Un velo di silenzio fitto di ricami

Franca Viola aveva sedici anni e la quinta elementare quando nel ‘65, ad Alcamo, rifiutò di sposare il suo stupratore, Filippo Melodia, un picciotto in odore di mafia. Il suo gesto contribuì in modo determinante all’abolizione, nel 1981, dell’articolo 544 del Codice Rocco che estingueva come reato stupro e rapimento col matrimonio riparatore. Divenne un’icona del femminismo nascente, amata nel continente ma trattata come un’appestata nel suo paese, dove si è sposata e ha scelto di continuare a vivere nel silenzio più assoluto, comparendo di rado e rifiutando lauti compensi per essere intervistata.

«Non sparate, lasciatelo stare, è già mio marito!».

E’ il suono del suo silenzio interrotto dopo otto giorni di sequestro. E’ la sua voce che urla ai poliziotti con le pistole puntate in aria, mentre scarmigliata e “con le pianelle fradice d’acqua”, viene trascinata dal suo sequestratore per i tetti delle case del vicolo dove era tenuta prigioniera. Poi di nuovo silenzio. Lungo, impenetrabile.

«Un silenzio assordante» che al sud può essere parola, grido, forma di resistenza. Di esistenza quando il rischio della parola è troppo alto e ne va della tua vita. «Un modo per difendersi da una tripla segregazione: dei padri/fratelli (il maschio); di Iddi (la mafia); della straniera razza padrona che si sono mangiati l’isola d’accordo con iddi (il colonizzatore)…. Un silenzio cercato, voluto  per evitare le invasioni di coloro che vogliono avere il possesso delle nostre vite» scrive Beatrice Monroy in Niente ci fu, il  libro in cui racconta questa storia.

Un velo di silenzio fitto di ricami steso sul corpo con le proprie mani per rendersi invisibili. Tale è l’immagine della copertina: «Diventare un’ombra che si muove lesta in mezzo ai lupi». Per dimenticare ed essere dimenticata. Niente ci fu.

O forse per ingannare? O invito a farsi scoprire, ad  avvicinarsi e immaginare cosa c’è dietro. Doppiezza del velo.

A Franca Viola hanno dato voce registi, attrici, sociologhe, giornalisti e giornaliste. Esemplificazione di emancipazione femminile è stato definito il suo gesto.  Un’eroina,  una ribelle, la ragazza che disse NO.

«Tirata di qua e di là … E’ mia, no è mia … Tu sei la preda … Oggetto di una guerra, cosa, trofeo da esibire per dimostrare la propria potenza o per una battaglia civile».

Qual è la vera  voce di  Franca?

«La tua vita non ti appartiene. Sono altri ad avere deciso per te … perché così conveniva».

Il padre:  «io mia figlia a quello non la do»; l’avvocato: «ora ci penso io a te», il carnefice: «statti chiusa»; il commissario:  «ma lo sai, Francesca, che Filippo è un malacarne?»;  Iddi: «sta ragazza mandiamola a sposarsi col vestito bianco».

La madre:  «niente ci fu».  Asciugandole gli occhi umidi col fazzoletto. Unico gesto di compassione per il suo dolore.

Il dolore del suo corpo violato per otto giorni.

«Vorresti non avere quel corpo che ti fa tanto soffrire»

Di questo nessuno ne ha parlato.

«Vorresti raccontare ma parole non ne hai. Ce ne sarebbero tante ma non ti viene in mente neanche una».

O forse Franca ha parlato come si fa al sud, con un gesto, quando dopo ottanta  giorni di silenzio è uscita di casa a piedi scalzi per seguire la processione «dietro la Madunnuzza». Come a significare: «sono pura per grazia ricevuta».

Poi di nuovo  muta. Di nuovo invisibile.

«Dove sei Franca? Dove stai nascosta?»

Quella frase gridata ai poliziotti lasciatelo stare è già mio marito era forse quello che Franca voleva? Non lo sapremo mai.  Possiamo solo immaginarlo. Perché è probabile che Franca, come molte ragazze della sua età vissute in paese negli anni sessanta, volesse solo una vita normale, innamorarsi, scegliersi il marito, i regali da mettere in mostra nel salotto per i parenti , sposarsi con l’abito bianco.

«Né sappiamo se ti consola il fatto che il tuo sacrificio è servito per altre donne senza nome, vittime della tua stessa sorte».

Non sapremo mai la storia, quella vera, davanti a Franca che ha preferito stare muta.

«La verità’?  E’ nel fondo del pozzo …»

La storia di Franca possiamo solo immaginarla tra gli spazi vuoti che il velo fitto di ricami steso sul suo corpo lascia a tratti intravedere, sapendo che la verità è nel fondo del pozzo, che possiamo cadere nell’inganno. Per intravedere senza strappare il velo con violenza, senza volere cancellare l’Altra, possiamo solo avvicinarci con sguardo compassionevole. Come si guarda un armaluzzo ferito.

Uno sguardo dal di dentro.

«Ruotare il punto di vista, imparare la propria alterità».

Serve immedesimarsi, passare attraverso il corpo dell’Altra. Chiamarci tutte Franca Viola.

»Sul corpo avvengono molte cose in questa storia, un corpo prima segregato e poi segreto, è attraverso questo corpo che avverranno i fatti di cui narriamo».

Perdersi nell’Altra.

Perché in un luogo geografico dove il gesto, il silenzio è più significativo di mille parole dette; in un luogo dove la taliata “lo sguardo appiccicoso come colla poggiato sul corpo” rende abituale farsi invisibili, per dominio o per scelta, «la storia, la nostra, quella vera … l’abbiamo imparata a forza di tendere le orecchie ai sussurri … Sappiamo parola per parola nelle carni e nella paura».

Possiamo solo sederci sulla sponda del “lettone conzato in mezzo alla campagna”  sul quale Franca ha aspettato per otto giorni il suo carnefice, prenderle la mano e tendere l’orecchio a un suo sussurro, ad una  mezza frase.

«Esplorare i silenzi».

E provare a raccontare .

Come fa Beatrice Monroy.

»Delle nostre vicende ci sono sempre tante letture e dove ci crediamo libere c’è spesso qualcuno che ci sta manovrando … Solo quando saremo finalmente disorientate, perse, allora le nostre voci balbettanti (voce spezzata e bocca cucita) diventeranno un luogo di lotta … geograficamente ben posizionato».

Beatrice Monroy, Niente ci fu, la meridiana Molfetta 2012, 112 pagine 13,50 euro

Una cosa chiamata ragazza. Elisabetta Cinà intervista Beatrice Monroy al teatro Ditirammu.

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