Zone d'ombra. Viaggio negli ex-manicomi italiani

Durante i lunghi viaggi e le numerose incursioni per tutta l’Italia all’interno di manicomi ormai disabitati, ho potuto riflettere sull’utilità e l’efficacia di una simile documentazione. Ho composto così una piccola cartografia intorno agli ex-manicomi di Rizzeddu (Sassari), Villa Clara (Cagliari), Prato Zanino (Genova), San Salvi (Firenze), Collegno (Torino), Sant’Osvaldo (Udine), San Nicolò (Siena) e l’Ospedale psichiatrico di Volterra. Gli spazi d’internamento e di reclusione sono stati ripresi senza invadere il silenzio di chi ha vissuto il dolore che ancora oggi è impregnato nei muri ormai in decadenza. Avere la possibilità e il privilegio di entrare in contatto con quelle zone d’ombra richiamano tutte e tutti alla responsabilità della memoria.

 

Rizzeddu (Sassari)

 

Architetture simili, e luoghi di confine all’interno delle città o nelle estreme periferie, portano tutte lo stesso stigma: rimangono a galla, come in un porto sepolto, alcuni effetti personali, valigie, lettere, scritte sui muri, e l’odore acre della polvere che si posa su tutte le cose, cristallizzandone il tempo.

 

Prato Zanino (Genova)

 

Attraverso l’arte visiva, attività che ho scelto da tempo, ho potuto indagare spazi che hanno alle spalle una biografia dolorosa e scomoda. Da ogni luogo ho voluto portare via un pezzo o un frammento, per non dimenticare e per prendermi cura – in lontananza – di chi non abita più lì.

 

Rizzeddu (Sassari)

 

Ho fogli sparsi di cartelle cliniche, abbandonate senza custodia, quaderni, una cintura di contenzione, un letto, chiavistelli, e oscure maschere che permettevano agli infermieri di spiare senza essere visti all’interno delle camere delle e dei recluse/i. Attraverso le immagini può essere ricostruita una ipotetica storia di chi ha vissuto all’interno di quei luoghi, che sembrano acquisire una quiete allagata, tipica del dopo naufragio.

 

San Salvi (Firenze)

 

Le luci bluastre sottolineano l’aspetto subacqueo e il silenzio sommerso dei fondali oceanici. Il tempo sospeso porta echi di dolore, fra coperte che ancora attendono di essere usate, e scarpe, numerose e spaiate abbandonate per tutto  lo spazio spesso tripartito e sezionato con nomi non sempre troppo decorosi: sudice – tranquille-   agitate. Queste erano le tre categorie che venivano utilizzate nel manicomio di Rizzeddu, a Sassari. Vi era un corrispettivo nei reparti maschili ma quel che più mi ha interessato è stata la “catalogazione” di quelli femminili, foriera di etichette pseudo-psichiatriche che rappresentano insulsi stereotipi in capo agli umori.

 

Rizzeddu (Sassari)

 

Grazie alle immagini  possiamo avere una visione d’insieme più completa e immediata.  L’utilità di osservare spazi in disuso che possano raccontare l’assenza di chi, dopo la Legge 180, è finalmente liber*, può essere l’occasione di ragionare sulla follia ma anche sulla relazione tra parola e immagine. Certo la maggior parte delle storie restano inaccessibili, quelle di chi non ha avuto voce e ha condotto (e spesso finito) la propria vita dentro le mura delle istituzioni totali. Così, accanto al reportage, che mostra lo spazio intatto ci si può anche servire di ricostruzioni: sia per sottolineare gli esiti veri o presunti di personagge letterarie (come nel caso di Ofelia che si staglia nella tradizione poetica-iconografica tra Shakespeare e Millais passando per l’Alice di Carroll), sia per tessere narrazioni misconosciute di chi ha vissuto realmente nei manicomi non trovando né spazio né voce. Dall’immagine originaria dunque che sia presente o letteraria, si può ripercorrere la trasfigurazione teorica del senso dello spaesamento, di quei luoghi ampi e disabitati. Un’operazione che consente la riappropriazione dell’immagine della follia nella contemporaneità.

 

Ofelia

Alice

 

Figura simbolica e potente è certamente Narcisa, ricoverata intorno agli anni Quaranta nel manicomio aretino per ben quaranta lunghi anni e di cui – negli stessi archivi – si può trovare la foto. La disarmante e lunga narrazione della contenzione e della coercizione da un lato e quella della bellezza che resiste dall’altro, corrisponde alla postura di Narcisa denominata “delle Alghe”, che al manicomio di Arezzo venivano richieste dagli psichiatri e arrivavano dall’Adriatico. Le alghe testimoniano una possibile ribellione della giovane donna denudata e punita appunto con un bagno di alghe che le ricopre il corpo.

 

Narcisa

 

 

L’urgenza di registrare e testimoniare il disastro del pensiero del fuori è il tentativo di fermare e documentare la memoria dei luoghi principali e preposti alla istituzionalizzazione della follia come piaga sociale da relegare e sopprimere attraverso una dittatura ancor più dolorosa: quella della libertà deprivata in nome e per conto di un fallimento storico esiziale come la costruzione e il mantenimento delle strutture manicomiali che non erano certo preposte alla guarigione ma bensì ad una cronicizzazione forzata della malattia mentale.

In questo senso, l’arte e la letteratura custodiscono una risorsa importante: sono gli strumenti che consentono di raccontare, trasfigurare e maneggiare vicende personali e nodi storici restituendogli la luce. Perché come aveva intuito Paul Celan, per raccontare la verità occorre dire l’ombra. Aggiungo che occorre anche saper distinguere l’ombra per riappropriarsi di un destino che appartiene ad ognuna e ognuno di noi. Tra parola e immagine.

 

www.giusycalia.net)

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3 Comments
  1. Ho presentato alla Casa delle Letterature di Roma, il 19 settembre, il mio testo: “Io come questi non ci divento – Narcisa alle alghe” che ripercorre, inventando, la possibile storia di Narcisa perché di lei, appunto, si sa che fu messa in manicomio per crisi post.-partum, che era casalinga e che il marito, dopo averla rinchiusa l’abbandonò e cedette, forse in adozione, il figlio avuto da lei. Il mio testo ripercorre tra coro, psichiatra e Narcisa (prevalentemente) atmosfere in chiave poetica (tra teatro antico e moderno), dei manicomi prima durante e dopo Basaglia . Un testo femminista in ogni passaggio, poiché, per Basaglia, i manicomi andavano chiusi e rifondati con principi attinenti il concetto di cura femminile. Per tale ragione, il personaggio psichiatra (un basagliano che ho intervistato) parla assumendo su di sé, visioni femminili del vivere prima e dopo il femminismo. Nel testo, pubblicato da La Mongolfiera, pochi mesi fa, anche foto di Narcisa
    Lo psichiatra che ho intervistato, si chiama: Luigi Attenasio, anche lui, ovviamente, reinventato, ricollocato, ma è un femminista convinto.
    Dicono che il testo sia molto bello e suscita, comunque, molte reazioni e passioni.
    Mi ha fatto molto piacere trovare nel sito della SIL che frequento dalla sua fondazione, informazioni e foto di tale periodo insieme alla narrazione e al concetto che mi trova assolutamente partecipe, poiché ne ho condiviso ogni parola, come se, parallelamente al mio faticoso lavoro, altro prendeva forma, diverso e parallelo. Ringrazio Guya per la stanza d’alghe di cui, cercando e cercando in internet, non ero riuscita a trovare né lo psichiatra aveva, tra le sue carte, traccia.
    Guya, c’incontriamo e organizziamo insieme un evento? Maria Inversi

  2. enrico

    nel 1973 parto per il servizio militare destinazione bologna,dopo un mese di servizio militare una mattina mi sveglio al manicomio di bologna ,ne ho visto di tutti i colori ma quello che mi ha fatto più’ paura è quando ho visto che di notte persone vestiti da infermieri rubavano il sangue ai ricoverati intontiti da farmaci ,sangue sicuramente che rivendevano …

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