Psicoanaliste, donne di frontiera

In copertina una silhuette femminile a linee sovrapposte  che evocano un “eppur si muove”    tridimensionale e un insieme di veli che alludono a possibili s/velamenti. Il colore rosa antico richiama il tempo delle pioniere, nate nell’Ottocento e Novecento riportate in vita dalle contemporanee. Titolo sobrio, Psicoanaliste, e sottotitolo esplicativo: il piacere di pensare.

La copertina si presenta come un insieme di arte, scrittura, sguardo, pensiero: in una parola tiene insieme mente e corpo, una mente attiva nell’incontro con l’Altro e un corpo che non dimentica il suo essere fonte di scoperta, piacere, dolore. Proprio da questi incontri plurimi si origina la psicoanalisi che tenta di tenere assieme un corpo simbolizzato e una mente fertilizzata dall’incontro con l’ inconscio.

E’ un libro collettivo: ciascuna autrice ha scelto di rileggere gli scritti di una pioniera della psicoanalisi per dare conto di come nascono le idee, di articolare la vita, con le sue vicissitudini, alle scoperte teoriche e mostrare l’intreccio tra vita e pensiero. Nella quarta copertina, le autrici si difendono troppo e male, a mio avviso, da eventuali attacchi dall’accusa di essere femministe, o di proporre una psicoanalisi del femminile, difese che oggi suscitano una certa “tenerezza” perchè evidenziano la tardiva emancipazione italiana, sia delle donne sia della psicoanalisi che sono entrambe “rinate” dopo gli anni bui del fascismo e sono a volte incerte sul tenere le proprie posizioni teoriche, di ricerca e di pratica.

Non a caso questo libro appare dopo circa trent’anni di movimento delle donne e di ricerche su differenza sessuale e di genere fatte da donne che si posizionano all’interno della ricerca femminista senza timore di essere di parte, sapendo che si è sempre di “parte”. Anche le autrici affermano con un certo orgoglio di appartenere alla Società italiana di psicoanalisi e rivendicano un’appartenenza a cui si domanda di non essere troppo rigida e schematica  per rendere conto di ciò che è invisibile o  sepolto ma non di meno esistente. Esattamente come succede nella clinica e nell’ascolto dell’inconscio all’incontro con domande, sofferenze e istanze portate dai/dalle pazienti.

Freud stesso, esortò le colleghe di sesso femminile a esplorare il “continente nero” ammettendo che per lui rimaneva appunto nero anche se da lì era partito, dall’ascolto della sofferenza delle isteriche,  per la sua avventura scientifica. Quindi lo spazio che le donne conquistarono da subito nella psicoanalisi fu grande, non solo come pazienti finalmente ascoltate, ma come teoriche e curanti.  Nonostante i timori delle autrici di non voler fare “questo e quello”, femminista o altro,  nel testo si fa largo uso dei paradigmi originati dal “pensiero della differenza” vedi l’uso del termine “genealogia”. In effetti la lettura di questo libro ricorda un altro testo che ha visto gruppi di donne leggere assieme, letteratura soprattutto, per individuare  “le madri di tutte noi”, alla ricerca di un filo rosso che ci lega alle donne che prima di noi hanno pensato e scritto e hanno quindi reso possibile le nostre ricerche nel “piacere di pensare”.

Dalle date di pubblicazione dei testi si comprende come il pensiero libero delle donne è passato anche nell’impermeabile istituzione psicoanalitica (italiana): le autrici si muovono liberamente con le loro compagne di viaggio, le pioniere con le/i contemporanee/i.

Il gruppo di psicoanaliste quindi ha oltre alla/e genealogie analitiche anche il contesto del pensiero e della ricerca femminista e si muove all’interno di un accostamento tra vita e teoria analizzato e scoperto dalle pioniere, vicine e lontane: «Nel leggere e nell’aderire ai loro testi abbiamo preso in considerazione le loro storie familiari ed istituzionali, il peso dell’appartenenza religiosa, e per alcune di loro il trauma della shoah, l’esperienza scardinante dell’esilio o della migrazione» (pag.12).

Vale la pena di segnalare, per comprendere meglio il lavoro del gruppo di contemporanee e soprattutto il lavoro di scrittura che ha impegnato le italiane, qualche titolo scelto per illustrare la vita e il pensiero delle autrici rilette:  Lou: una poetessa della psicoanalisi, Chi ha paura di Melanie Klein?, Anna, figlia d’oro, Frances Tustin il lato ombra, Piera Aulagner: esploratrice instancabile degli abissi, Joyce MacDougall:il vivere come creazione.

La ricerca e lo sguardo delle contemporanee nell’incontro con le altre, quelle che hanno cominciato l’avventura della psicoanalisi, si posa con curiosità, desiderio di confronto e ricerca di connessioni nuove tra passato e presente, tra parola e scrittura, tra teoria e pratica clinica  delle fondatrici e delle moderne, o post-moderne.

Spesso chi comincia ha più libertà di movimento, non ha il peso della storia e dell’ortodossia da difendere e per quel che riguarda le donne anche una certa distanza dalla fedeltà a un pensiero che non le contiene tutte. E quello che emerge dagli scritti è proprio un eccesso, un continuo dislocamento da teorie quando queste non erano coerenti con l’ascolto dei pazienti e delle pazienti inseriti in un mondo che cambiava tumultuosamente.

Molti contributi andarono dispersi e solo ultimamente, grazie alla ricerca di alcuni e alcune e del nuovo contesto sociale e culturale originato dal femminismo, alcune dimenticate dalla storia sono riemerse e le loro teorie cominciano ad avere nuovo impulso e ulteriore sviluppo.

Tutte le analiste presentate hanno avuto vite avventurose, ricche di avvenimenti dolorosi, di migrazioni, di sradicamenti e nuovi radicamenti, di lingue materne abbandonate e di nuovi linguaggi duramente appresi e a volte balbettanti, ma proprio l’esperienza vissuta le ha rese capaci di ascoltare, trasformare e creare dal dolore dei  pazienti che è il proprio dolore di vivere. Queste sono donne che non hanno lasciato spazio alla morte e alla sofferenza ma l’hanno interrogata per trovare forme nuove di creatività e vitalità.

Le loro vite sono segnate da lutti, perdite, sradicamenti e ostilità ma questi ostacoli non hanno vinto “il piacere di pensare”. E di scrivere.

Nessuna di loro ha avuto una vita banale e convenzionale, nessuna è conforme all’immagine di “donna normale”, a volte prescritta dalla psicoanalisi stessa, e da questo loro condizione di libertà hanno interrogato e trasformato la teoria.

Il vertice di lettura e riscrittura delle autrici interroga la clinica del presente con le lenti delle teorie delle pioniere, si situa in una ricerca di sviluppo e non solo di fermo immagine storico.

Molto opportunamente le autrici hanno scelto e privilegiato non solo le analiste che hanno portato novità nella teoria e pratica clinica ma anche quelle che hanno mantenuto una loro autonoma posizione, non ricercando il potere, la visibilità e la  fama, all’interno della istituzione psicoanalitica. Questa scelta ha liberato sia il rimosso e l’oblio delle dimenticate e nuovi vertici  energia di pensiero per le autrici.

Si comincia da Lou Andreas Salomè, riscoperta, in Italia, proprio alla fine degli anni ‘70 grazie al femminismo che chiedeva conto del rimosso della teoria freudiana. Un’autrice che non solo era stimata dal fondatore della psicoanalisi, ma aveva dato vita a un modello di funzionamento della sessualità che metteva in evidenza elementi del femminile non considerati  dalla teoria classica.  Lou si avventura in territori che per lei non sono “continenti neri” partendo dalla propria vita intensamente vissuta. Amalia Giuffrida non solo ripercorre la strada iniziata da Lou sul femminile ma riarticola il suo pensiero sulle successive invenzioni teoriche e cliniche che hanno ripreso e confermato le sue intuizioni. Un elemento tra i tanti «la visione dell’analità come primo stadio di autoaffermazione e di soggettivizzazione”»(pag.23).

La presentazione che Marina Malgherini propone di Sabina Spielrein, le rende giustizia, contrariamente alla visione convenzionale che la racconta solo come paziente schiacciata nel conflitto tra Freud e Jung. Sabina nella sua breve vita, ha prodotto teorie ma soprattutto una attenzione a pratiche cliniche fuori dal comune. Non è una vittima, come vuole certa vulgata attuale ma una giovane donna che percorre le rivoluzioni nel Novecento portando il suo contributo perduto negli orrori del Novecento. Ma alcuni elementi sono arrivati fino a noi: la piccola russa ebrea che la società aveva reso pazza e malata diventa una pioniera nella Russia rivoluzionaria e muore durante una marcia verso i campi di concentramento nel 1942, dopo aver fondato la neonata Società di Psicoanalisi a Mosca, che Stalin si affretterà a chiudere,e aver lavorato nell’”asilo bianco” dove i bambini venivano lasciati liberi di esprimersi e creare. Scabra e riservata non ha mai cercato popolarità ed è un paradosso del destino la sua  fama attraverso i film!

Ci sono poi figure come Margaret Mahler. Di origine ebraica ungherese, non teme di dire di sé stessa «sono una borderline.. questa collocazione di confine mi ha lasciato ben presto il segno delle due polarità linguistiche ed affettive…e mi ha posto in bilico tra due tradizioni» (pag. 103)

L’essere borderline lungi dal rappresentare una categoria diagnostica qui viene considerata come la  forma di un’equilibrista alla ricerca di nuove modalità di pensiero, linguaggio e rappresentazione. E Gabriela Tavazza titola il suo saggio: Margaret Mahler una vita al confine.

Molto evocativo, in molteplici sensi, il saggio di Patrizia Cupelloni su Paula Heimann titolato felicemente Passo a due: racconta la storia biografica e di sviluppo teorico derivante da una difficile relazione tra due donne eccezionali: Paula e Melanie (Klein). Una storia segnata dall’amore-odio e Melanie scriverà pagine indimenticabili sui questi due affetti originari! Così come Paula riuscirà a mantenere la sua posizione teorica e clinica oltre al rifiuto.

Per continuare a riflettere sui tanti significati attuali delle  vicenda di  relazioni creative, conflittuali e potenzialmente distruttive tra donne ci vorrebbe un intero saggio. Invito alla lettura e ai pensieri che il saggio di Patrizia Cupelloni  ci porge con precisione e discrezione lasciando a noi lettrici la libertà di “associare liberamente”.

Il saggio su Margaret Little di Maria Stanzione, racconta come questa importantissima autrice dalla sua esperienza di paziente – di Winnicott)– ha ricavato materiale di elaborazione clinica  soprattutto sul controtransfert. Materiale che verrà utilizzato nel trattamento dei casi gravi (psicosi) man mano che la teoria e pratica clinica prendevano in considerazione gli psicotici che da Freud erano stati esclusi dal trattamento analitico. Margaret Little ebbe, durante l’analisi con Winnicott, un break down psicotico che le permise di guarire, di trasformare «la paura dell’agonia» in agonia avvenuta e quindi utilizzabile per crescere emotivamente e psichicamente. Da questa esperienza  guadagnò elementi di conoscenza arricchenti per la teoria e la pratica clinica. La trasformazione di un esperienza potenzialmente distruttiva in creazione viene efficacemente resa dal titolo del saggio Dal caos alla scrittura.

Queste sono le pioniere, donne nate nell’Ottocento: vite trasgressive, rispetto all’ideale femminile predicato dalla psicoanalisi stessa, fuori dagli schemi della donna normale prescritta anche dagli analisti, a volte anche dalle analiste. E’ veramente straordinario seguire i percorsi di queste donne che hanno fatto della loro libertà di essere e di pensare un’occasione di libertà per tutti. Spesso senza opporsi frontalmente ai modelli ortodossi che la psicoanalisi prescriveva ma facendola collassare dall’interno, proponendo altri paradigmi a volte  all’avanguardia sui tempi storici che saranno raccolti e rimessi in gioco in anni successivi, a contesti culturali e storici cambiati quando si farà strada la necessità per le donne di una costruzione di genealogia femminile e materna necessaria alla costruzione di una pensabilità dell’essere umano segnato dalla differenza sessuale e di genere.

Le analiste nate nel Novecento, Frances Tustin, Joyce McDougall, Piera Aulagnier, Janine Chasseguet Smirgel, sono più vicine e conosciute ma anche loro si inseriscono nella scia delle pioniere, anche loro non si sono lasciate addomesticare.

Questa generazione si è trovata ad assumere posizioni di responsabilità all’interno delle istituzioni psicoanalitiche e a prendere parte alle lotte di potere presenti in ogni gruppo umano ma le loro posizioni si caratterizzano per il mantenimento di una certa autonomia e fedeltà alla propria storia; ciò vuol dire anche una ricerca continua di corrispondenza delle teorie con ciò che emerge dall’ascolto dei/delle pazienti. Alcune, più attente e fedeli a sé stesse e all’etica della psicoanalisi, si accorgono di come sia difficile mantenere la mente sgombra da pre-giudizi teorici e di adesioni all’ortodossia che impediscono l’ascolto dei pazienti e soprattutto delle pazienti. In particolare è interessante percorrere uno dei primi grandi conflitti, teorici e clinici, di cui sono state protagoniste due donne: Anna Freud e Melanie Klein ed è importante segnalare che la lotta tra le due dame della psicoanalisi delle origini non portò a scissioni e che i movimenti tra i due gruppi erano fluidi e le appartenenza variabili.

Ben altra storia quella della psicoanalisi francese: l’espulsione di Lacan portò non solo alla nascita di un’altra Società di psicanalisi ma anche a continue scissioni ma anche in questo caso le donne si posizionarono differentemente: così viene descritta la posizione di Piera Aulagner.

Ma è da segnalare anche come le psicoanaliste nate nel Novecento si accorsero (dall’ascolto delle pazienti nei loro studi?)  che funzione, posizione e sessualità femminile dal dopoguerra stavano profondamente e tumultuosamente cambiando, e per prime avvertirono la necessità di modificare  paradigmi. Si avventurano ben prima della “seconda ondata femminista” sulla (scarsa e errata) teoria sulla sessualità femminile e con audacia si inoltrano su strade che saranno attraversate  dal femminismo con il discorso sul corpo.

In questo libro mancano psicoanaliste eccellenti, Françoise Dolto, il gruppo di “femministe” psicoanaliste nord americane e qualche sud americana, ma il primo passo è fatto: sta a chi  continua a pensare, confrontare, tradurre i linguaggi dell’inconscio procedere nel lavoro. E infatti il saggio che chiude il libro titola concludendo

Per me i punti di sospensione evocano una trasgressione nei confronti di ogni conclusione: il pensiero non (si) conclude, chiude, mai. E il piacere a pensare e scrivere nel corpo a corpo con l’autrice scelta e nel confronto con le altre è un invito a continuare a pensare innovando,sviluppando, ricreando a volte trasformando radicalmente e perché no? trasgredendo, il lascito delle madri.

 

Psicoanaliste  a cura di Patrizia Cupelloni con scritti di:  C. Cattelan, A, Costios, P. Cupelloni, F. Ferraro, M. Fraire, M. Malgherini, D. Petrelli, R.Pozzi, M. Stanzione, G. Tavazza, G. Trapanese. Franco Angeli Milano 2012, 314 pagine, 38 euro

 

 

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2 Comments
  1. maria teresa colonna

    E un libro troppo di parte intendo dire che oltre Vienna vi era anche Zurigo con bravissime pioniere junghiane….E curioso che le mie colleghe sono cadute nella stessa partigianeria dei loro colleghi maschi freudiani per cui Jung e le sue allieve non esistono,allora ragazze leggetevi anche le “Altre ” farete delle scoperte
    mariateresa colonna
    Firenze

  2. Segnalo l’uscita per le Edizioni Frenis Zero del libro LO SPAZIO VELATO. FEMMINILE E DISCORSO PSICOANALITICO a cura di Laura Felici Montani. Il libro, nato dallo “Spazio Rosenthal”, uno spazio curato da Laura Montani sulla rivista di psicoanalisi Frenis Zero, propone contributi di riflessione psicoanalitica sul femminile. Il libro, dopo la prefazione di Laura Montani, si divide in cinque sezioni. La sezione LA TRASMISSIONE DEL FEMMINILE comprende i contributi di Anne Loncan, di Simona Marino, di Adele Nunziante Cesaro e di Giuseppe Stanziano, e di Anna Zurolo. La sezione IL DESIDERIO FEMMINILE NEL DISCORSO PSICOANALITICO annovera due testi di Laura Montani. La sezione MATERNITA’ E FEMMINILE comprende i testi di Julia Kristeva, Barbara Massimilla, Santa Parrello, e Massimiliano Sommantico. La sezione CINEMA E FEMMINILE raccoglie un contributo di Laura Montani ed un’intervista di Barbara Massimilla a Francesca Comencini. Infine, la sezione TRAUMI SOCIALI E FEMMINILE raccoglie due testi di Ambra Cusin e di Lidia Tarantini.
    Un breve video di presentazione del libro è accessibile cliccando su http://www.youtube.com/watch?v=n0hP419M5pk
    Per info: http://web.tiscali.it/hermann1889/frenisEdizioni.htm

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