Ri-scritture d'amore

Invito a un bilancio e prima passeggiata 

 Nel 1971, in un intervento all’annuale mega-convegno della Modern Language Association statunitense che per la prima volta dava ampio spazio alle donne – o piuttosto, in cui le donne erano per la prima volta riuscite a prendersi ampio spazio – Adrienne Rich, all’interno di un discorso complesso e ricco di suggestioni, affermava riferendosi alla “sfida” lanciata dal pensiero femminista al canone (non solo letterario) in quanto codificazione di immagini e simboli potenti che rappresentano e insieme costruiscono il mondo:

Re-visione – l’atto di guardarsi indietro, di vedere con occhi nuovi, entrare in un vecchio testo da una nuova direzione critica: per le donne è più di un capitolo della storia culturale. È un atto di sopravvivenza. […] Dobbiamo conoscere gli scritti del passato, e conoscerli in modo differente da come abbiamo mai fatto prima; non per trasmettere una tradizione, ma per spezzare il suo potere su di noi.

 

Pubblicato e ripubblicato, quell’intervento ha avuto grande eco, divenendo uno dei testi seminali del femminismo di fine Novecento; per introdurre il tema di questa raccolta di saggi, che da esso prende le mosse, vorrei sottolinearne tre punti forse ovvi ma non per questo meno significativi.

1) La parola “re-visione”, in cui l’uso della lineetta, prima che diventasse un vezzo troppo frequentato e dunque a volte stucchevole, mi pare ancora espediente linguistico produttore di senso: per il riferimento a una soggettività agente che guarda “in modo differente”, in una operazione critica che si iscrive nei testi del passato e li risignifica; e per l’accento che pone sulla visionarietà, sull’immaginazione, su un investimento creativo che non modifica solo il singolo testo, ma inserendovi nuovi fili ritesse con effetti liberatori l’intera rete “canonica”, aprendo la strada a interventi successivi.

2) La frase “per le donne è più di un capitolo della storia culturale”, che segnala già lo scarto – immediatamente ribadito con forza dall’affermazione “È un atto di sopravvivenza” – rispetto a una pratica di riutilizzo e trasformazione in sé non nuova, e anzi esistente fin dai tempi antichi, con svariate modalità e motivazioni. Ad esempio in una operazione di  rinnovamento anche formale del modello, alla luce di specifiche situazioni culturali e sociopolitiche – e qui l’Eneide è sufficiente illustrazione, nella ricerca, pur nel riconosciuto legame con i poemi epici omerici, di una nuova forma epica atta a cantare il diverso ethos della romanità e a costruire una genealogia divina legittimante per Augusto. O ad esempio – non per forza in opposizione all’ipotesi precedente – in una relazione di omaggio e insieme di sfida, e penso alla tesi di Harold Bloom (1973), secondo il quale i poeti (il maschile è voluto e va inteso letteralmente, senza false derive universalistiche) sono ostacolati nel processo creativo dal rapporto inevitabilmente ambiguo con i loro precursori, fonte di ispirazione primaria e però pericolosa, in quanto può rendere debolmente derivativo il loro lavoro; da cui l’ansia che essi provano, e la necessità di staccarsi dai “padri poetici” – di ucciderli, si potrebbe dire in termini freudiani. Oppure, con più visibile e finanche esibito legame con le fonti, si pensi al volgersi di molta drammaturgia cinque-seicentesca a storie e figure del mondo classico, spesso proprio storie di grandi e sventurati amori: Enea e Didone, Antonio e Cleopatra,  Orfeo e Euridice…

3) L’invito a “conoscere gli scritti del passato […] in modo differente […] non per trasmettere una tradizione, ma per spezzare il suo potere su di noi”, perché chiede ancora una volta uno scarto rispetto al passato, e perché può prefigurare una diversa libertà di pensiero e di invenzione quando esso si sia effettuato, interrompendo una consuetudine – non senza eccezioni, ma diffusa – di sudditanza al canone culturale patriarcale, che prevedeva l’assunzione di una posizione di ricezione e interpretazione neutra-maschile, senza chiamare in gioco la sessuazione del soggetto della lettura.

Sono tre punti che evidenziano la natura fortemente politica del discorso di Rich, che mi sembra abbia messo in parola, in un momento di grande fermento culturale e sociale – gli inizi di una stagione di lotta e di pensiero di cui forse non si è ancora colta fino in fondo la portata epocale – una pratica in qualche modo inevitabile per il femminismo (o per le donne: “un atto di sopravvivenza”); sicché in varie forme l’opera di re-visione era già in atto prima ancora che lei la nominasse dandole così nuovo impulso. La sua proposta ha trovato un fertile terreno di ascolto e ha avuto seguito fruttuoso, dunque – a tanti anni di distanza e dopo tanto lavoro di pensiero e di scrittura – forse è tempo e si può provare a impostare un bilancio di quanto è stato prodotto interrogandosi sui suoi effetti. Perché un bilancio comporta sempre anche un ragionamento sul presente e chiede di guardare avanti; da qui alcune domande, cui i saggi raccolti qui cominciano appena a dare risposta, e che restano dunque aperte alla riflessione.

• La pratica di re-visione è ancora “un atto di sopravvivenza”?

• Può ancora avere, e come, un valore politico di sovversione e costruzione  simbolica?

• Può entrare a far parte, diversamente, di una tradizione di donne, questa sì da voler passare a altre donne?

In termini di valutazione di quanto è avvenuto ed è stato fatto, può essere utile ricordare un altro passaggio dal testo di Rich, significativo anche riguardo alla terza questione, che dal passato del bilancio e dal presente di una riflessione sulla validità attuale della re-visione vuole proiettarsi nel futuro – oltre la messa in questione e a soqquadro del canone, verso una sua sempre mobile ricomposizione segnata da un sapere di donne. Partendo dalla constatazione, secondo lei evidente, di come fino a tempi assai recenti le donne avessero spesso scritto avendo in mente – anche quando si rivolgevano esplicitamente a altre donne – l’ascolto e l’inevitabile atteggiamento critico maschile, Rich si chiedeva (e se così fosse stato, diceva, si  sarebbe trattato di un fatto meraviglioso):

 

siamo ora a un punto in cui questo equilibrio può cominciare a cambiare, e le donne possono smettere di essere perseguitate, non solo da “convenzioni e regole di comportamento”, ma dalle paure interiorizzate che le frenano dall’essere e dire se stesse?

 

Rispetto agli anni Settanta quando, sì, si era a quel punto di svolta, l’equilibrio è effettivamente cambiato e assai maggiore è quantomeno la possibilità per le donne di non farsi “perseguitare” da regole, convenzioni e paure interiorizzate. Senza trionfalismi – non sono tempi questi che incoraggino trionfi di sorta – e nella consapevolezza che non c’è simmetria o consequenzialità automatica tra spostamenti nella sfera simbolica e trasformazioni nella sfera socio-politica, si può dire che il bilancio è nel suo insieme positivo; anche grazie al molto lavoro appunto re-visionario, di critica e di riscrittura ma anche di invenzione, che in tanti campi è stato fatto da quarant’anni a questa parte. Un lavoro che in verità, come si è già accennato, ancor prima della cosiddetta seconda ondata del femminismo non poche poete e scrittrici e pensatrici avevano già intrapreso, almeno in parte già sottraendosi a quel paralizzante ascolto, e certamente aprendoci territori di libertà in una genealogia di intelligenza femminile del mondo – per cui  riscoprirle è stato parte del percorso. Ricchissima, e piena di spunti preziosi, è la messe di scritti nati dal confronto creativo con testi precedenti, entrandovi da una direzione critica che permettesse di “conoscerli in modo differente” e anche di produrre qualcosa di nuovo. In verità, è talmente ricca da rendere impossibile prenderla complessivamente in considerazione; ma alcuni esempi assai noti e amati sono almeno da nominare, per proporne in seguito altri in modo più disteso.

Guardando a momenti e testi significativi della tradizione occidentale, alle sue radici e ai suoi modelli, dai miti greci alla temperie culturale e politica del Rinascimento e alle opere shakespeariane, certamente vanno ricordati i “furti” di Adriana Cavarero, che interroga alle sue origini il pensiero filosofico attraverso figure di donna (Penelope, la servetta di Tracia, Demetra, Diotima) che nella sua lettura vibrano in sintonia con desideri e domande infine non indifferenti alla sessuazione che tutte e tutti ci segna; e certamente dobbiamo volgerci a Cassandra e Medea, sottratte alla follia che diversamente le caratterizza – quella profetica dell’una, condannata a non essere creduta, quella barbaramente amorosa dell’altra, maga già fratricida che uccide anche i figli – e fatte rivivere per noi più parlanti da Christa Wolf: entrambe capaci di svelare scomode verità, Cassandra nella fermezza di un lucido sguardo che sa vedere e interpretare i segni del reale, Medea straniera sapiente e emarginata che indaga i misteri e le menzogne di una società malata.

All’incrocio tra potere patriarcale e potere coloniale, incontriamo le molte interpretazioni femministe della Tempesta shakespeariana, e le sue riscritture  per mano di  H.D., Marina Warner, Suniti Namjoshi, Elaine Savory, Michelle Cliff… Vi risuonano, fantasticamente trapassando epoche e luoghi, le voci prima negate di Claribel e Sycorax, e Miranda si interroga infine sulla sua condizione di creatura del padre, sulle contraddizioni tra privilegio e sottomissione che essere bianca e donna iscrivono nella sua storia. E parlando di H.D., nell’opera di riscoperta  e valorizzazione di voci che già del passato sapevano offrire un altro quadro, certamente è importante la nuova attenzione per le sue riscritture di figure – reali o immaginarie – come Saffo o Penelope o la già nominata Claribel, e quella per Anna Banti e le sue Artemisia, Marguerite Louise d’Orleans, Violante Beatrice di Baviera. In un altro campo, certamente ci affascinano il lavoro di Orlan sul Barocco e sui modelli iconografici dell’arte rinascimentale e i “ritratti storici” di Cindy Sherman, che parodicamente si propone riprendendo famosi dipinti di Raffaello, Caravaggio, Botticelli – ma naturalmente l’elenco potrebbe variamente spaziare tra le arti, ed è molto, molto più lungo.

Vi è poi una forma relativamente recente – o piuttosto, di recente intensificatasi – di questa pratica intertestuale, quella che vede donne volgersi a testi di donne, e con quelli confrontarsi, quelli riscrivere o continuare, testimoniando così dell’avvenuta formazione e del riconoscimento di una genealogia femminile, secondo quanto chiedeva Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé sostenendo la necessità per le donne di pensare attraverso le madri (Woolf 2000, p. 91). Al proposito vorrei ricordare, seppure non davvero di riscrittura si tratti, l’esplicito richiamo di Melania Mazzucco a Anna Banti e Maria Bellonci – soprattutto in riferimento a La lunga attesa dell’angelo, su Tintoretto e la sua amata figlia illegittima Marietta, ma più in generale come maestre di narrazioni al crocevia tra  Storia e invenzione, tra biografia e romanzo. Un esempio di più diretta filiazione è Jean Rhys che ne Il gran mare dei Sargassi risponde a Jane Eyre di Charlotte Brontë, amorosamente ma anche con occhio critico, per “scrivere una vita” alla creola Bertha Mason. Sottratta alla ripugnante animalità che la caratterizza nel romanzo di Brönte, di modo che “la donna delle colonie non sia sacrificata come un animale impazzito” a favore della sicurezza della sorella inglese (Spivak 1985, p. 251), Antoinette – perché questo, ci dice Rhys, era il suo vero nome, che le viene tolto come la sua fortuna, sradicandola non solo dal suo mondo ma da se stessa – Antoinette è una giovane donna vulnerabile e appassionata che cerca invano un’appartenenza. In una crudele dinamica di conflitti psicologici e socio-politici, l’amore per Edward Rochester (ma il cognome non appare mai nel romanzo) sarà la sua dannazione, in una narrazione a più voci che parla del “bene e del male, di un viaggio misterioso da una piccola isola di nascita e libertà a una grande isola di imprigionamento e morte, dell’incubo femminile di cattura e schiavitù, e dell’archetipica lotta maschile per dominare la sessualità femminile” (Sternlicht 1997, p. 104).  Su un altro esempio, la poeta Olga Broumas che dialoga con le “trasformazioni” di Anne Sexton, già esse riproposizioni di storie molte volte narrate, mi soffermerò tra poco, ampliando il primo rapido panorama tracciato qui e cominciando anche a trattare il tema delle riscritture d’amore, più specificamente messo a fuoco negli altri contributi.

Data la vastità dell’argomento, si è infatti scelto in questo volume un taglio di attenzione centrato in massima parte su re-visioni e invenzioni femminili nell’ambito del discorso amoroso: perché donna e amore è binomio antico, consunto e vitalissimo; perché l’amore, nelle sue molte forme, innerva la vita di tutte e tutti;  perché, soprattutto per le donne, “il sogno d’amore” – di cui ha scritto con tanta intelligente passione Lea Melandri (1988) – è stato (è ancora?) estasi e perdizione. Si tratta comunque di una esplorazione parziale, considerato anche che riscritture d’amore può essere inteso quantomeno in due modi.

Letteralmente, riguarda la re-visione per parte di donne di miti, modelli, narrazioni d’amore fortemente attestatesi nella cultura occidentale in alcuni suoi momenti fondativi e rifondativi. Ad esempio, quasi alle origini, nella cultura greca e romana, figure come quelle già nominate parlando di Cavarero e Wolf, o quelle di Antigone, Aracne, Fedra, Filomela, interrogate né nostalgicamente né solo negativamente, ma piuttosto viste come prismi attraverso cui leggere il presente nelle sue opacità, durezze, conquiste; o ad esempio, più temporalmente vicine a noi, le protagoniste dei grandi romanzi dell’Ottocento e dell’opera lirica, che di amore vivono e muoiono – Anna Karenina, Madame Bovary, Marguerite/Violetta, Tosca, Butterfly… Delle une e delle altre, e più precisamente di Fedra e Filomela da un lato e di Marguerite/Violetta dall’altro, vi parlerò più avanti, come pure delle fiabe della nostra infanzia e delle loro eroine, che radiosamente vivono “per sempre felici”, o che dolorosamente scontano impossibili desideri. Fiabe che a volte da rosa si colorano in nero, o che viaggiano tra tempi e culture, attraverso rimandi e somiglianze anche non sapute, e che diventano fumetti, cartoni animati, film, videogiochi, in qualche modo riuscendo a trasformarsi e a resistere ai passaggi tra media e ai profondi mutamenti dell’immaginario – fino a quel Cappuccetto rosso sangue in uscita nelle sale proprio mentre andiamo in stampa, non a caso per la regia di Catherine Hardwicke, cui si deve la trasposizione su grande schermo del primo film della fortunata saga vampiresca di Twilight. Alle favole è poi dedicato anche “C’era una svolta” di Anna Maria Crispino, Sara Poletto e Antonietta Buonauro, riflessione a tre voci che di questo inesauribile argomento propone sfaccettature diverse, spaziando tra narrativa, poesia e cinema.

In senso più lato, si può pensare a come le donne abbiano riscritto e quasi re-inventato l’idea stessa di amore, rendendola più ricca, articolandola dentro e oltre le forme e i modi proposti della tradizione, e creando un discorso amoroso più aperto e più problematico. Perché c’è stato un lavorio di pensiero a tutto campo che ha sottoposto a critica e riformulato i termini della relazione tra donna e uomo; che ha dato parola all’amore tra donne, sia narrando storie di felici o infelici passioni, sia evidenziando quel continuum lesbico di cui parla sempre Rich (1980); che in un fruttuoso intreccio tra letteratura e filosofia ha saputo leggere diversamente anche l’amore per la conoscenza, e guardando “in modo differente” alla mistica femminile ha dato parola di donna all’amore per Dio e il divino. È una re-visione che vola oltre i testi del passato per farsi invenzione di un altro discorso amoroso (come quello in vari modi tessuto negli scritti di Hélène Cixous, che incontreremo nella nostra ultima passeggiata) e che sa vedere e praticare – non indifferentemente, ma con sapienza trasformativa – misura e eccesso, per svelare la complessità di sentimenti e passioni dove le contraddizioni diventano ricchezza, e dolore e sconfitta possono tramutarsi in guadagno.

Così le donne si avventurano audacemente anche in territori infidi: come quelli del fantastico e del mostruoso, dove ci guiderà Giuliana Misserville, che nei suoi “Amori infernali” guarda alla recente rinnovata fortuna di vampiri e sovra morti; o quelli ancor più insidiosi dell’erotismo, così pericolosamente confinanti con la pornografia, che Diana Sartori percorre in “È sempre una doppia storia”, indagando attraverso Storia di O il lato oscuro del desiderio femminile. Campo particolarmente ricco da cui attingere è il cinema, dove i modelli di coppia eterosessuale si sono più volte e rapidamente modificati e articolati (già ne parlava, come si è detto, il contributo di Buonauro), e che ha presentato, in articolazioni man mano più ricche, una varietà di rapporti tra donne, rivalità e amicizia, odio e complicità e amore – come ben ci mostrano gli “Amori al cinema” di Pina Mandolfo, da Gilda alle donne di Jane Campion e Sally Potter.

I due significati spesso si intersecano e si intrecciano, perchė è difficile che una riscrittura di testi passati non tratteggi anche una diversa idea d’amore – disincanto o riformulazione di quel “sogno” che certamente, coi suoi correlati di definizioni restrittive del femminile, informa tanta letteratura: un sogno che forse non vogliamo smettere di sognare, aprendolo però ad altre possibilità, senza farci “perseguitare” da convenzioni e paure.

Riscritture d’amore , a cura di Paola Bono, scritti di Antonietta Buonauro, Anna Maria Crispino, Monica Luongo, Pina Mandolfo, Giuliana Misserville, Sara Poletto, Diana Sartori – Iacobelli, Pavona 2011

Se ne discuterà giovedì 20 settembre alle ore 18 presso la Casa Internazionale delle Donne a Roma (Via della Lungara 19); con il coordinamento di Stefania Vulterini, ne parleranno Marina Vitale (studiosa di letteratura inglese) e Maria Teresa Carbone (giornalista, il manifesto); saranno presenti alcune autrici e la curatrice 

 

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