I sud, le mafie/ Tante sofferenze diverse. Intervista a Liliana Madeo

Alcuni libri segnano un passaggio, indicano l’emergere di nuove figure, e di nuovi modi di guardarle. Donne di mafia, l’inchiesta che Liliana Madeo ha realizzato in Sicilia a partire dal 1992, e pubblicato nel 1994, già nel titolo pone all’attenzione una nuova storia, fino ad allora mai raccontata. Giornalista, inviata del quotidiano La Stampa, Madeo «mette ordine» nelle intricate vicende di mogli, amanti, sorelle, figlie, da sempre immerse nell’ombra della famiglia. Il testo secco e nitido propone sia la ricostruzione serrata di cronache feroci, sia l’approfondimento dei nessi, delle motivazioni che spingono donne – e uomini – di mafia a varcare il confine, a uscire dal loro mondo».

Da dove viene l’idea dell’inchiesta?

«Volevo capire. Mi ero occupata per lavoro di criminalità organizzata, soprattutto fatti di camorra. E senza una particolare attenzione alle donne. Poi ci fu l’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Avevo incontrato alcune volte Falcone, per il mio lavoro. Mi venne una domanda: che uomini sono quelli che fanno queste cose? Vanno a casa, giocano con i bambini, fanno sesso con le mogli? Come faccio a capirli, se non capisco le donne? Queste li toccano? Li stringono? E come? Con delicatezza, con complicità? Non mancavano notizie sull’ambiente maschile intorno al delitto, ma il resto? Non trovavo risposte, non esistevano. Non si sapeva nulla di loro, delle donne. Quando venivano interrogate dicevano: non so, non parlo, non ho niente da dire. E se non fosse stato vero? Mi muovevo senza riferimenti, non avevo niente su cui basarmi».

Quali sono stati i primi passi di questa ricerca?

«Sono andata a Palermo, a faccia aperta. Dicendo cosa volevo fare. Mi hanno aiutato due giornalisti, Francesco La Licata, collega de La stampa. E  Alfonso Madeo, mio fratello, che alla fine degli anni Settanta era stato direttore dell’Ora, il quotidiano di battaglia di Palermo. Mi sono presentata in tribunale, agli avvocati, alla questura, seminando ovunque stupore».

Perché stupore?

«Vado dall’avvocato di un mafioso, implicato, e gli chiedo: e la moglie? L’ha mai conosciuta, era presente ai colloqui, almeno una volta? Era sbalordito. Loro, cioè tutti, magistrati, poliziotti, avvocati non sapevano nulla, non se ne erano mai occupati. Poi cominciarono a interessarsi alle mie domande. Un sostituto procuratore mi disse: lo scriva, lo scriva questo libro. Sarà utile».

Come hai costruito il lavoro?

«Ho fatto domande. Ho letto carte, documenti. Ho avuto la collaborazione di tanti, nella polizia i miei interlocutori sono stati Gianni Di Gennaro e Antonio Manganelli. E poi ho incontrato alcune delle donne di cui racconto la storia».

Gli incontri non sono riportati in modo diretto

«In molti casi non ho potuto e voluto, soprattutto quando si trattava di donne che vivevano all’interno di programmi di protezione. Alcune volevano soldi, e io lavoravo in proprio, solo quando ho concluso ho cercato un editore, ho lavorato da sola. Però non si tratta solo di questo»

Ci sono altri motivi?

«A un certo punto non ho più voluto incontrarle. Capita che nel raccontare la propria storia si finisca con l’abbellirla, con l’omettere. Troppo duro, troppo doloroso ricordare i fatti, come si sono svolti. Ho poi letto che si tratta di un problema ben conosciuto da chi si occupa di storia orale. Non volevo litigare, mettermi a contestare le ricostruzioni. E neppure tradire quanto mi dicevano. A un certo punto ho preferito affidarmi ai documenti. È stato uno dei passaggi del mio viaggio».

A poco a poco hai messo insieme particolari inediti, storie sconosciute. Che effetto ti ha fatto, quando te ne sei resa conto?

«È stata una grande sorpresa, per me e per tutti. I mafiosi hanno sempre detto che le donne non sanno niente, che il loro ruolo è quello della madre, della moglie, dell’accudimento. Lo dicevano a poliziotti e magistrati, che a loro volta sono uomini, uomini del sud. Questa immagine della donna ignara gli è parsa credibile. Le cose cambiano quando ad ascoltare ci sono uomini nuovi, come Falcone e Borsellino. Si scopre che non è vero niente, che le donne trascinate alla ribalta degli interrogatori, dei processi, quando dicevano “non so niente”, recitavano un ruolo. Era un mondo che mostrava sempre la stessa faccia. Io scopro, con loro, che non è vero niente. Che questo mondo femminile è estremamente variegato, che sono differenti l’una dall’altra».

Una grande differenza è tra chi è cresciuta in ambiente mafioso e chi no.

«Al primo gruppo appartiene Ninetta Bagarella, la moglie di Totò Riina. Non si fa vedere da nessuno. Anche se maneggia fiumi di soldi. Dice una sola cosa, la mafia non esiste. Donne come lei hanno assorbito la cultura mafiosa e la trasmettono ai figli. Hanno continuato a gestire averi e ordini dal carcere. Per molto tempo l’organizzazione non ne aveva avuto bisogno, ma dopo l’inizio dei pentimenti sono risultate più utili e più utilizzabili. Sanno maneggiare computer, imparano lingue straniere, si spostano tra un continente e l’altro».

Viene fuori che non è vero che non sapevano niente.

«Alcune sono state di grande aiuto quando i mariti hanno scelto di collaborare, ma altre sono state le più recalcitranti. Viene fuori l’importanza della moglie, del rapporto con lei. Quando scelgono di collaborare, tutti chiedono di parlare prima con la moglie. È con lei che possono pensare a una nuova vita. E sono loro che si possono opporre con successo. Come nell’aula bunker del maxiprocesso, quando Caterina La Mantia organizzò quel finimondo di donne urlanti, per impedire al marito Vincenzo Buffa di collaborare. Sono pochissimi i casi di uomini che hanno proseguito nella collaborazione senza la moglie. E ci sono quelle che li hanno respinti, che hanno detto: quest’uomo non è niente, non è nessuno, non esiste più, e restavano sotto la tutela della famiglia. La fedeltà alla propria storia, staccarsi per loro è un trauma»

Poi si sono le altre, quelle che non sono cresciute in una famiglia mafiosa

«Sì, sono ragazze che si sono innamorate e hanno sposato più o meno inconsapevoli un mafioso. Come Margherita Cangemi, la moglie di Antonino Calderone. Quando scoprono il casino, spesso perché il marito viene arrestato, non hanno possibilità, sono sole. L’avvocato Corrao raccontava di donne che andavano da lui, gli dicevano: non ci voglio più andare, non voglio più vederlo. Vogliono salvare i figli, non trasmettere il messaggio mafioso. Oppure trovano forme di resistenza. Non si mettono i gioielli, si oppongono alla ricchezza sporca, al rituale dell’ostentazione. Sono piccoli filoni, percorsi di chi si trova in un pasticcio. Più risorse le hanno quelle che hanno studiato. Anche solo le medie. Hanno un senso di sé, dei diritti, propri e dei figli».

Quali sono stati i tuoi sentimenti, nel corso dell’inchiesta?

«Sono stata solidale con la sofferenza di queste donne, davanti alla scelta di lasciare tutto. È una scelta che porta conseguenze per sé e per i figli, vanno incontro a una vita sconosciuta, piena di incognite. O si distaccano dai mariti o li spingono alla rottura. Cosi perdono prestigio, riconoscimento sociale. E anche gli agi. E soprattutto ho sentito un riconoscimento, un valore, del femminile. Quando escono dallo scenario abituale i maschi restano chiusi nei loro ricordi. Le donne prendono altre strade, seguono i figli a scuola, fanno incontri, conoscono altre mamme, si mescolano. Anche se con dolore, iniziano una vita nuova. Riprendono gli studi, vanno all’università».

Qual è stato il tuo metodo di lavoro?

«È un’inchiesta molto giornalistica, molto rispettosa, senza un aggettivo, una parola in più. Non ho voluto colorare. Ho cercato di mettere un po’ d’ordine in tutte queste storie. Non volevo ferire più di tanto, mi interessava di più far emergere l’insieme di questo viaggio pieno di tappe, un viaggio in un mondo che a sorpresa si rivela non omogeneo. Che ha tante facce, tante sofferenze diverse».

Liliana Madeo, Donne e mafia. Vittime, complici, protagoniste Mondadori Milano 1994

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