Grazia Neri, la regina delle fotografie

È stata la regina delle fotografie, la più famosa agente italiana dagli anni ’70, quando le donne di potere erano una rarità. Grazia Neri è sorprendente, un “fenomeno”, come sostiene il figlio Michele. Perché questa signora gentile che per 56 anni ha guardato, valutato, illustrato ai direttori di giornali e archiviato milioni di fotografie (senza mai scattarne una), che ha lavorato con i più grandi fotografi del mondo, da Douglas Kirkland a Steve Mc Curry, da Gianni Berengo Gardin a James Nachtwey, può dirti con assoluta naturalezza che spesso si è sentita “inadeguata”, che ha sempre paura di disturbare l’altro. Con sincerità si racconta nel libro “La mia fotografia”, dedicato ai tre nipoti, che intreccia dettagli autobiografici, l’infanzia solitaria, le amicizie, gli incontri eccezionali, i lutti, a riflessioni e interrogativi su un lavoro appassionante e complicato. «Quando ho chiuso l’agenzia, nel 2009, ho scoperto un malloppo di appunti che utilizzavo per insegnare, sul rapporto foto-verità, sull’etica – spiega –. Ma a scatenare il desiderio di raccontare la mia storia è stato il ritrovamento di una letterina scritta a mia madre, all’età di 9 anni, insieme alle foto, così tristi, del funerale di papà. Qualcosa che ha svelato le origini di un senso di responsabilità superiore alle mie capacità infantili. Finché una sera ho incontrato Inge al cinema. Che fai? Scrivo tutto quello che ho attraversato, la Milano imprenditoriale degli anni ’50, l’età d’oro del fotogiornalismo, gli scoop mondiali, il giro di valzer del copyright… Così è nato il libro ».

A un certo punto elenchi i tuoi numerosi errori, dall’aver declinato la rappresentanza della Magnum a una tendenza al pessimismo per cui il tuo secondo marito, il neurologo Renato Boeri, ogni tanto ti chiamava “Cassandrina”. Ma i tuoi meriti?

«Amo la fattibilità di un progetto. Forse per questo ebbi il coraggio, nel 1966, di aprire l’agenzia senza un soldo. Con Giovanni Giachi che aveva ancora meno soldi di me. Da allora, ogni giorno, c’è sempre stato il momento meraviglioso del desk in cui vedevamo tutti questi servizi, le guerre, la natura, le star, il mondo. Quarant’anni di notizie viste in anticipo. Da 3 persone a 40, in oltre 1000 metri quadrati. Coprivamo il 70 per cento delle notizie. Ma finché non è arrivato mio figlio, sono sempre stata l’unica responsabile e vendere una foto, non è come vendere un oggetto qualsiasi. C’è la responsabilità verso il fotografo, verso le persone fotografate, verso il cliente».

Altri meriti?

«La mia capacità di assorbire i collaboratori, mi stupiva sempre che volessero venire a lavorare da me, forse gli piaceva perché era un po’ una scuola».

Indimenticabili?

«Gli occhi di Omayara Sánchez, la bambina vittima dell’eruzione del vulcano Nevado in Colombia, nel 1985, fotografata da Franl Fournier. Rimase a lungo aggrappata a un pezzo di legno e nessuno riuscì a salvarla. L’avevamo in 7 persone nel mondo, ricordo ancora il giro frenetico di telefonate: la distribuiamo o no? Alla fine decidemmo di farlo, almeno questa bimba è vissuta per qualcosa».

Foto impubblicabili?

«Le foto dei suicidi che si buttano dalle Torri Gemelle, troppo dolorose. Vennero bloccate poi rimesse in circolazione, in Italia solo un giornale le pubblicò».

Sei la regina delle fotografie ma confessa che il tuo amore vero è la letteratura…

«Sì, è il mio hobby, la mia gioia, il mio conforto nella solitudine. È un modo per interagire con mio figlio, altro grande lettore. Mio padre mi ha instillato questa passione, poi c’è stato il liceo Manzoni, dove ho studiato inglese, francese e tedesco, nel 1954 ero una delle poche persone che sapesse le lingue e questo apriva porte incredibili».

Il tuo rapporto con Milano?

«La mia Milano è un’isola che va da corso Monforte a via Maroncelli, si allarga verso via Parini, via Statuto, fino a corso di Porta Nuova. Un’isola di cui conosco quasi i sassi. Non so se a Roma, città pure bellissima, avrei potuto lavorare come qui. A Milano ho vissuto due momenti di grazia, il dopoguerra con la sua straordinaria energia e gli anni Sessanta con il loro grande fervore culturale, dal Piccolo Teatro in poi. Ma oggi di Milano vedo le ferite, gli scandali in Regione. L’unica cosa positiva è stata l’elezione del nuovo sindaco».

Il futuro delle fotografia?

«Nonostante le mutevoli vicende del copyright, la concorrenza dei grossi gruppi americani, Getty e Corbis, nonostante la crisi generale, la foto di documentazione giornalistica non scomparirà. Certo la gestione, distribuzione e archiviazione sono territori nuovi che cambiano di giorno in giorno. E anche le agenzie sono molto cambiate. E’ sconvolgente che attraverso il web un fotografo possa essere visto in tutto il mondo. Ma al di là del rapidissimo aggiornamento tecnologico, le regole sulla composizione, la luce, restano lestesse e se non hai idee…».

Dall’Archivio Grazia Neri

 

 

A proposito di archivi, hai lasciato al Museo di Fotografia Contemporanea di Villa Ghirlanda un milione e mezzo di fotografie dell’agenzia…

«L’emozione più forte nel chiudere l’agenzia fu per me dover restituire circa dodici milioni di fotografie, sapendo che molte, in alcuni casi meravigliosi documenti storici, sarebbero sparite per sempre. Alcune, per fortuna, hanno trovato spazio nel museo di Cinisello grazie alla grande intelligenza della direttrice, Roberta Valtorta. Speriamo si trovino presto i soldi per una grande mostra!».

 

Grazia Neri, La mia fotografia, Feltrinelli 2013, 254 pagine,  25 euro

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