Elsa Morante, una donna estrema

Prende il titolo da un verso della poesia Alibi, pubblicata nella raccolta omonima – una frase poi ripetuta nell’ultimo romanzo Aracoeli – la biografia di Elsa Morante La fiaba estrema, di cui è autrice Graziella Bernabò: «Ho scelto questo titolo soprattutto perché restituisce una figura di donna e poeta che si consegna alla vita e alla scrittura al di fuori di ogni schema. Una fiaba estrema per una donna estrema. Cioè lei, Elsa». «Nella Poesia Alibi», ricorda Bernabò, che in precedenza si era dedicata tra l’altro alle opere di Antonia Pozzi, «compare la figura idolatrata di un giovane uomo, un rappresentante di quel maschile efebico in cui, secondo la mia interpretazione, si profila quel motivo del materno che caratterizza la scrittura di Morante. Motivo del materno che trova un’esplicitazione drammatica nell’ultimo romanzo, Aracoeli, che a differenza di molti considero il suo capolavoro».

Come si potrebbe definire la sua biografia?

«Il mio è un viaggio attraverso la scrittura di una donna che esprime un universo femminile. Seguo il nodo madre/figlia, ma anche figlio, da cui si diparte tutta l’opera, tutta la sua costruzione letteraria»

Il primo capitolo, come è naturale, è dedicato alla giovinezza di Elsa. Lei mette ordine in molti fatti, eppure rimane molto di misterioso.

«Sono partita da quello che c’era. Prima di tutto le memorie pubblicate dal fratello Marcello, Benedetta maledetta. Elsa e sua madre, in cui erano rivelate alcune gravi problematiche della famiglia Morante. Molto importanti sono stati anche i colloqui con la sorella Maria. Lei è nata dieci anni dopo, Elsa era nata nel 1912 e se ne era andata via di casa a diciotto anni. Si tratta quindi della memoria parziale di una bambina che può non avere compreso del tutto i fatti a cui ha assistito.  In ogni caso è una testimonianza preziosa.  Per esempio nel ricordare il legame di Elsa con la madre, soprattutto nei primi anni, quando tornava a casa regolarmente, con gioia. Come quando arrivò con un enorme albero di Natale, così grande che dovettero lasciarlo fuori dalla porta»

E le tracce lasciate da Elsa?

«Ho utilizzato, per esempio, certe sue pagine pubblicate su Oggi, su cui negli anni ’39-’40 tenne la rubrica “Giardino d’infanzia”. Lì racconta di sé stessa bambina: sono pagine utili per entrare nella sua fanciullezza. Importantissimi i diari, soprattutto il resoconto di sogni Diario 1938 (Lettere ad Antonio) e alcune annotazioni ai suoi manoscritti. Molto interessanti sono anche i sogni di Elsa annotati da Adriano Sofri negli appunti relativi al tempo in cui lei era ricoverata in clinica, pubblicati in Festa per Elsa. Lei sognava molto la madre. Una figura con cui nella vita non ha mai fatto i conti fino in fondo. E naturalmente sono di grande rilevanza le annotazioni ai manoscritti delle sue opere e le lettere finora pubblicate. A parte qualche anticipazione, non ho però avuto accesso all’epistolario curato dal nipote Daniele Morante, che sta per uscire».

Un problema della vita di Elsa Morante è stata la presenza di due padri?

«Sì, c’era un padre finto, il marito della madre, Augusto Morante. Un siciliano che, impotente, chiese alla moglie Irma di non lasciarlo, di non chiedere l’annullamento del matrimonio. Per ottenere questo acconsentì che lei avesse figli, cinque (considerando anche il primogenito, morto poco dopo la nascita), con un altro, Francesco Lo Monaco. anche lui siciliano. Un uomo bello, simpatico e molto superficiale, che andava a trovarli circa una volta al mese. Una storia tremenda. Anche per il disprezzo con cui Irma prese a trattare il marito, con cui convisse tutta la vita».

Elsa amava il suo padre naturale?

«Lei era la figlia più grande, fu la prima a sapere la verità sul padre naturale. Per certi aspetti lo detestava, ma fu molto colpita quando, nel 1945 con qualche ritardo, la famiglia venne a sapere che Francesco si era ucciso con un colpo di pistola. Le sue annotazioni a questo proposito, presenti nel manoscritto di Menzogna e sortilegio, testimoniano momenti di profondissima malinconia.  A riscattarla, a farla uscire da quello stato, fu il forte desiderio della scrittura».

Lei riporta quello che racconta Alberto Moravia, che Elsa in gioventù si è prostituita, ma non aggiunge altro.

«Renzo Paris dice che Moravia ne parlava, precisando però che erano «amori a pagamento, ma non professionali”. La stessa Elsa ne ha parlato a Enrico Palandri, come lui mi ha testimoniato quando l’ho incontrato. Ma, se su questo posso dire che le due testimonianze combaciano, per ora, non sono in grado di aggiungere altro. Tutto il periodo in cui Elsa andò via di casa, tra il 1930 e il 1937, è piuttosto misterioso. Lei era poverissima, viveva in squallide camere ammobiliate e spesso faceva letteralmente la fame».

La vita sentimentale – e anche sessuale – di Elsa Morante, non fu semplice né felice. Non è facile raccontarla.

«Lei, una donna libera, non parlò tuttavia molto di sé ufficialmente, anche se le sue opere sono intessute delle sue vicende, magistralmente trasfigurate. Sappiamo del matrimonio con Alberto Moravia, un uomo che lei pensava non la amasse e che le è stato sempre infedele, anche se hanno vissuto insieme per venticinque anni».

Poi ci furono gli amori per gli uomini giovani e/o omossessuali

«Sappiamo dell’amore per Luchino Visconti, su cui circolano fin troppe leggende. E sappiamo di Bill Morrow, il giovane pittore di 23 anni definito da Adele Cambria, che lo conobbe, “somigliante, in bello, a Alain Delon”. Il giovane per Elsa fu una specie di incrocio tra un amante e un figlio. La sua morte – cadde da un grattacielo a New York il 30 aprile 1951 – fu una tragedia. Anche perché lei la interpretò come un suicidio. Carlo Cecchi, l’attore-regista suo grande amico, che mi ha parlato più volte e a lungo di lei, mi ha detto che questo tragico evento “la gettò nella disperazione e nell’orrore di vivere”».

Il giovane androgino è una figura ricorrente della narrazione di Elsa Morante.

«Certo, dai racconti giovanili a Menzogna e Sortilegio, a L’isola di Arturo, ad Aracoeli. Per non parlare delle poesie di Alibi. Come dice la sorella, lei amava il femminile dell’uomo. E il tema percorre tutta la sua opera inquietante e complessa: lì, tra i testi e le diverse stesure, possiamo seguirne le tracce. Più difficile ricostruire in modo preciso questo aspetto sul piano biografico. Ci sono dei vuoti. Quando si potranno leggere tutte le lettere, forse si potrà capire qualcosa di più».

Chi era la madre di Elsa? Perché è così importante?

«Irma Poggibonsi era una donna ebrea, colta, socialista, che aveva scritto sulla rivista Il cimento, soprattutto sulla questione femminile. Capì da subito il genio della figlia, che scriveva filastrocche, fiabe e raccontini fin da bambina. Irma portò i suoi scritti alla rivista “I diritti della scuola” e al “Corriere dei Piccoli”, le spianò la strada. Certo fece un terribile compromesso con il marito, mettendo i figli in una posizione insostenibile. Elsa se ne andò di casa, oltre che per dedicarsi totalmente alla scrittura, anche per il disgusto».

Perché pensa che Elsa Morante non abbia fatto i conti con la madre?

«Da un certo momento in poi non l’ha considerata adeguatamente, l’ha sempre più allontanata da sé. Anche se andava a trovarla una volta al mese a Viterbo, dove era ricoverata. In Aracoeli la figura della madre viene sdoppiata. C’è l’incanto, la melodia di Aracoeli giovane, ma c’è anche l’altra in cui si è trasformata, una strega. Temi inquietanti».

Come si scrive la vita di una donna pubblica ma poco presenzialista come Elsa Morante?

«Nel costruire questa biografia, oltre all’utilizzazione di tutte le possibili fonti scritte, ho cercato tutte le testimonianze che ho potuto ottenere, e mi sono attestata sui fatti su cui esse combaciavano. E poi è vero.  Elsa Morante non compare molto sulla scena pubblica. A casa sua, a via dell’Oca, si incontravano in molti, discutevano, si confrontavano e certo Elsa non taceva il suo pensiero, stimolava la discussione. Poi erano altri, come il suo amico carissimo Pasolini, a scrivere sui giornali.  Anche per lei vale quello che dice Carolyn G. Heilbrun dello “scrivere la vita di una donna”, e che, come gruppo di ricerca sulla “storia vivente” della Libreria delle donne di Milano, usiamo come metodologia di base. Per “raccontare” una donna, contano le relazioni».

Graziella Bernabò:

La fiaba estrema. Elsa Morante tra vita e scrittura, Carocci 339 pagine, 24 euro, Roma 2012

Per troppa vita che ho nel sangue. Antonia Pozzi e la sua poesia, Ancora, 368 pagine 24 euro

recensione di Goffredo Fofi sul Sole24ore 24 agosto 2012

Elsa Morante, Opere, a cura di Carlo Cecchi e Cesare Garboli, I Meridiani, Mondadori Milano 1988-1990   Vol. 1°: Menzogna e sortilegioL’isola di ArturoAlibiLo scialle andaluso, Appendice da Il gioco segreto; Vol.2°: Il mondo salvato dai ragazzini, La Storia, Aracoeli, Pro e contro la bomba atomica e altri scritti, Lettere ad Antonio (nuovo titolo di Diario 1938)

Marcello Morante, Maledetta benedetta, Garzanti  136 pagine Milano 1986

Goffredo Fofi, Adriano Sofri (a cura di), Festa per Elsa, Sellerio Palermo 2011 204 pagine 14 euro

Renzo Paris, Moravia. Una vita controvoglia, nuova edizione ampliata, Mondadori 323 pagine10,40 euro Milano 2007

Carolyn G. Heilbrun, Writing a woman’s life, The Women’s Press Ltd. revised 1997, 144 pagine 8,94 euro. Edizione Italiana Scrivere la vita di una donna, traduzione di K. Bagnoli, La Tartaruga, Milano 1990 172 pagine 10,33 euro (esaurito)

 

 

 

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4 Comments
  1. gianna

    Ciao Bia, letto l’intervista e il libro. Ma possibile che non si dica niente delle relazioni con le donne, anche sessuali, di cui lo stesso Fofi lamenta la mancanza nella sua recensione? perchè c’è ancora questa cultura catto-codina su questi aspetti della vita, si sdogana sesso a pagamento, amori per i giovani e non l’omosessualità. e non mi si venga a raccontare che no! mamma mia! cosa dice! nei suoi romanzi e poesie ci sono troppi indizi che non si possono ignorare. Forse censurare ma la rimozione urla più del silenzio.
    A presto
    Gianna

  2. biasarasini@gmail.com

    Cara Gianna, a quale recensione di Fofi ti riferisci? Non mi pare che abbia parlato di questo, sul Sole24ore. Non so se c’è una censura, di sicuro molta prudenza, come dire, storiografica. Mi è stato detto che alcune persone, donne in particolare, non hanno risposto a ripetuti inviti di incontro. Quindi di alcuni aspetti della vita di Elsa non ci son riscontri che permettano un racconto, almeno per ora. Certo, ci sono le opere, e le interpretazioni. La discussione, che fai tu giustamente, è aperta

  3. Bruno

    C’è uno scritto di Elsa Morante che parlava di mussolini e delle persone che si era circondato, ma non riesco a trovarlo, se potessi sapere sotto quale titolo si trova mi interesserebbe. Grazie

  4. rosa

    una Elsa Morante
    d’annata e di sconcertante attualità

    “Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di
    delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la
    condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perché
    il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per
    insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e
    tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle
    sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto
    che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il
    dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie
    sempre il tornaconto.
    Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile
    effetto , è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo
    onesto, sarebbe stato tutt’al più il leader di un partito di modesto
    seguito, un personaggio un po’ ridicolo per le sue maniere, i suoi
    atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della
    gente a causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il
    capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano.
    Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza
    credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di
    famiglia, ma con numerose amanti; si serve di coloro che disprezza, si
    circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile,
    e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un
    proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole
    rappresentare.

    “Elsa Morante, il testo, del 1945, si riferisce a B.Mussolini…

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