Autopsie piene di pietà

Ardelia, chiarisce Google, è un personaggio minore del film Il silenzio degli innocenti. E anche il secondo nome di Toni Morrison, nata Chloe Ardelia. Perché scegliere Ardelia? Cristina Rava, che sta già concludendo il secondo noir di cui è protagonista la medico legale Ardelia Spinola, non si sbottona: «Svelerò il perché del suo nome in questo secondo romanzo, abbiate un po’ di pazienza!».

È in realtà appena uscito per Garzanti Un mare di silenzio. Un’indagine di Ardelia Spinola, un romanzo composito e ben ritmato, che inizia con l’omicidio di due algerini uccisi a fucilate a Toirano, nell’entroterra ligure di Ponente. L’autrice, nata a Albenga, vive non lontano da luogo dove ha immaginato il duplice omicidio del suo noir. Abita a Cisano sul Neva, nel savonese, nella casa che era dei suoi genitori e di borghi e paesi è maestra quando mette su carta le loro atmosfere. Sposata, con una figlia di 29 anni e un marito che, dice, «è sempre lo stesso», non ha mai terminato la facoltà di Medicina. «Cosa di cui mi sono pentita moltissimo. Non so se sarei stata medico, credo che avrei preferito la ricerca, perché mi piace sapere come è costruito il giocattolo all’interno. Sono affascinata dalle neuroscienze e dalla malattia mentale, mi piace il neurologo e scrittore Oliver Sacks. Mi affascina capire come il cervello influenza la vita quotidiana, dal tono dell’umore alla nostra pressione arteriosa. E infatti più che gialli sociali scrivo trame psicoanalitiche, indagini sulla psiche umana e il mistero del male ».

Il nuovo noir di Cristina Rava comincia in un freddo pomeriggio di Capodanno, a Toirano. Ardelia Spinola, medico legale, viene chiamata per due algerini uccisi. Uno faceva il pediatra, l’altro era ancora un ragazzo. Mentre lascia la scena del delitto, Ardelia trova a terra una chiavetta USB e prima di consegnarla al giudice decide di darle un’occhiata. È sempre curiosa di capire di più di quello che potrà dirle l’autopsia che le viene affidata. Quando giunge nella sua vicina casa, accolta dagli amati gatti, la testarda Ardelia apre la chiavetta e trova un testo in arabo. Parte  un’indagine  davvero pericolosa e per fortuna che l’affianca l’ottantenne psichiatra Gabriel, scampato ai lager nazisti e legato ai servizi segreti israeliani. (Lo psichiatra ebreo vi sorprenderà sul finale).

Cristina Rava, ottima cuoca e multitasking («ho fatto di tutto, dalla contadina al negozio di abbigliamento e mentre parlo con lei, se non le dispiace, continuo a stirare anche se ogni tanto il vapore rumoreggia e ci interromperà»), ci conduce sulle strade strette di Liguria dove Ardelia si arrampica di notte con il suo pick-up Mitsubishi L200.  Ardelia assomiglia a Cristina? «Certo che sì, come per ogni scrittore. È un’indagatrice, fa le autopsie ma è animata da una profonda pietà persino verso i cadaveri e ha una passione per le indagini sul crimine e la sua origine nella psiche umana». Sarà per questo che Rava ha ora abbandonato il commissario Bartolomeo Rebaudengo, protagonista dei suoi cinque precedenti gialli, tutti pubblicati dal genovese Frilli? «Era più complicato ragionare da uomo, mettermi in panni maschili. E poi Garzanti non gradiva più un altro commissario. Allora sono entrata in grande empatia con Ardelia, già presente nei miei libri accanto a Rebaudengo, anche se solo dal secondo hanno una relazione. Nel terzo lui fa le corna e lei si infuria, nel quarto Ardelia scrive in prima persona, mentre nell’ultimo prima di questo scrivono un capitolo per uno e poi lui va in l’America per un corso di aggiornamento». Ma allora è Rebaudengo il fidanzato che sta in America e di cui Ardelia parla nel Mare di silenzio senza mai farne il nome? Rava lo ha liquidato?  «Credo di sì, vedrete nel prossimo libro».

Per la sua dottoressa ha studiato molto e si è documentata anche sulle competenze legate al vivente (soprattutto traumi e patologie del lavoro) perché «la mia Ardelia deve essere un personaggio completo e credibile». Circa vent’anni fa, Cristina si è anche pubblicata a proprie spese un libro di racconti in chiave magica, perché ha sempre desiderato scrivere. Ligure di padre, di madre occitana nata a Briga alta, un paese piemontese del cuneese, Cristina ha scelto di debuttare con storie di masche (streghe) e folletti.

«Poi ho conosciuto Agnese Belluati, una maestra di Toirano che aveva salvato i suoi concittadini da un rastrellamento tedesco, memoria vivente della propria comunità, di cui conosce tradizioni e antichi riti contadini. È nato I giovedì di Agnese. Donne in guerra, una mia intervista a lei, diventata libro nel 2006 già con l’editore Frilli. L’anno dopo ho messo al mondo il piemontese Rebaudengo, nato a Ceva, provincia di Mondovì. Ardelia invece è genovese».

Come è arrivata a Garzanti? «Le case editrici non leggono manoscritti, inutile illudersi. Un giorno stavo presentando Se son rose moriranno a Alba con lo scrittore tedesco Veit Heinichen pubblicato in Italia da e/o. E lui mi ha chiesto: Cristina hai un’agente? Ne avevo incontrato, ma non erano state esperienze piacevoli. Heinichen allora mi ha mandato da Silvia Meucci. Lei ha fatto un gran lavoro di raffinazione ai miei testi, avevo una scrittura didascalica. Il lettore non è stupido, non ha bisogno che gli spieghi, basta che racconti, mi ha insegnto Silvia».

Ora la sua scrittura è fluida, leggera. «Non trapela l’ansia, la fatica del dilettante, il non saper risolvere i problemi narrativi. Ho imparato l’umiltà. Quando cominci ti senti Leopardi. Sul triciclo siamo tutti piloti! Eviti le critiche, ti fanno male, ma senza patimento non trovi le risorse… Per me Silvia Meucci è stata una splendida allenatrice, un trainer ti deve anche insultare, così o cresci o abbandoni. Accetto le fustigazioni perché sono una perfezionista e l’idea di poter migliorare mi piace. La critica è come uno specchio… in una casa senza specchi ci potremmo immaginare come una splendida ragazza, no? Ma non serve».

Chi sono i suoi maestri di noir? «Margherita Oggero  e Alicia Giménez Bartlet che uniscono le capacità investigative all’umanità. Poi Camilleri, il suo patois, la sua filosofia di vita, Veit Heinichen, Marco Vichi con il suo commissario Bordelli , Mankel che non ha indulgenza con il pulp come del resto Bruno Morchio, di cui sono amica e che mi ha sempre dato una mano.E poi davanti a tutti Simenon, Maigret e tutti gli altri romanzi».

Dalla sua provincia si è spinta verso il sud del Mediterraneo. «Ho scritto la storia di due arabi laici in un mondo in cui sembrano aver voce solo gli integralisti e i fanatici. I gialli un tempo erano giochi da salotto in cui borghesi aspiranti aristocratici volevano capire il più presto possibile chi è l’assassino. Vedi quella reazionaria di Agatha Christie. Ottima giallista, ma io preferisco i giallisti di oggi che raccontano il mondo e ne vedono persino le ingiustizie».

Mercoledì 10 ottbre ore 18 libreria Ubik di Savona. Giovedì 11 ottobre a Cuneo, Mondovì ,

Cristina Rava, Un mare di silenzio. Un’indagine di Ardelia Spinola , Garzanti   2012pag.298, euro 16,60

I libri precedenti di Cristina Rava sono tutti pubblicati dall’editore genovese Fratelli Frilli:

I giovedì di Agnese. Donne in guerra (2006)

ll commissario Rebaudengo. Un’indagine al nero di seppia (2007)

Tre trifole per Rebaudengo. Un’indagine a Alassio (2008)

Come i tulipani gialli (2009)

Cappon magro per il Commissario (2010)

Se son rose moriranno, (2011)

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