Simone Weil. Parole al di sopra del cielo

Il testo è frutto di una conversazione sul saggio La persona e il sacro di Simone Weil  con Maria Concetta Sala che per  Adelphi ha tradotto e curato della stessa autrice anche la raccolta di lettere e scritti  Attesa di Dio (2008).

Ciò che mi ha colpito del saggio, rigoroso, “lucido e mai consolatorio” come l’autrice, così Angela Putino definì  l’indomita Simone Weil, è la straordinaria attualità di applicazione. Può esser considerato infatti  «una dichiarazione degli obblighi verso l’essere umano per coloro che intendono esercitare un potere», come scrive nella postfazione Giancarlo Gaeta.

 Simone Weil scrive La persona e il sacro a Londra, nel ‘43, poco prima di morire, quando il suo pensiero ha raggiunto il massimo della maturità, anche sul piano della prosa filosofica. Ma questa prosa cristallina, se da un lato cattura, dall’altro, per coglierne il nocciolo, richiede da parte di chi legge un ulteriore lavoro di riflessione su di sé. Pertanto, per facilitarne la comprensione,  è importante sapere che il saggio ha un fine pratico: è la risposta di Simone Weil alla questione posta dai progetti per la nuova Costituzione francese, in preparazione in vista del dopoguerra, progetti che fortemente risentono del personalismo dei pensatori cattolici impegnati a conciliare la nozione di diritto con quella di persona umana. In quei progetti, come anche nella Costituzione italiana, un posto rilevante – esclusivo ed escludente – è occupato infatti dal concetto di persona, dalla sua valorizzazione; e dal diritto come unica fonte di bene.

Di fronte ai guasti prodotti dal socialismo dei soviet, dallo stalinismo e in generale dagli esiti della concezione materialistica dell’esistenza di origine marxista, che di fatto hanno finito col mercanteggiare su tutti gli aspetti  della vita, in particolare sul lavoro  – Simone Weil propone una sua filosofia politica che non vuole negare l’importanza dei diritti e della persona, ma ne rileva il limite.  Così come rileva al contempo i limiti di un pensiero rivolto esclusivamente al sociale – che Simone Weil definisce «luogo dell’illusione, del prestigio» – fondato sull’ “assenza di Dio” e sulla cancellazione del sacro. E di una politica che esplicandosi esclusivamente in ambito sociale, esclude la parte spirituale di ogni individuo, i bisogni dell’anima, che Simone Weil chiama vitali, altrimenti definita «vocazione soprannaturale che opera segretamente e silenziosamente». Una questione decisiva per Simone Weil, infatti, è la capacità di trascendere l’esperienza, come far sì che il soprannaturale possa circolare nel tessuto sociale per nutrire i rapporti umani.

Per fare questo formula una riflessione più radicale anzitutto sulle parole, cominciando col sostituire al termine persona – dal latino  maschera, convenzione, apparenza – quello di essere umano nella sua interezza: braccia, occhi, corpo, pensieri, una singolarità nella quale c’è qualcosa di impersonale, non attinente alla persona, che Simone Weil chiama appunto sacro, e che ha origine nell’esigenza profonda di ogni cuore umano di aspettarsi del bene.

Sono beni la verità,  la bellezza, l’amore, la giustizia. Ma l’attuale sistema democratico, essendo interessato solo allo sviluppo della persona,  ha perso il senso del sacro, e parole come  verità,  bellezza, amore,  giustizia risultano «disagevoli».  Diritto, persona, collettività, sociale, «parole della regione mediana, sono più comode» in quanto hanno la pretesa di offrire del «bene a basso costo». La nozione di diritto legato alla persona ha per Simone Weil qualcosa di commerciale in quanto rimanda alla spartizione, alla quantità, allo scambio e «si regge soltanto su un tono di rivendicazione» che può abbassarsi fino a diventare invidia.

E fa l’ esempio del lavoro.

Si parla di condizioni dei lavoratori solo in termini di diritto e di salario dimenticando che «l’oggetto su cui si mercanteggia… altro non è che la loro anima». E’ questa la «funesta farsa che ha messo in scena il movimento operaio, con i suoi sindacati, i suoi partiti, i suoi intellettuali di sinistra».

E continua, implacabile: «Il lavoro fisico, esattamente nella stessa misura dell’arte e della scienza implica un contatto con la realtà, con la verità, con la bellezza di questo universo… svilire il lavoro è un sacrilegio esattamente nello stesso senso in cui è un sacrilegio calpestare un’ostia. Se coloro che lavorano lo sentissero … la loro resistenza avrebbe tutt’altro slancio rispetto a quello che può fornire il pensiero della loro persona e del loro diritto…». Non sarebbe un atto di rivendicazione ma  «un sommovimento dell’intero essere» e insieme «un grido di speranza». Per natura, inoltre, il diritto è dipendente dalla forza come unica regolatrice dei rapporti umani. Lontana da quel tipo di forza che è anelito, tensione verso il bene, verso la giustizia.

«Ciò che mi fai non è giusto» è diverso dal dire «non hai il diritto di farmi questo». Non ha legame con l’amore come ce l’ha la giustizia.

La giustizia secondo Simone Weil consiste nel vigilare che non sia fatto del male agli uomini. Ogni essere umano nel profondo del suo cuore si aspetta del bene.

«Perché mi viene fatto del male? è il grido silenzioso che risuona nel segreto del cuore degli sventurati e sgorga da un contatto col dolore». Il dolore di Cristo sulla croce, tant’è che gli sventurati vengono definiti poveri cristi.

Scrive a tale proposito Simone Weil: «La sventura predispone l’anima a recepire avidamente, a bere tutto ciò che dal cielo proviene» attraverso parole che esprimano del bene allo stato puro. Gli sventurati dunque sono vicini al senso della bellezza e della verità ma non sanno come pervenirvi, perché sono nella stessa condizione di coloro a cui è stata mozzata la lingua e che dimenticano la loro infermità, per cui col tempo diventano incapaci nell’uso del linguaggio. Dall’altro non sono compresi da coloro che parlano per conto loro «in quanto estranei alla sventura che interpretano».

Se si vuole dunque fare loro del bene, bisogna  «mettere loro in bocca solo parole che hanno la propria sede nel cielo, al di sopra del cielo». Valori come democrazia, diritto, persona non procurano loro alcun bene. Ma serve  anche capacità di ascolto, di attenzione. Ritrarsi per fare spazio all’altro. Dare all’altro la possibilità di esistere.

Il punto è creare le condizioni perché le parole di verità degli sventurati possano essere espresse. E ciò non dipende solo dalla quantità di libertà a disposizione di ciascuno/a.  A chi ha il potere è fatto obbligo di rispondere al grido «perché mi viene fatto del male?» non in termini di diritto, ma di rispetto. Per questo si può contare non su uomini di talento, sulle personalità  o sui partiti, ma su coloro che vivono nel regno dei beni impersonali:  gli umili, i santi.

Parole affatto consolatorie. Non a caso il pensiero di Simone Weil è stato definito “perturbante” seppure la filosofa non faccia alcuna concessione a Freud.

Il saggio si conclude con un invito ad inventare istituzioni nuove destinate a mettere al centro il bene impersonale, il rispetto del sacro che è in ogni essere umano, al fine di «discernere e abolire» tutto ciò che lo soffoca, e cioè «l’ingiustizia, la menzogna e la bruttezza».

 

    Abbiamo conversato a lungo su questo invito di Simone Weil, che non dà alcuna indicazione in proposito, limitandosi a dire che le nuove istituzioni sono “sconosciute”.

    Ci siamo chieste se la radicalità del femminismo delle origini e l’invenzione di nuove pratiche (partire da sé, relazione duale, affidamento, riconoscimento di autorità), potessero rappresentare una risposta. Ma Simone Weil parla di “istituzioni”. Qui sta il punto non risolto del femminismo di oggi. Non a caso il dibattito scaturito a seguito del recente incontro a Paestum “Primum vivere” ha concentrato gli interventi sul rapporto tra movimento e istituzioni, e le giovani hanno pronunciato la parola “giustizia”. Il saggio in questo senso rappresenta sicuramente un’ottima guida pratica.

   Ma qualcosa dentro le istituzioni ci è parso vada già nella direzione auspicata da Simone Weil.

 Ci riferiamo al recente appello della nuova sindaca di Lampedusa e Linosa Giusy Nicolini a proposito degli ultimi ventuno cadaveri di “sventurati” annegati nella traversata e a lei consegnati.

L’appello “grida” giustizia e amore, l’insopportabilità del fardello di dolore a cui la sua isola è sottoposta, dovuta anche all’impossibilità di seppellire tutti per mancanza di loculi. Si chiede come una simile tragedia possa essere considerata normale, e mostra la sua indignazione per l’assuefazione che sembra aver contagiato tutti, e per il silenzio che grava sulla tragedia. Denuncia che la loro morte è motivo di vergogna e di disonore per tutti, ma se questi morti sono solo di Lampedusa, lei “fa obbligo” all’intera comunità europea “di ricevere dopo ogni annegato consegnato le condoglianze come se avesse la pelle bianca, come se fosse figlio nostro annegato durante una vacanza”.

 Giusy Nicolini non ha mai pronunciato la parola diritto, mostrando grande capacità  di “comprensione”. Un sommovimento dell’anima più che un appello.

   Ecco, ci è parso che queste “parole di verità che esprimono del bene allo stato puro” siano già esempio di “nuova istituzione” da parte di una donna sindaca a cui sta a cuore la giustizia.

Simone Weil, La persona e il sacro, a cura di Maria Concetta Sala, Adelphi Milano 2012, 78 pagine 7 euro

 

 

PASSAPAROLA: FacebooktwitterpinterestFacebooktwitterpinterest GRAZIE ♥
The following two tabs change content below.
La Società Italiana delle Letterate (SIL), fondata nel 1995, è costituita da circa duecento scrittrici, insegnanti, studiose di varie letterature, giornaliste, ricercatrici e operatrici culturali di diverse generazioni e provenienti da varie regioni. Siamo tutte naturalmente appassionate di libri e di storie e in quanto letterate ci consideriamo innanzi tutto lettrici.
Categorie
0 Comments
0 Pings & Trackbacks

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.