Festa mobile a Catania per Goliarda Sapienza

Le sarebbe piaciuto. Goliarda Sapienza avrebbe riso e pianto di questa festa mobile, di questo scoppiettante e commosso ritorno nella sua città natale, nella sua amata Catania, bella e accecante. Sarebbe stata fiera del «viaggio sentimentale e letterario» che la Società italiana delle letterate le ha voluto tributare, di questo pellegrinaggio laico che ha riunito e fatto incontrare, sotto la magica regia di Pina Mandolfo, centinaia di sue appassionate lettrici. Tutte in cammino alla scoperta delle strade, delle piazze e dei luoghi che ne hanno segnato il cuore, i suoi luoghi dell’anima. Sarebbe sobbalzata di gioia nel vedere i gloriosi paladini del puparo Insanguine incrociare di nuovo le spade per amore dei propri, opposti, credi. Il teatro di via Tipografo, dove imparava a guadagnarsi la vita riparando le vesti dei suoi eroi, non c’è più. Raso al suolo con buona parte del quartiere che amava, ma i pupi, almeno quelli, sono salvi e combattono ancora.

 

E avrebbe riso divertita nell’ascoltare – per voce di un’attrice sorella, Egle Doria – il canto dedicato a piazza Duomo. Il pudore ha imposto di cercare riparo nella corte del palazzo di città per non offendere le sue parole incantatrici con la vista dissacrante della casa del «Mulino Bianco» tra le volute barocche. E avrebbe vibrato di gioia, in piazza Bellini, nel rievocare la spasmodica attesa dell’inizio dell’opera, la «Norma», quando «il maestro dava quei colpetti magici al leggio, e questo produceva un grande silenzio e da quel silenzio nasceva la sinfonia». E poi di corsa tra i suoi vicoli, alla Civita, a San Berillo, tra «le donne e gli uomini che fanno mercato di loro stessi», su per via Buda dove, bambina, la figlia dell’«avvocato dei poveri» era «popolare quasi come Jean Gabin nella sua casbah».

E ancora avanti, fino alla sua casa, in via Pistone 20, fin dentro il cortile dove trascorreva

La targa posta in via Pistone 20

le giornate scoprendo vite e mestieri, e poi in alto nel labirintico appartamento al secondo piano dove viveva con la sua numerosa famiglia e la madre, «la incomparabile donna Maria, intelligente più di un uomo». Qui la Società italiana delle letterate e Il Girasole edizioni hanno apposto una targa in memoria. Qui i nuovi abitanti della casa, alcuni trans, hanno preparato un elegante rinfresco dai colori sgargianti, i colori di Goliarda. Il rosso fuoco dell’anguria e il verde scompigliato nei vasi a testa di moro. E ancora avanti, al cinema della sua infanzia, il glorioso Mirone dove oggi è il suo sguardo intelligentee profondo e il suo corpo danzante che buca lo schermo, pezzi della sua storia e racconti raccolti con dedizione e rabbia da Loredana Rotondo.

Palazzo Biscari

E poi la granita ad Ognina e, prima del tramonto alla Plaja, la sosta pensosa e struggente nel salone principesco di palazzo Biscari dove altre donne, altre studiose, ne hanno cantato l’arte e il cuore. Quel suo essere «l’ultima artista romantica che ha fuso scrittura e corpo, arte e vita». Romantica e «scomoda, fastidiosa, imbarazzante» e per questo tenuta ai margini, misconosciuta (Elvira Seminara). Troppo grande per essere accettata. E inquietante alfiera di una rivoluzione culturale secondo cui «l’unica strada possibile per la libertà è crescere come persona, e crescere vuol dire ribellarsi, disertare l’ubbidienza a qualsiasi chiesa, attraversare il dolore» (Giovanna Providenti). Poi il ricordo dei confronti-scontri nel suo gruppo di scrittura e la passione per la politica ereditata dalla madre Maria Giudice (Maria Rosa Cutrufelli). Infine, lo struggente riconoscimento di Monica Farnetti a L’arte della gioia, «un libro dirompente che insegna a desiderare, che modifica, trasforma e scotta chi lo tiene in mano, che sovverte l’ordine delle cose e, come la Divina Commedia, porta dall’inferno al paradiso». Un libro che è un viscerale atto d’amore per la sua casa, la sua strada, la sua città, la sua isola da parte di una donna che era «sontuosamente cittadina del mondo», una donna che sapeva coniugare cosmologia e realtà locale perché qui, nella qualità delle relazioni umane, trovava la sua forza vitale.

«Qui, in questa città che è una piccola cosmologia portatile in cui convivono terra, mare, fuoco e la grande bolla d’aria satura di gelsomino e di stelle».

Le foto sono di Maria Piacente e Paola Pasetti

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La Società Italiana delle Letterate (SIL), fondata nel 1995, è costituita da circa duecento scrittrici, insegnanti, studiose di varie letterature, giornaliste, ricercatrici e operatrici culturali di diverse generazioni e provenienti da varie regioni. Siamo tutte naturalmente appassionate di libri e di storie e in quanto letterate ci consideriamo innanzi tutto lettrici.

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3 Comments
  1. Cinzia Emmi

    Suggestiva e interessante la giornata dedicata al viaggio dentro la città di Catania sulle “tracce” di Goliarda. Minuziosa l’organizzazione del viaggio curata da Pina Mandolfo sulle note delle letture ben interpretate da Egle Doria, tratte soprattutto da “Lettera aperta”. Utili i filmati piuttosto rari proiettati al Cinema King, in cui Goliarda appare nel suo splendore di attrice, nell’energia di “maestra” all’Accademia, nella concentrazione creativa di scrittrice. Un’utile esperienza di attraversamento della città di Catania e dell’opera di Goliarda. Rapida e gradevole la cronaca nell’articolo di Pinella, da cui emerge tutto il fascino dell’evento.

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