Un altro Afghanistan. Intervista con Monika Bulaj

L’ultima  mostra di Monika Bulaj, fotoreporter e documentarista polacca da anni residente in Italia, interessata ai confini delle fedi, ai popoli nomadi, migranti, ai corpi, ai diseredati in Europa, Asia, Africa si intitola  NUR/LUCE. Appunti afgani.  Dopo essere stata presentata a Venezia nella Loggia di Palazzo Ducale e a Roma alle Officine Fotografiche, ora  è a Trieste, all’ex Pescheria – Salone degli Incanti fino al 23 settembre, in un allestimento arricchito da nuove immagini e testi manoscritti che accompagnano le fotografie, insieme a interventi disseminati in diversi spazi della città, sui muri, sulle strade, oltre a un convegno tematico.

L’intera esposizione è un viaggio nell’altro Afghanistan: «Un viaggio solitario nella terra degli Afgani» scrive l’artista nel catalogo. «Dividendo il cibo, il sonno, la fatica, la fame, il freddo, i sussurri, il riso, la paura. Spostandosi con bus, taxi, cavalli, camion, a dorso di yak. Dal confine iraniano a quello cinese sulle nevi del Wakhan, armati soltanto di un taccuino e una Leica, fatti per l’intimità dell’incontro. Balkh, Panjshir, Samanghan, Herat, Kabul, Jalalabad, Badakshan, Pamir Khord, Khost wa Firing. Uno slalom continuo per evitare i banditi targati Talib, seguendo la complicata geografia della sicurezza che tutti gli afgani conoscono”. In questa mostra che tocca corde profonde e non lascia indifferenti gli spettatori, si mescolano insieme vita quotidiana e orrore della guerra, ci sono immagini di feriti e immagini dentro le case, incontri con donne, uomini, vecchi, bambini.

Monika: La guerra è presente di riflesso non solo nei volti dagli ospedali ma soprattutto nei volti delle persone. La vita intreccia la guerra. E’ stato difficile prendere la decisione se fotografare i feriti, il dolore, se fare foto troppo sconvolgenti, non è semplice mettere in mostra la foto di una grande sofferenza, poi la scelta è stata di dare testimonianza dell’intreccio ma misurando le immagini. Le bombe sono davvero democratiche, colpiscono tutti. Ho cercato di fare fotografie che non sono direttamente di guerra, l’unica foto di guerra è una installazione delle bambine di Herat, una scuola molto grande femminile, di adolescenti e bambine, forse la più grande dell’Afghanistan. L’installazione è fatta durante un compito di artistica, con pietre, stoffe, tessuti, colori, ho tolto i colori, l’ho fatta in b/n perché sui corpi dilaniati che le bambine avevano ricostruito, su gambe e teste mozzate non si vedesse il sangue. L’immaginario dell’orrore che accade permea anche i sogni, la vita, il pensiero, in modo continuo, di tutti. La guerra decide ogni attimo della vita a partire dalla scelta della strada di mattina, dall’orario per  mettersi in viaggio, sapendo che forse non è meglio partire per primi perché si rischia di prendersi l’ordigno che magari è stato messo di notte. E’ presente nella scelta di cosa mettersi addosso, il berretto per esempio, i costumi da scena che sono indispensabili nei trasferimenti nelle zone diverse dell’Afghanistan, che è un paese molto complesso, dove ci sono una infinità di codici, di culture. Dei modi di fare che sono illeggibili per lo straniero, però gli Afgani lo riconoscono, quindi passando da un luogo all’altro occorre cambiare gli abiti di scena, a partire dal taglio della barba, dal colore della barba, a quello dei sandali di plastica, sono dettagli che sembrano di poca importanza ma fondamentali per cercare di sopravvivere, perché gli Afgani prima guardano negli occhi e poi subito le scarpe per inquadrare la persona, e da questi primi sguardi dipende la vita delle persone. Le case, ad esempio, sono lasciate andare perché la gente ha perso la fiducia, non ha forza, non sa quanto potrà sopravvivere. Kabul è una città antica, straordinaria, ma completamente distrutta, abitata anche da gente che viene da lontano, che abita nelle case lasciate dagli altri. Questo senso di temporaneità non fa mettere legami sullo spazio urbano, si vede nei modi di gestirlo, è un effetto della guerra, ha una ripercussione tragica sulla vita delle persone. L’Afghanistan è diviso tra grandi centri urbani, ad esempio Herat, una città starodinaria, di una immensa cultura, nel passato aveva rapporti con altre città come Firenze del Rinascimento, è diventata sempre più provinciale fino ad arrivare al luogo polveroso dove noi piantiamo le basi. C’è una divisione netta tra mondo urbano e mondo dei villaggi, uno spazio immenso dove si va solamente a piedi. La speranza della vita è più grande della paura della morte, questo dà speranza a un paese distrutto da anni di guerra. Poi i corpi dilaniati. Siamo nel paese dei mutilati. Questo egualitarismo del male è drammatico. Ci sono ospedali come quello di Emergency che sono veramente fondamentali, perché lì si danno le prime cure, è importante proprio per gli afgani. Sono centri decisivi per la sopravvivenza di un popolo. Un altro è  quello della Croce Rossa Internazionale di Alberto Cairo, dove chi è sopravvissuto cerca la possibilità di imparare a camminare di nuovo con le protesi. E’ un passaggio quasi inevitabile di una grandissima fetta della popolazione, indipendentemente dall’etnia, dalla religione, dal fatto di essere una bambina che gioca con una mina, ad esempio costruita in Italia, o un pastore, un nomade,  che cammina per strada con il gregge. La guerra è anche depressione, soprattutto femminile. La paura nelle condizioni precarie, le paura del futuro nel contesto tribale in condizioni opprimenti.

Gabriella: Una sezione della mostra  è legata al tema del corpo delle donne, tu parli dei matrimoni imposti, o degli stupri, o del fatto che molte  giovani non vogliono accettare il marito deciso dai familiari e si danno fuoco, scelgono la morte, fanno atti violenti contro di sé.

Monika: Sono atti di massima disperazione, è come una epidemia che dilaga. Il tema della soggezione della donna è il primo tema da cui è stato toccato l’Occidente, proprio su questo si è deciso per l’intervento armato. Liberare le donne con le bombe. È un proposito che si intreccia con un pensiero colonialista, è arroganza voler decidere che cosa è giusto o meno in una cultura completamente diversa. Dall’altra parte c’è un mondo anche crudele, di infinita ingiustizia nei confronti delle donne, un mondo maschile dove la donna non ha diritti, e nel contesto di guerra, di violenze, della paura e del business di guerra, a me è sembrato più volte che le prime a pagare siano proprio le donne. Questa violenza si traduce in violenza contro le donne. Nelle aree tribali sotto il controllo dei Taliban c’è un ritorno alle barbarie contro le donne, alle uccisioni anche solo per aver guardato un ragazzo, magari da parte del proprio padre. Noi non riusciamo a capire da dove vengano queste leggi, da quale mondo umano vengono. La questione delle donne è dipanata tra questi due estremismi, il nostro estremismo che è profondamente contaminato da una arroganza coloniale e il mondo afghano, dove ci sono veri drammi, moltissimi problemi quotidiani, giudiziari, spesso  acuiti dalla guerra. È un mondo patriarcale, dove le donne devono accettare moltissime regole, a partire dal fatto che il marito non se lo scelgono loro. Anche se in Afghanistan esiste una cultura ricca di moltissime poesie d’amore, poesie mistiche d’amore. E’ un mondo lontano da nostro modo di guardare le cose, dalle nostre conquiste e libertà. Ma è un processo in movimento. Pensiamo al delitto d’onore per l’Italia di qualche tempo fa.

Gabriella: Una parte della tua ricerca fotografica riguarda la scuola, in particolare delle bambine. In questa mostra oltre alle immagini ci sono anche degli scritti, dei foglietti scritti a mano, a matita, che Monika ha appiccicato sotto ad alcune fotografie, come dei commenti, rifessioni, pensieri, più che didascalie. Mi ha colpito uno che diceva che c’è una grande speranza nei confronti della scuola, specie delle bambine, anche se per alcuni le bambine non dovrebbero andare a scuola, ma proprio la scolarità delle bambine è vista come grande tensione di libertà.

Monika: La scuola è la cosa più sognata. Tutti si rendono conto e  dicono  – in aree tribali o urbane, in ogni etnia –  che la scuola, l’educazione, la formazione,  è l’unico veicolo per fare uscire dalla guerra. Nelle aree difficili controllate dai Taliban, ad esempio, ci sono delle lettere notturne inchiodate sulle porte delle famiglie che osano mandare le figlie a scuola. Questo retaggio che ha conosciuto l’Afghanistan per cinque anni, durante il dominio dei Taliban, è stato proprio un genocidio culturale femminile, e sopravvive in alcune aree. Tutti, incluso i combattenti ex mujhaidin, spesso analfabeti, che hanno passato la vita a combattere, cambiando a volte anche bandiera, hanno coscienza di avere perso qualcosa. Ho parlato qualche volta con loro e tutti mi hanno detto che la loro speranza è mandare le figlie a scuola, anche in contrasto con la propria tradizione che dice che non si può mandare a scuola le bambine con i maschi dopo la pubertà. Il loro sogno era far continuare le figlie in aule separate, sapendo che dare l’educazione a una figlia è darla a tutta la famiglia, contrariamente al maschio che  segna invece un progresso individuale. La donna educherà i figli, quindi la famiglia. Anche nelle famiglie tradizionali mandano le figlie a scuola,  le madri sono analfabete, è un processo di cambiamento si innesterà in tutta la famiglia. È un’energia sommersa in un paese così ferito, è molto bello. Nei villaggi c’è una situazione molto diversa, c’è tanta paura dei fanatici che non vogliono che le bambine si istruiscano, paura per la sicurezza. Nelle città del Nord controllate dai Taliban è più difficile.

Gabriella:  Poi c’è la vita quotidiana: la donna che va dal medico sull’asino e ci mette due giorni per arrivarci, o il bambino che gioca sul carretto tra le pecore, o corre sotto la pioggia.

Monika: Questa è la forza della vita che continua ovunque, come un alberello che mette radici anche in terreni molto difficili e sterili e tuttavia riesce a far nascere le foglie. Io ho cercato di catturare queste immagini di una quotidianità invisibile. Quello che colpisce è che le persone  che vivono blindate nei loro ghetti dorati, che costano anche moltissimo, perché la guerra alimenta soprattutto se stessa, anche quei dipolmatici che dovrebbero aiutare il processo di pace, non vedono queste immagini, non ne sono consapevoli. Le immagini che arrivano sulle pagine dei giornali occidentali sono solo immagini di violenza e di guerra, sono giornalisti embedded che girano con i soldati, vivono come loro blindati e non possono accedere alla realtà.  Io ho cercato di raccontare che cosa accade fuori dai sacchi di sabbia e dai fili spinati, fuori dai muri di cemento, fuori da questa trincea che ci isola anche mentalmente. Il fotografo è sempre un po’ un ladro di immagini ma occorre anche chiedere il permesso di incontrare l’altro. La persona deve essere a suo agio, deve riflettere la sua personalità. Io posso fotografare quando sto bene, è un momento di felicità, se sto male non posso fare foto. C’è un tempo anche del rapporto con le persone, devono essere d’accordo, accordare i sentimenti. E’ un incontro spesso molto forte, coinvolgente anche con chi non conosci o conosci poco. Spesso fotografo gli interni delle case con le donne che fanno i lavori, o i bambini che parlano, o giocano, o i vecchi.

Gabriella: Hai anche cercato di raccontare un mondo mussulmano che non è visibile a noi, un mondo che ha avuto forti legami anche culturali e storici con l’Occidente.

 

Monika: L’Afghanistan è un paese crocevia d’Asia. Per secoli si sono intrecciate le strade dei carovanieri, dei trafficanti, dei contrabbandieri, degli intellettuali romantici o avventurieri. Era una meta di ricerca di noi stessi, là, nelle schegge, dei repertori ancora nascosti sotto il terreno: ci sono tracce di una cultura immensa a parire da quella ellenica, buddista, indù, zoroastriana. E’ un mondo affascinante. E’ un corridoio dove è passato tutto quello che andava verso l’Asia centrale o il sub-continente indiano. E’ anche  la culla del sufismo e di un Islam tollerante che, lì come in Bosnia, l’Occidente si ostina a ignorare, un mondo odiato dai Taliban e minacciato dal nostro schema dello scontro bipolare. Rifiutando di viaggiare con un’unità militare – ‘embedded’ – protetta da un elmetto in kevlar, ho ritrovato un mondo che dalla Maillart a Bouvier gli europei amarono e che ora, dopo dieci anni di presenza militare, abbiamo rinunciato a conoscere. Dopo l’11 settembre è stato luogo di una serie di guerre ininterrotte. Ho pensato: ora come si racconterà l’Islam in Occidente, che cosa si dirà di questo? In particolare il sufismo è una lettura mistica dell’Islam, è una strada di conoscenza di Dio mistica, diretta, derivante dal Corano. E’ vero che un sufi mi ha detto che non puoi conoscere davvero il sufismo se non sei islamico ma in Occidente si vedono solo le cose che colpiscono di più, come i Dervisci, mentre è una cultura molto presente, sotterranea in tanti luoghi, e combattuta strenuamente dai Taliban.

Una video-intervista con Monika Bulaj, da Repubblica Tv

 

 

 

 

 

 

 

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