione nella cultura delle donne, e la declinazione dell’affetto nella letteratura e nell’arte. I saggi discutono di transizione nelle guerre, nelle migrazioni, nelle inquietudini di scrittrici e artiste di ieri e di oggi, interrogando in vario modo i codici e il potere.  Rappresentano figure, figurazioni, mappe cognitive radicate nell’indagine della soggettività e del corpo femminile; evidenziano  percorsi urbani e confini-recinti, affetti tristi e dislocazioni. Madeleine de Scudéry, una nonna caraibica, le Futuriste, Gina Pane, Marjane Satrapi ed altre s’incrociano con scrittrici migranti, rifugiati e non-persone nella Porta Sud della Fortezza Europa.

Dalla recensione di Alessandra Marino, pubblicata in Leggendaria 88, luglio 2011.

Nato da un seminario dedicato a “la performatività dell’affetto” tenutosi nel 2007 a Villa Fiorelli (Prato), Il sorriso dello stregatto è il libro che inaugura la collana Altera, diretta da Liana Borghi e Marco Pustianaz, la cui nascita rintraccia e mette in scena, sia dal punto di vista teorico sia con la sua esistenza concreta, un’interessante triangolazione tra affetto, movimenti sociali e scrittura. L’articolazione di questo legame in chiave interdisciplinare e interculturale ripropone il passaggio da un’esperienza seminariale, centrata sull’esplorazione del potere affettivo della narrazione, alla costruzione di comunità politica che in essa prende forma.

L’affetto al centro dei saggi del volume si distingue dal sentimento individuale proprio  in quanto è investito da una funzione sociale. Per riassumere questa caratteristica attiva e relazionale con un’immagine topica, è utile ricordare l’apertura del libro The Transmission of Affect (2004) di Teresa Brennan, in cui la scrittrice richiama chi legge all’esperienza comune di entrare in una stanza già occupata ed essere sorpresi/e dal “sentirne l’atmosfera”. Per Brennan l’affetto si propaga “nell’aria” ed è la sua trasmissibilità inter-soggettiva a costituirne la qualità fondamentale.

Nel volume curato da Borghi e Barbarulli, il saggio di Luciana Brandi esplicita come gli affetti siano unità costituenti della socialità stessa: si attaccano alla materialità dei corpi e, attraverso il contagio, stimolano l’emergenza di nuova produzione affettiva. L’affetto permette di “inserire la propria individualità entro un processo di individuazione che definisce la rete di legami da cui dipende il riconoscimento di sé come organismo e come soggettività sociale” (cfr. Brandi 81). L’interconnessione all’interno di una rete affettiva causa una ridefinizione continua della formazione di soggettività: tale funzione creativa, che può tradursi nello stimolo per l’emergenza di un’azione sociale, espone il carattere performativo dell’affetto.

Se nella contemporanea età del terrore le passioni tristi, come paura e angoscia rispetto all’alterità, sono gli affetti più diffusamente manipolati e ingabbiati da diversi dispositivi di potere, nel gioco di potere e resistenza le relazioni affettive possono rivelarsi il collante di un’opposizione al dominio normativo. E’ il caso della costituzione di associazioni per i diritti dei migranti, dei collettivi che si occupano di genere, dei movimenti LGBT che sfidano la cattura di un discorso bianco, eterosessuale e borghese che supporta la costruzione di un’immagine omogenea e rassicurante dell’identità nazionale. Tale decostruzione si serve di diversi strumenti e, come evidenziato dalla pratica politica femminista e postcoloniale negli ultimi decenni, uno di questi è certamente la contro-narrazione. Il Sorriso dello Stregatto delinea un passaggio dalla trasmissione affettiva alla performatività della narrazione sottolineando la centralità dello scambio di energia e desiderio sia per l’attività di associazioni e movimenti, sia per l’attività della scrittura.

Attraverso saggi che tessono senza cesure dibattiti filosofici, teoria critica e testi letterari, nel Sorriso dello Stregatto l’affetto emerge come legame tra il campo esperienziale della materialità corporea e quello non meno concreto e attivo del racconto. I contributi delle autrici creano spazi di incontro e relazione in cui il rapporto con la diversità sfugge a una logica giuridica di inclusione/esclusione per dare dimora a quella che Borghi chiama, con un’espressione evocativa, “cittadinanza affettiva”. Sono molteplici i testi creativi che popolano il libro: Suad Amiri, Jamaica Kincaid, Dionne Brand o le futuriste non solo parlano di corpi, ma parlano ai corpi, esponendo, la necessità di un “‘sentire carnale’ che eviti ogni tentativo di de materializzazione.” Come afferma Clotilde Barbarulli: “vi è una potenza irriducibile dei corpi che consiste nella loro capacità di essere figure del desiderio e dunque capaci di progetto” (p. 134).

Desiderio e progetto i sono termini chiave che intrecciano capacità immaginativa ed azione politica. La performatività del desiderio si materializza, per esempio, nell’immagine di una nonna cantastorie e musa cantata da Joan-Anim Addo in Mia nonna era una sirena. Ricordo e sogno della nonna e della sua esistenza si affiancano in maniera contrappuntistica, per usare una celebre espressione di Edward Said, alla pretesa oggettività di quella storia scritta a servizio della dominazione, per decostruirla. Non si tratta di un racconto personale, ma dell’emergere di un’altra  immaginazione dei confini di un corpo collettivo e interconnesso, che condivide l’esperienza della marginalizzazione e la volontà di un agire comune.

Il progetto include produrre e promuovere la diffusione di contro-narrazioni rispetto all’egemonia del discorso: è questo il compito di intellettuali, scrittrici, donne migranti tra diversi territori, geografici e non, clandestine in quei luoghi di confino che possono essere le istituzioni di famiglia e stato. Nel suo saggio sul confino/confine, Paola Zaccaria suggerisce che “alle narrazioni di invasione, inondazione, pericolo, emergenza e criminalità, fatte circolare dal potere e dai media assoggettati al potere, possiamo rispondere posizionandoci oltre il concetto di sovranità nazionale” (36).

Donne migranti, clandestine, precarie, i cui diritti sono parcellizzati, mutilati e violati possono tracciare vie di fuga da quei dispositivi di cattura (come i CPT o le legislazioni nazionali e sovranazionali che regolano la vita attraverso la mobilità) che spesso attualizzano pratiche colonialiste. Così, le narrative femminili migranti, che espongono il paradosso esclusivista su cui si fonda lo stato-nazione, possono creare idee “di comunità e comunitario germinate dalla pratica elaborata dal femminismo di lavorare sulla differenza ma anche sulla costruzione della relazionalità” (Zaccaria, p.46).

La performatività, dunque, assunta qui come prassi di contro-narr/azione dà forma, a partire dal genere, ad un’operazione ampia e dirompente che interroga la cultura occidentale nel suo narcisismo fallogocentrico. Lo stregatto di Carroll, a cui il titolo di questo libro si riferisce, è una figurazione ambigua e potente proprio perché interroga, nelle parole di Teresa de Lauretis riportate da Liana Borghi, “l’auto-compiacimento del linguaggio referenziale e il diritto logocentrico del soggetto di parola”.

Le figurazioni del libro che agiscono sui corpi e attraverso corpi mostrano come la pelle stessa possa essere il luogo in cui narrazione e agency convergono in una prassi di resistenza. Emblematici in questo senso sono volti e membra che popolano le discusse opere di Shirin Neshat evocate nel saggio di Antonella D’Elia sui territori di guerra. Nella serie Women of Allah (1993-7) della fotografa iraniana, il corpo tatuato è allo stesso tempo oggetto dell’iscrizione all’interno di un ordine e punto di partenza di un’offensiva armata. Corpi sovrascritti, corpi s/velati e riscritti.

Ed è un corpo riscritto quello di un’Alice che, in conclusione, vorrei giustapporre alle immagini già citate e alla figura dello stregatto evidenziata da De Lauretis: si tratta dell’Alice reinventata nei dipinti dell’artista indiana Nalini Malani (serie del 2004-2005). Alice in Mumbai è uno della serie di quadri sul tema prodotti da Malani, in cui il soggetto femminile della narrazione di Carroll, trasportato tra le rovine di palazzi ridotti in polvere da attentati terroristici, cerca di difendersi dalle icone della violenza maschile che la circondano. Alice è costretta ad esplorare una grammatica dell’aggressività che interroga il senso comune e allo stesso tempo, come in Living in Alicetime, passeggia in un equilibrio precario tra anomali animali, bambole e cyborgs. La protagonista di Malani, come la lettrice del Sorriso dello Stregatto, è invitata a procedere oltre, in un viaggio d’esplorazione di sé e dell’alterità che sembra passare per l’incorporazione di quelle stesse figure spiazzanti.

 

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