Il primato delle élite economiche

Al centro dell’affresco storicopolitico di Rita Di Leo il primato odierno delle élites economiche: anche se non erano mai scomparse, si collocavano «all’ombra del potere politico», ma con il 1989, si è come dissolta la pretesa della politica al governo della società. Così, dopo le forme tipiche della politica europea, la «politica di potenza» – che ha segnato la storia per secoli con guerre, re e conquiste di popoli, fino allo Stato-nazione – e la «politica progetto»,  «la grande svolta della storia politica europea moderna», ci si trova come in America, dove le élites  passano dal ruolo di banchiere  a quello di ministro e viceversa. Lo scopo non è il bene comune o l’interesse generale, caratteristiche della precedente politica europea, ma il vantaggio privato.

Se l’esistenza dell’Urss ha contribuito a rafforzare il ruolo del welfare state  come alternativa tra il mondo del capitalismo e il mondo avversario, era la cultura – sottolinea l’autrice – che dava alla politica la responsabilità di rispondere alle domande della società. Ma dopo il 1989 lo stato sociale perde il suo “smalto” e parole come ‘socialismo’ e ‘comunismo’ diventano “impronunciabili”, mentre il liberalismo torna alla ribalta come ’neoliberismo’:  le élites del capitalismo privato sentirono di poter gestire direttamente le leve del potere, entrando “in politica”, e la cultura fino ad allora egemone si rivelò incapace di reagire, talvolta arrivando ad assumere lessico e categorie interpretative dell’avversario.

Così non si tende più a garantire la rappresentanza proporzionale della società nella sua interezza, ma si punta all’efficienza e al decisionismo della macchina politica, per cui la democrazia maggioritaria è apparsa la più adatta alle esigenze del capitalismo contemporaneo. Quindi l’economia reale viene subordinata a quella della finanza, mentre le conseguenze sociali dei disinvestimenti e delle de-localizzazioni (come la disoccupazione e le disuguaglianze) non costituiscono più un problema. Il primato dell’economia si presenta ormai come un  evento naturale. Termini come ‘privatizzazione’ e ‘mercato’ hanno sostituito  ‘programmazione democratica’ e ‘politiche sociali’, indicatori semantici della fase storica che si chiudeva. Nel contesto occidentale come in quello orientale, si pensa ad un ambiente sociale dove l’esercizio dei diritti politici esiste nella forma, mentre rimane limitato nella sostanza, perché l’interconnessione delle economie spazza via il confronto tra le parti sociali: imprese, forze di lavoro, servizi e amministrazione pubblica dipendono tutte, in varie misure, dalle dinamiche del capitalismo finanziario.

La cultura delle élites economiche sovranazionali ha sostituito in soli tre decenni – sostiene Di Leo in un passo significativo – l’icona del welfare con quella dello “scambio a due”, che si pone come antagonista all’azione collettiva del passato. Il disinteresse della “business élite” per lo stato della società è nella logica stessa di questo scambio privato, legittimato da un’ideologia che pone ormai l’economia al posto di comando, rifiutando la politica in quanto attività che comporta scelte condivise tra più opzioni, interrelazione tra attori collettivi, mediazioni su obiettivi diversi che richiedono talvolta tempi lunghi per la realizzazione.

Le élites di sinistra hanno sbagliato per l’autrice,  perché hanno dato per acquisite in eterno le conquiste del lavoro e dei diritti del ‘900, ed i lavoratori si sono trovati senza più rappresentanza. Anche se la logica del modello economico vuole che qualsiasi turbolenza sia considerata una traversia temporanea, come ricominciare  per cambiare? «Forse serve un altro Tommaso Moro» conclude.

Una conclusione che può lasciare perplesse, ma non credo possa riferirsi al difensore del primato della chiesa papale: il Tommaso Moro per me accettabile è l’autore dell’Utopia che, scrive Bloch, «con tutte le sue impurità, è e resta il primo quadro moderno dei sogni di desiderio democratico-comunisti». Nel libro di Moro di fronte a ingiustizie e guasti prodotti dalle dinamiche economiche e sociali in atto in Inghilterra si delinea il sogno dello stato migliore in un’isola immaginaria. Al di là del carattere religioso, e senza entrare nei particolari della struttura proposta, l’importante credo sia l’esistenza di  un progetto di società ad illuminare la critica,  ad indicare la necessità di un ordine di  valori, nell’oggi, per una politica  che rappresenti i bisogni della società nella sua complessità, attraverso una consapevolezza capace di mobilitare la Storia (Brown).

Rita Di Leo, Il ritorno delle élites, manifesto libri, Roma 2012, pp. 124, euro 15,00

Ernst Bloch, Il principio speranza, traduzione di E. De Angelis e T. Cavallo, Garzanti Milano 2005, 1618 pagine, 42 euro

Wendy Brown, La politica fuori della Storia, a cura di A. Rudan, traduzione di A. Minervini Laterza Bari 2012, 197 pagine 19 euro

 

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