Dare respiro alla scrittura come alla vita

Capita di non riuscire a scrivere. E allora si comincia da tre parole capaci di produrre nel cortocircuito tra immagine  e parola, “un’emozione narrativa”.

Per esempio: Farina. Rimanda al fornaio. Evoca l’orco minaccioso della fiaba.

Silver age:  l’età dell’argento “dove infanzia e senilità si incontrano e si confondono”.

Nostos: il ritorno “che ha un che di stanco”.

Evoca il rimpianto, la nostalgia  per un luogo.

Tre parole che sono anche tre forme della sera (della vecchiaia). “La prima è calda e minacciosa, la seconda è fresca e serotina, la terza è un crepuscolo “grigiargento” soglia tra il sonno e la veglia”.

Adesso immaginiamo un luogo che evoca nostalgia: un’isola che fino a quel momento “si era creduta semplice e innocente”.

La immaginiamo al crepuscolo, nei primi di ottobre.

Ed ecco farsi avanti nell’immaginazione un viaggiatore “con uno strano cappello calato sugli occhi” che sbarca nell’isola e non vuol farsi riconoscere.

Se ne sta in disparte nei pressi del porto e osserva un gruppo di ragazze che chiacchierano.

Immaginiamo un bambino, una sorta di Pollicino, che vive, odiato, nella casa dello zio fornaio che “tiene l’alimentari nel paese alto”.

Pollicino odia a sua volta l’isola e sogna di bruciarla per “ricominciare a vivere con nuove leggi  dove non ci sia differenza tra uomini, cipressi conigli e gabbiani”.

E infine una vecchia  “che vuole dare un senso e una fine felice alla sua vita”.

E’ venuta nell’isola dalla città “a finire i suoi giorni”.

Ma la storia ancora tarda a partire.

E’ sospesa , “indugia nell’attesa dell’attesa della fine”.

“Riuscirò a scrivere questa storia?” si domanda l’autrice. “Quando la staccherò come una pellicola, si reggerà in piedi?”

Ma ecco succede qualcosa.

La vecchia nella notte ode “un grido moribondo , non sapeva se umano o animale”.

L’indomani sarà  il postino a portare le notizie: una ragazza si è perduta.

Un cane “che non sapeva cosa vuol dire mordere”, è sparito.

La storia comincia a prendere corpo, un rigo dietro l’altro.

La ragazza ha sedici anni. Chiacchierava con le amiche nel porto ed era “allegra e senza fantasie”.

E’ la figlia dell’orco- fornaio.

Il bambino, che già conosciamo, dice di “aver visto un uomo col cappello, ma nessuno nell’isola porta il cappello”.

“Quasi l’isola non potesse smettere di produrre novità” l’indomani viene trovato il cane, ucciso a bastonate. La ragazza invece viene trovata nel fondo di un pozzo. Omicidio? Suicidio?

La trama s’infittisce, s’ingarbuglia.

Un paio di scarpe di vernice nera col tacco, che “non serviranno a trovare  Cenerentola ma il principe nero”, emerse dal fondo del pozzo prosciugato,  daranno un a svolta alle indagini.

Sarà la vecchia a svelare l’assassino.

“E tu come lo sai? Chiede il bambino … Lo so perché le ho viste nella mia testa che è il luogo dove l’isola accade” risponde la vecchia che adesso non vuole fare finire la storia perché “finire una storia è un atto crudele”.

Un fiaba rovesciata, un non racconto, un noir che è solo un pretesto per  attirare il lettore /lettrice, perché alla fine non ha importanza chi sia veramente l’assassino.

Un racconto allegorico, scritto in prosa poetica, per scoprire quale sia la felicità dell’età dell’argento. “Ritrovare qua e là i propri simili? … Tornare per potere ripartire più liberi?”

La vecchia non vuole lasciarsela sfuggire prima di “averne catturato l’essenza”.

Sta a voi scoprirlo.

Perché non è l’assassino la vera scoperta della fiaba.

 

Ginevra Bompiani, L’età dell’argento,  et al./EDIZIONI Ottobre 2012 (ristampa) 96 pagine, 10 euro

 

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