Cinema italiano: "Bella addormentata" e "L'Intervallo"

Lei dorme bellissima, perfettamente composta, con gli occhi azzurri spalancati mentre la madre (Isabelle Huppert) cammina avanti e indietro insistendo con le suore “più forte, più forte”, come se le grida potessero compiere il miracolo di risvegliarla.

Oppure la giovane tossica (Maya Sansa) che voleva a tutti i costi morire, scopre di essere assistita da giorni dal medico (Pier Giorgio Bellocchio) che l’ha salvata e che ora dorme seduto accanto al suo letto in ospedale. E con un gesto di accudimento gentile gli toglie le scarpe. O ancora, la figlia (Alba Rohrwacher) del deputato ex socialista in crisi di coscienza (Toni Servillo), essendosi innamorata, comprende finalmente lo struggente abbraccio del padre alla madre in agonia.

Sono tre momenti chiave delle storie che si intrecciano nel film di Marco BellocchioBella addormentata – da qualche giorno nelle sale dopo il debutto veneziano con scia di polemiche – mentre nella clinica “La Quiete” di Udine si compie il destino di Eluana Englaro. E intanto l’Italia è lacerata da due opposte “fazioni”  che si affrontano minacciose sul corpo inerte di una donna. E certo la visione di un cattolicesimo oltranzista, più «orante che pensante», come ha detto qualcuno rammaricandosene, non lascia spazio alle accuse di “par condicio” rivolte a Bellocchio. Del resto un film non deve essere un manifesto ideologico ed è chiaro e forte il pensiero del regista che sceglie una cifra lontana dalle provocazioni. Come è chiaramente orribile il cinismo dei politici e di quanti scommettono spudorati sulla morte e sulla vita. Un bel film, secondo me, che senza scorciatoie e furbizie riflette su temi universali.

E’ cupo e derelitto, e forse anche claustrofobico, il luogo dove si svolge un altro film italiano, diversissimo ma altrettanto bello, L’intervallo di Leonardo Di Costanzo, da qualche giorno nelle sale, dopo essere stato presentato al Festival di Venezia nella sezione Orizzonti (e in questo caso giustamente premiato).

Due adolescenti che parlano in napoletano stretto sono rinchiusi in un palazzo abbandonato alla periferia della città. Lei è Veronica (Francesca Riso), una bella ragazza “tosta” e spavalda, che deve essere punita per un imprecisato sgarbo commesso nei confronti della camorra, lui è Salvatore (Alessio Gallo), timido e goffo, che con il padre gestisce un carretto di bibite e si trova suo malgrado nel ruolo di “carceriere”. Dopo lo scontro e le asprezze iniziali (soprattutto di lei) si parlano, si capiscono, si confidano sogni e paure, lasciando che il mondo fuori per un po’ scompaia. Lui le racconta di cardellini che si gonfiano quando sta per piovere e di donne punite per uno sgarro, lei mima i personaggi dei Reality, ma alla fine sono uguali, vittime innocenti e consapevoli, come uccelli che non potrebbero volare via anche se venisse loro aperta la gabbia. L’attesa e la suspense che si creano in una scena spoglia sono una prova davvero felice di regia e sceneggiatura. E la conclusione, inevitabile, drammatica, seziona con amarezza le ragioni della sopraffazione.

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