Documentario/ Con la testa con le mani

La mattina del 29 maggio 2012 una seconda violenta scossa di terremoto ha colpito l’Emilia. L’epicentro è stato individuato a Cavezzo, un paese a qualche decina di chilometri da Modena, stretto fra Mirandola, Carpi e San Felice sul Panaro. Il cuore della produttiva bassa modenese dove alcuni fra i più innovativi distretti industriali hanno trovato dimora.

Cavezzo si è ripiegato su se stesso. Case, piccole e medie imprese, grandi colossi industriali, piazze, chiese, scuole: macerie e silenzio.

Nonostante tutto o forse con nuova determinazione, mi sono messa in cerca di Francesca Corcione e Barbara Forti. Le avevo conosciute tempo addietro, in Wam, impresa dove lavorano come operaie metalmeccaniche, in occasione della presentazione del progetto di ricerca SONIAla meccanica delle donne che ho ideato e ora coordino presso Officina Emilia-Università di Modena e Reggio Emilia. Il progetto SONIA si propone di analizzare le condizioni di vita e di lavoro delle donne impegnate nel distretto della meccanica di Modena.

Wam rappresenta un caso di notevole interesse. Si tratta, infatti, di un classico esempio di impresa emiliana nata nel garage dietro casa, con pochissimi fondi di partenza, da una brillante intuizione del suo fondatore. Oggi, Vainer Marchesini, presidente della Wam, giuda un gruppo leader mondiale con sedi nei quattro continenti e circa 2.200 dipendenti. Nel 2005 Wam lancia una prima sperimentazione per incoraggiare l’ingresso in produzione delle donne, ritenute adatte per alcune mansioni di precisione. Barbara e Francesca sono fra le prime a entrare in officina rompendo il monopolio maschile e affermando le proprie capacità e competenze non senza una certa fatica. Entrambe, in occasione dell’incontro di presentazione, si erano offerte di partecipare al progetto. Le interviste, compatibilmente con i turni di lavoro, dovevano essere fissate per i primi giorni di giugno.

Il terremoto ha cambiato tutto, imponendo una prospettiva diversa al progetto. Con una certa inquietudine, dopo il 29 maggio ho contattato l’impresa. Ne ho tratto rassicurazioni ed esortazioni a continuare il mio lavoro di ricerca. Così, prendendo il coraggio a due mani, ho chiamato Barbara e Francesca per proporre loro di andare avanti con le interviste quando e dove lo ritenessero opportuno. Pronta a qualunque reazione, consapevole che avrei potuto trovarle in situazioni particolarmente drammatiche con ben altro a cui pensare. Mi guidava il fermo desiderio di dare un piccolo contributo, raccogliendo testimonianze e storie che allargassero lo sguardo della ricerca oltre il lavoro di fabbrica, verso la ricostruzione.

Francesca aveva perso la casa come sua madre e i suoi fratelli, risiedeva in una tenda nel campo autogestito del Palasport di Cavezzo di cui era una delle referenti più instancabili. Barbara era rientrata nel suo appartamento a un piano alto di uno stabile antisismico a San Prospero, ma dormiva in tenda nel parcheggio antistante. La terra continuava a tremare. Non un’esitazione alla mia proposta.

Così è nato il breve documentario Con la testa, con le mani, realizzato con il regista Stefano Mazza. Nella loro difficile situazione, Barbara e Francesca hanno aperto le porte delle loro case e delle tendopoli, hanno deciso di parlare di se stesse, di quanto era accaduto e di un presente travolto dall’incertezza. Partendo dalle condizioni di vita e di lavoro, abbiamo toccato molti argomenti: il lavoro duro ma appassionante svolto con la testa e non solo con le mani, un ambiente nettamente maschile in cui sono un’esigua minoranza, la maternità, il lavoro domestico e di cura, le relazioni con gli uomini dentro e fuori la fabbrica, il terremoto e il futuro.

 

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