Intervento di Giovanna Covi a nome della Società italiana delle letterate di Trento in occasione della proiezione del docu-film Una su tre il 5 dicembre 2012

La SIL di Trento partecipa al dibattito sul film Una su tre

Intervento di Giovanna Covi a nome della Società italiana delle letterate di Trento in occasione della proiezione del docu-film Una su tre il 5 dicembre 2012.
Al dibattito con l’autrice Nerina Fiumanò hanno partecipato Barbara Battistelli per il Centro antiviolenza di Trento e Sandra Dorigotti per l’Associazione laica famiglie in difficoltà di Rovereto.

Parlare dopo l’opera di Nerina Fiumanò è doppiamente difficile: il rischio di rovinare con parole inutili un messaggio così equilibrato, incisivo e coinvolgente è alto; l’opportunità di dire insieme a chi con fatica quotidiana, coraggio e determinazione opera nel sociale per fare fronte alla tragica emergenza della violenza domestica contro le donne appare dubbia.
Eppure voglio dire: non mi scuso. Non mi scuso se parlo di parole di fronte a donne umiliate, picchiate e uccise.
Noi della Società delle letterate di Trento ci interessiamo alle parole, ma non per mettere virgole e accenti al posto giusto, e neanche solo per ammirare l’armonia estetica di un testo. Principalmente ci appassiona cercare quel che si cela sotto i silenzi, i bavagli e i veli di troppi discorsi, vedere cosa è storpiato, deturpato e travisato da molte narrazioni. Queste rappresentazioni monche, false e censurate riguardano soprattutto la realtà femminile. Per contro, ci impegniamo a mettere in luce e diffondere quelle rappresentazioni, per lo più create da donne come il film che abbiamo appena visto, che invece sanno trovare parole e immagini corrispondenti a tutta la ricchezza di un’esistenza vissuta da ciascuna singolarità nella completa condivisione del bene comune.
Non mi scuso, perché lingua e immagini sono la materia del pensiero, senza il quale non c’è azione consapevole. Nominare ogni aspetto della realtà significa poterla pensare con cura, e quindi se necessario saperla cambiare. Nominare con precisione è il presupposto del fare politica con responsabilità. E fare politica responsabile è urgente e necessario per contrastare la violenza domestica.
Un’immagine appropriata della violenza domestica credo sia quella di una costellazione: un insieme di infiniti atti, gesti e voci quotidiane. Non è una violenza che colpisce come una meteora, ma il risultato di un raggruppamento di non detti, di atti ripetuti e sottovalutati, di fatti microscopici messi a tacere.
Finché questa lunga serie di piccoli silenzi si riempie di un silenzio assordante: il silenzio dell’indicibile di fronte a una realtà mostruosamente più grande della lingua, quando le stelle brillano tutte insieme e fanno esplodere la violenza estrema. Quando è troppo tardi per salvare quella vita a lungo minacciata.
Che può fare dunque la parola davanti all’indicibile? Bene ce lo dimostra Nerina Fiumanò un Una su tre: la parola può prendere in braccio la violenza indicibile, portarla con sé per cercarne le radici.
Il film è stato scritto tenendo in grembo la violenza subita dalle donne che vi si raccontano. Costringe anche noi ad abbracciare questa violenza mentre lo guardiamo. Non c’era altro modo per non sfociare nel sensazionalismo, per evitare di soddisfare la sete di violenza degli spettatori. Non ci sono infatti spettatori per questo docu-film, che invece ci rende tutti partecipi della ricerca di un senso, di una verità per quanto scomoda. Fiumanò affronta una realtà che non vorremmo guardare (e non ce la “mostra”) né tantomeno che vorremmo provare (e non ce la fa sentire fino in fondo). Invece ci fa entrare dentro lo schermo per cercarne la verità, le “ragioni”—mai le giustificazioni. Non la verità scontata di chi è il criminale e chi la vittima, né la verità che noi donne preferiremmo evitare di quanto brutale sia ogni singola storia. Bensì la verità del perché mai tutto ciò sia possibile qui ed ora. Le storie di tre donne ci portano al nocciolo della questione e scopriamo la banalità del male, la sua origine in un concetto ancora fondante della nostra cultura: la vergogna.
Anche se oggi le bambine non sono più educate come un tempo a suon di “vergognati”, “ti dovresti vergognare” e “non fare la svergognata”, una cultura più sottile e subdola ma ugualmente patriarcale declina lo spazio della vergogna tutto al femminile. Ed è uno spazio fatto di silenzio. “Taci, vergognati!” E’ dunque a lei che spetta di salvare l’onore della famiglia tacendone le vergogne—lui che beve, che usa le mani pesanti contro di lei e contro i figli. E’ a lei che spetta tacere in nome della pazienza proverbialmente femminile, in nome del suo sacrificio per i figli, in nome dei panni sporchi che ancor oggi è bene lavare in casa (oppure, unica alternativa: nei reality show). E’ su questa costruzione sociale di donna che cresce fertile la violenza domestica.
Certo, dobbiamo interrogarci sul perché gli uomini nel 21° secolo devono ancora rifarsi al modello del maschio predatore per dare un fondamento alla propria identità, ma prima di tutto e con urgenza noi donne dobbiamo analizzare nel loro profondo tutti i meccanismi che ci fanno vergognare. I meccanismi perversi che ci fanno star peggio se lui ci tradisce che se lui ci picchia. Dobbiamo fare questa autocoscienza per comprenderli, nominarli e trovare la forza di trasformare in orgoglio la vergogna—tutta la vergogna, non solo quella di un tempo che riguardava mostrare le gambe sotto la minigonna. Anche quella di oggi che ci fa vergognare se usciamo di casa senza trucco.
Sono convinta che sia possibile fare un buon lavoro culturale che è anche politico se indaghiamo il sentimento della vergogna in tutte le sue manifestazioni “di genere”: perché la vergogna, come bene ha teorizzato Eve K. Sedgwick, è un concetto dai confini mobili, sta a noi spostarli nella cultura così che le donne, tutte le donne, non debbano aspettare nemmeno un minuto prima di denunciare chi le può uccidere. La cultura che ospita questi crimini è una cultura che ospita l’immagine negativa della donna “svergognata” e quella positiva della donna “discreta e paziente”. Nel 2011 abbiamo lavorato proprio sul concetto di vergogna producendo un laboratorio che è poi divenuto una lezione per la scuola estiva di Duino. Crediamo di avere cominciato bene ma di avere davanti ancora un lavoro lungo, che ha bisogno di coinvolgere molte più persone, a cominciare da chi lavora nei centri antiviolenza e chi a questi è costretta a fare riferimento. Crediamo sia necessario lavorare insieme, unire la poesia con la politica. Non è un lusso, è una necessità.

Giovanna Covi

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La Società Italiana delle Letterate (SIL), fondata nel 1995, è costituita da circa duecento scrittrici, insegnanti, studiose di varie letterature, giornaliste, ricercatrici e operatrici culturali di diverse generazioni e provenienti da varie regioni. Siamo tutte naturalmente appassionate di libri e di storie e in quanto letterate ci consideriamo innanzi tutto lettrici.
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