Divorziare dalla calligrafia araba

Samira Negrouche/foto di Salvatore Angotzi

Tu sei poetessa?», le chiesi in una notte d’estate sotto il cielo di Algeri, pensando che in una società maschilista come quella magrebina, fosse mio preciso dovere declinare i nomi al femminile. «Poeta è sufficiente», mi rispose. Eludere quel suffisso mi svelò da subito la grandezza di Samira Negrouche, e la sua lucida consapevolezza nel porre la poesia al di sopra delle differenze di genere, persino in un paese dove esse hanno significato per secoli ignobili soprusi, crudeli violenze e morti senza giustizia. Tutto mi fu ancora più chiaro quando Samira m’invitò a casa sua, con la grazia e la spontaneità di chi apre una porta come si scrive un verso. Di ritorno dal Libano, la sua valigia era alle mercé dei suoi gatti, che amano trascinare i vestiti da una parte all’altra dell’appartamento. Algeri, la sera, non è città per donne. Non si cresce per strada al ritmo vorticoso di un hula-hoop, e neppure si aspetta una rosa all’uscita di scuola. Algeri è una madre costretta a sentirsi chiamare eternamente padre, una baia che respinge senza aver accolto, un’anomalia in cui essere sé stesse è già una fuga. Ma non si dovrà cercare in Samira alcun tipo di eroismo, se non quello di coltivare l’Arte in un campo minato, e raccoglierne prodigi quali versi di eros archeologico illustrati assieme al pittore colombiano Enan Burgos in Cabinet secret, partiture poetiche musicate con la cantante greca Angélique Ionatos, sceneggiature teatrali, spettacoli di danza, video installazioni e appassionate Lettere d’iris, espressione di quell’amore che s’inventa ancor prima d’incontrarlo [1].

 «Poeta algerina di espressione francese» è la definizione che s’incontra più di frequente (con pretese di esaustività) quando si cercano notizie su Samira Negrouche. Quasi a voler mettere in risalto il contrasto tra nazionalità algerina (quindi – secondo una semplificazione occidentale – araba) e lingua di un paese altro. Ma per Samira Negrouche il francese non è retaggio ‘violento’ della colonizzazione, né l’escamotage letterario di chi vuol esibire un’identità che non le appartiene. Scrivere è, per Samira, un gesto naturale e insieme un atto di rivendicazione nei confronti di una lingua che considera algerina perché radicata nel suo paese da quasi due secoli. È anche un dono, un offrirsi agli altri (a tutti) in maniera immediata, sollevando sé stessa e il lettore dal peso dell’incomunicabilità.

Il pittore mi dice i libri sono dei / segni per me non sono che dei / grafismi delle bestiole nello spazio / del mio schermo da allora ho divorziato con / la calligrafia araba ho paura che la / montagna di libri si trasformi / in onda di segni indecifrabili. [Le Jazz des oliviersCafé sans sucre, p. 70]

Francofona è, inoltre, l’opera poetica dei conterranei Djamal Amrani, Jean Senac e Mohammed Dib – così come quella del marocchino Abdel Kebir Khatibi – che Samira riconosce quali padri della sua genealogia emozionale e letteraria. Volgere lo sguardo a chi l’ha preceduta è il train d’union salvifico tra le fratture che la cruenta storia dell’Algeria ha provocato nel passaggio da una generazione all’altra:

(…) È un’anima / errante / alla ricerca della memoria / solitaria e dimentica / che crede di lavarsi / sotto le piogge di temporali / e di sangue [Ibidem, Mémoire de père, p. 17]

Conseguire l’accesso alla propria memoria de-composta, situarsi nella terra letteraria in cui hanno affondato coraggiose radici i padri, dipartirsi come un ramo da quelle stesse radici – è anche un atto rivoluzionario, che libera dalle frontiere e dalle interdizioni della cultura magrebina. Per questo Samira Negrouche è – nel panorama letterario dell’Algeria – la prima voce femminile di una poesia di liberazione, laddove le donne che l’hanno preceduta – come ad esempio Anna Greki – pur militando nel campo di una parola combattente, non sono arrivate ad affrancarsi dalle loro prigionie metaforiche e reali.

La via di liberazione nella quale si muove la poesia di Samira è disseminata di tracce di resistenza indelebili finanche nel corpo, di commiati necessari, e di semi di speranza. Così in un’Algeri in cui gli uomini si cercano su / terrazze anestetiche agli odori / di sudore e patatine fritte [Ibidem, Entre grifons et croquis, p. 26] scambiandosi nient’altro che aliti, dove poeti si posano nelle piazze / pubbliche come fantasmi impauriti e / se ne vanno su suole silenziose [ Ivi, p. 28], non resta che lo sguardo della poeta su questa rovina interminabile / di visi scomparsi / altri / inespressivi e maldestri [Ivi, p. 30].

A volte io penso che bisogna mollare gli / ormeggi veloce prendere la prima nave / il primo aereo il primo non importa / cosa giusto partire le braccia penzoloni il / cuore solitario con il sentimento che il / mondo è immenso io attraverso il / boulevard del porto sento la nave / ululare tentarmi distrarmi rischio di schiacciare un passante e mi / dico che Algeri è una maledetta puttana [Ibidem, Café sans sucre, p. 66].

Ma Algeri, che nega il bianco delle sua collina e rende inaccessibile l’azzurro dei suoi orizzonti, che vende distrazioni ma non dona nulla se non in cambio di sangue e dolore, si lascia anche attraversare – come dietro le quinte / di una casbah / abbandonata [Entre grifons et croquis, p. 31] per una germinazione di tenerezza; e sognandone da lontano il porto soleggiato, prendendo le sue strade in controsenso, la poeta ritrova l’anima della città sotto un albero risparmiato all’entrata di un / palazzo, una sera d’inverno dove / ci si ostina ancora tra grifoni e schizzi [Ivi, p. 32].

Quella che si dipana fra i versi di Samira Negrouche è un’Algeria d’Africa, stagliata fra le solitudini dei pali elettrici evocati da Léopold Senghor e gli sguardi paralizzati / sui corpi offerti / all’avventura / del passaggio [ Ibidem, Seul le poteau électrique, p. 38]; è un deserto che soffre mal di libertà, è leggenda che / si rovescia contro un mare di filo spinato [Ivi, p. 37]. Qui, Sono le mani nude sulla pelle di / cammello che battono l’ultimo addio; / le madri delle nostre terre nascono per / diventare orfane dei loro ventri e / fare dono di queste speranze che vogliono / squarciare il cielo, che si vogliono altro / destino, questo destino che non è già più loro [Ivi, p. 39]. Questo tamburo di pelle che ritma vita e morte, accompagna le barche del desiderio, mentre un ventre cresce / una larva solitaria/ da espellere / in alto    mare [Ivi, p. 40].

Ma l’Algeria di Samira Negrouche è anche quella sponda a sud di una vita imbevuta di sangue e paure, e nello stesso tempo – come una bussola impazzita –  a nord di sé stessi, bordo mutilato che guarda a rive / soleggiate di passioni futili [ Ivi, p. 41], agli innamorati sulle / panchine pubbliche che abitano polmoni nutriti di sabbia e non li vedono / riempirsi di onde, e capovolgersi, e / partire, e morire [Ivi, p. 42]. È quel passaporto troppo verde in tasche piene di negritudine [Ivi, p. 44], che porta a Dipartimenti di oltre centro / città / dove il bus numero undici / è assente / passata mezzanotte / passata Almeria / è la no-man’s land / Europa / che ti accoglie / e ti culla [Ivi, p. 45].

La geografia, a volte, è solo un punto di vista, un punto cardinale che si sposta al vento delle nostre emozioni. Dov’è l’Algeria? Troppo a oriente per riuscire a guardarla? Troppo a sud per inchinarci a baciarle i piedi bagnati di sogni? Basterebbe bere un caffè senza zucchero, ascoltando il jazz degli ulivi, per sapere che – in fondo – le strade del pregiudizio portano negli stessi mari dove affogano speranze, mentre quelle della poesia inventano il verbo, declinano somiglianze, e finiscono per condurci, tutti, all’universalità dell’amore:

C’è nel verbo poema l’idea di / fuggirti e di perdermi quando il giorno si / leva quando il giorno si addormenta quella di farti / dei discorsi sulla solitudine delle / parole e la libertà della carne c’è / in questo stesso verbo poema quello di abbassare / le vele e di amarti senza ritegno [Ibidem, Inventer le verbe?, p. 82].

 

[1] Lettres d’iris è una sezione poetica in prosa che segue la forma epistolare ed è appartenente alla raccolta À l’ombre de Grenade (Lettres Char-nues, Blida, 2006) , purtroppo non ancora edita in Italia, dove è tradotta solo una piccola parte dell’opera di Samira Negrouche.

Le traduzioni delle poesie di Samira Negrouche sono dell’autrice dell’articolo. Tuttavia la raccolta le Jazz des Oliviers è pubblicata in Italia, con il titolo Il Jazz degli ulivi, dalla Casa editrice Poiesis e nella traduzione di Annie Urselli.

Alcune tra le più significative pubblicazioni di Samira Negrouche:

Faiblesse n’est pas de dire, Éditions Barzakh, Alger, mars 2001 ;

L’Opéra cosmique, Éditions El Ikhtilef, mars 2003 ; rééd. Éditions des Lettres Char-nues, Blida, octobre 2003

À l’ombre de Grenade, Éditions A.P l’étoile, Toulouse, novembre 2003 ; rééd. éditions des Lettres Char-nues, Blida, avril 2006

Iridienne, Color Gang Édition, Collection Luminaires, Lyon, 2005

Cabinet secret, livre d’artiste avec Enan Burgos, Color Gang Édition, Lyon, 2007

À chacun sa révolution, édition bilingue français/italien, traduction de Giuseppe Napolitano, édition la stanza del poeta, Naples, 2007

Le Jazz des oliviers, Éditions du Tell, Blida, 2010. Illustrations d’Yves Olry

In italiano:

Il Jazz degli ulivi, traduzione di Annie Urselli, Poiesis  Alberobello 2011, 58 pagine 12 euro

 Di imminente pubblicazione:

Instance / départ, éditions La passe du vent,

Le Dernier Diabolo, Éditions Chèvre Feuille Étoilée

A los ciento ochenta grados, dalla raccolta omonima di testi poetici editi e inediti appena pubblicata in Argentina – traduzione e prologo di Carlos Alvarado-Larroucau, edizioni Gog y Magog 

Video-intervista a cura di Sonia Viel 

 

 

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2 Comments
  1. “Eludere quel suffisso mi svelò da subito la grandezza…”, perché mai un suffisso che indica la differenza di genere dovrebbe essere segno di piccolezza o grandezza?…Forse nella mente di ha scritto l’articolo!?

  2. Valentina Porcheddu

    Gentile Clelia,
    credo che lei non abbia letto per intero l’articolo o che non ne abbia affatto colto il senso. Altrimenti non avrebbe sentito l’esigenza di rivolgere questa domanda, con la quale – peraltro – vorrebbe attribuirmi dei pregiudizi che, se veramente fossero stati ‘nella mia mente’ (per citarla), non mi avrebbero consentito di scrivere l’articolo in questione. Cordiali saluti.

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