Con occhi trasparenti

Da mani mortali è l’ultimo libro di poesia di Biancamaria Frabotta.  Vincitore della XXVI edizione del Premio poesia edita Citta di Penne – Fondazione Piazzolla, è un libro denso e profondo. Trae ispirazione da Hannah Arendt e ricorda che quello che facciamo con le mani ci dà il senso della mortalità.

Questa non è una recensione, è piuttosto una lettura in risonanza. Capita, a volte, di entrare in particolare risonanza con un testo, vederlo crescere dal di dentro perchè qualcosa di profondo è accaduto, qualche ganglio nascosto è stato toccato. Si desidera ripercorrerne il filo in una lettura puntuale, non distaccata e accademicamente critica, ma vicina, partecipata, direi affettiva; il testo cresce nella corrispondenza interiore e nel suo farsi nuovamente nella mente di chi legge, ne diviene parte. E’ accaduto a me con questo libro di Biancamaria Frabotta. Di questo intendo dare testimonianza.

I ritmi semplici della natura che mantiene e rinnova la vita nei minimi passaggi necessari sono lezioni di un “cantiere sempre aperto”, che si danno sotto gli occhi di chi sa guardare. Occorre non forzare “questa ottusa pazienza” con incitamenti fuori luogo, e la poeta sa comprendere il lungo lavorio silenzioso sotteso, per questo si rivolge al lettore impaziente, per temperarne il desiderio di spronarla. Così  “i biancospini che aspettano pazienti/ il cambiamento che fugge l’occhio assiduo” possono entrare in una tenzone mentale immaginaria con la mano che cerca di piegarli “nella curvatura di una siepe”.

Si apre un inedito aspetto che induce la natura a confrontarsi in opposizione frontale alla scelta umana di un mutamento forzoso, che ne stravolge e rende artificiosi e sterili i ritmi. Così, “Raggirando la vana gloria di piegarli/ in archetti di trionfo se ne vanno in alto/ senza freno i rami liberi dei biancospini”. Nuovo emblema di libertà mutuato dalla verità irriducibile della natura; ma “a suo tempo basterà la lama delle forbici/ a moderare l’orgoglio che non cambia verso”, in un alterno, continuo gioco di adattamento reciproco e di convivenza forzosa tra ambiente naturale e volontà umana.

Il luogo è il “giardinetto”, quasi un hortus conclusus privo di muri – da lì, forse, si vede il mare – destinatario di cure amorevoli, di osservazioni scrupolose dei minimi eventi che riguardano la vita vegetale e animale, che cercano e trovano nei ritmi vegetativi delle piante un significato profondo di continuità. E’ una lezione antica che riguarda gli esseri umani “dispersi nel corso sordo delle cose”, che possono trovare ragioni insospettabili di confronto dalla osservazione minuta e faticosa dei cambiamenti. Un quasi-poemetto intitolato “La prima generazione dei biancospini”, che apre il volume e ruota attorno all’orto, metafora della vita stessa. E coglie di sorpresa, in questa prima sezione, nell’apertura della seconda poesia: “Città, infelicità”, l’accostamento di due termini di grande distanza semantica, così correlati in rima, a stabilire impensabili rapporti.

Ma questa poesia non è semplicemente ascrivibile a una tradizione contemplativa-attiva che trova le giuste dimensioni del vivere nei ritmi operosi della natura e invita gli esseri umani all’umiltà. Il libro è complesso, formato da tre sezioni distinte: Gli eterni lavori, I nuovi climi, Da mani mortali. La prima sezione introduce, appunto, nell’ambiente di natura, anche con i successivi testi. C’è qui un desiderio di farsi natura, di entrare e condividere i rumori della terra, la sofferenza delle piante in crescita, gli odori più indistinguibili. Il cane, l’insetto, le chiocciole, l’uccellino, sono altri soggetti in relazione con l’io poetico che si misura in uno spazio di vicinanza o in un muto colloquio sorretto da numerose forme ipotetiche – potessi, vorrei, se – come a voler mettere in moto “verità rimpicciolite”, veri cardini di significazione, che si affacciano su far della notte e accompagnano i sogni e l’insonnia.

Lo stesso soggetto umano poetante trova una sua collocazione naturale in questo mondo, accolto con le proprie mancanze o difficoltà: “Non sa da quale piede/ zoppico”, perché la misura concreta del vivere si esprime nelle alterne sollecitudini e sofferenze che segnano i ritmi della durata e della fine delle cose. Mentre ancora diverse sono le parole che connotano gli agglomerati tipicamente umani: “città nera”. E anche se l’alba è impietosa perché scopre inquietudini e insonnie, e avvicina i termini di svolgimento del tempo, è nel ciclo di questo mutamento lento e necessario che si situa. La stessa morte, spesso prefigurata dagli umani: “Finché le forze reggeranno e a vita non s’oppone verità” è del tutto estranea al mondo vivace degli animali, come sanno gli uccellini indaffarati con nidi e covate, finché non giunge.

Un parte importante di questa prima sezione è dedicata alla poeta Giovanna Sicari. Un colloquio post-mortem in cui si mescolano immagini e sonori, e le fonti stesse delle percezioni sensoriali trasmutano i propri campi: “mi rimane/ negli occhi la voce, quando dici:/ pensami, voce remota dal paradiso”. Il segno della perdita di una lunga amicizia, uno sconforto indicibile, passano tra le parole che mettono in scena azioni definitive, agite con la consapevolezza calma e atroce dell’inevitabile: “Sono uscita senza voltarmi/ pur di non perderti”. Frammenti di ricordi, comunanze vissute insieme, segreti, evocazioni quasi classiche alla posta tra cielo e terra stanno di fronte all’evento ineluttabile, che accade. L’ultimo colloquio è su una tomba recente, un gesto d’affetto nel cogliere un fiore vicino.

“I passi senza importanza” (dei poeti?), ancora appartenenti alla medesima sezione, sono una sorta di passeggiata poetica, a volte scherzosa o bonariamente ironica nei luoghi dedicati e in compagnia degli amici poeti, con cui conversa, polemizza in tono pacato, (anche se è capace di ben più pungente spirito: “A che gli vale amarla la poesia/ se ricambiarla non gli è dato?”), sui luoghi comuni a chi si intrattiene con la poesia, evidenziando le immagini, le fisime, le lusinghe, i modi di intrattenersi, e tra le “distinte pagode” degli amici romani e di quelli nordici (milanesi), indecisa, non sa trovare adeguato riparo. E’ una interessante dichiarazione di indipendenza dai gruppi e dai poteri, accompagnata, laddove con tono ironico dice: “Mi ripeto”, da una osservazione oltremodo importante per comprendere la poetica di questa ultima stagione di scrittura: “Normalità che posso amare solo/ violandone la norma che la regge/ filo di ferro per i fiori dei morti/ frase che perde il filo. E lontano/ dalle selve m’inselvatichisco”. Proprio la normalità disvelata nel suo artificio fa desiderare un ritorno non ingenuo ai ritmi della natura.

La seconda sezione del volume – I nuovi climi – , si apre con una serie di poesie intitolate: “Le fasi della luna”. La luna, interlocutrice silenziosa di tanti poeti, qui si dispone a essere specchio e metafora del senso più remoto e profondo delle cose: la vita, il tempo, la morte, con la sua falce tagliente a ricordare che “valeva la vita quanto una spiga matura”; testimone del cammino che ignoriamo. L’ambiente è ancora quello della natura affacciata sul mare, un giardino o un campo curato, dove il nocciolo attaccato dai tarli è ancora sano, dove le melanzane e i pomodori si distanziano dagli orticelli di crescione e una panchina di ferro e legno accoglie la “meditazione interrotta”. Ancora il buio, la notte e il “sonno senza sollievo” a segnare una inquietudine con cui si convive, che riguarda l’ordine degli eventi, la disposizione delle cose, il tempo a venire e quello passato degli esseri umani colti in immagini lontane.

Seguono le brevi poesie de “Il miracolo delle lingue”, rapide immagini di animali, il cane, l’uccello del malaugurio, la tortora, le gazze, il verme della sughera, perfino il vento, a marcare una pluralità di voci interconnesse e singole, vociferanti nell’universo ridotto del giardino. Non c’è compiacenza sospesa nell’osservare tanti modi diversi di espressione, ma puro desiderio di cogliere le forme elementari di una babele domestica, non addomesticata.

Il gruppo di testi intitolato “I nuovi climi” si apre con un cambio di passo nel discorso poetico che si fa, a tratti, prosastico. La siccità dopo un inverno particolarmente rigido stravolge i ritmi consueti di crescita delle piante, altera la vita vegetativa. Le indicazioni temporali sono precise: 2003, poi 2007. Il disordine regna nella natura: “i carciofi tra i narcisi,/ sull’arancio ferito i grappoli/ profumati della zagara. / In terra giaceva l’edera vizza/ screziata di morte lumache”. Preludio e anticipazione di nuove catastrofi imminenti il giardino  è sconvolto: “pensai che tutto stesse fiorendo/ a rovescio”. Le stagioni mutano in modo repentino, scompaiono alcune, altre si allungano oltre i limiti consentiti. E’ un passaggio d’attesa che fa emergere inquietudini nuove, avvertite in campagna dalle gemme che soffrono, quasi inavvertibili in città, nel caotico andirivieni delle persone.

Eccola, la grande catastrofe annunciata: il terremoto dell’Aquila, qui rappresentato in modo dolente dalle bellissime poesie intitolate “La casa dello studente”. Tre immagini del disastro, tre punti di osservazione interna ed esterna degli eventi, a evocare con parole tenui tutta la durezza dell’accaduto e ciò che può ancora accadere, fino a interrogare, nell’ekphrasis della Madonna del Parto di Piero della Francesca, quel dio “nascosto nel suo ventre”, quegli angeli sui lati, così giovani e indifferenti, “Custodi di un’attesa ormai/ sapientemente inattendibile/ ciasuno testimone di sé stesso”.

È cambiato il tempo del presente, nuovi timori e incertezze pervadono le persone da un capo all’altro del pianeta, ormai fortemente interconnesso. L’ultima sezione eponima del volume, Da mani mortali, con riferimento a Hannah Arendt di Vita activa, si situa nelle contraddizioni della contemporaneità e di questa assume le asprezze in alcuni testi. Metafora diviene la prima poesia: una dissezione, ekphrasis della “Lezione di anatomia del dottor Tulp”, quadro di Rembrandt dipinto nel 1632, che mostra il medico mentre propone ai colleghi il funzionamento dei tendini nel braccio di un recente impiccato, o la seconda, un ritratto di una Genova alienata, profondamente mutata dalle immagini che ne mostrarono i poeti, con un accorato richiamo all’amato Giorgio Caproni.

Parte centrale di questa sezione è “Il gesto più gentile dell’amicizia”, un poemetto visionario che, come si legge in nota, nasce da una visita casuale, nel Capodanno 2006, alla villa La Rondinaia, luogo di lavoro e di vita di Gore Vidal e del suo compagno Howard Austen, recentemente abbandonata dal proprietario dopo la morte dell’amico. Un percorso nelle stanze e tra gli arredi e insieme una meditazione sull’amicizia e la morte, sui rapporti di corrispondenza amorosa oltre i limiti della vita stessa, intercalato da passi di fattura classica che riguardano Achille e Patroclo. Si alternano in tre diversi piani le immagini seducenti e opulente della quotidianità di Gore e dell’amico, la visita notturna presente dei visitatori festanti, tra cui l’autrice, (e tutto nella casa rimanda agli occhi interroganti della poeta l’atmosfera trascorsa), e il piano mitico dell’archetipo dell’amicizia virile, cui fa da contrasto povero la fotografia dei femminielli in cornice anticata. L’invito di Patroclo a compiere il rito di ardere il proprio corpo sulla catasta e liberarlo dalla nostalgia di Achille che lo trattiene, potrà salvare il guerriero defunto da una condizione opprimente e angusta, quando ormai la condizione stessa di esistenza è mutata. La dismisura dell’amore che non riconosce i limiti della vita e della morte è febbre d’impeto che si pone oltre la Natura, come la fuga di Gore dalla villa abbandonata. E tuttavia, alla fine della notte di festa, il presente ineludibile suggerisce che “L’Eterno s’apposta dietro la prima fila delle palme/ grida un buon giorno smisurato dal bel mezzo dell’Eden/ da ciascuno staccherà la sua ombra la lima del tempo”.

La critica si fa più palese e ironica nell’osservazione dei “potenti signori/ incappottati” che giacciono “Riversi di sghimbescio”, dimenticati e polverosi, nei cortili della Galleria Tretyakov di Mosca, ultimo segno di un passato rimosso, nel gruppo di poesie ironicamente intitolate “Visite di calore”. Anche l’invettiva “Vattene, Presidente, dai cieli/ dai soli, dalle nevi, dagli uccelli/ in fuga dalle tue bombe intelligenti”, rivolta al Presidente Bush in visita in Italia nel 2007, rappresenta una incursione urgente degli eventi contemporanei nello spazio indomabile della poesia.

Ma è “La felice combinazione”, ultimo consistente gruppo omogeneo di poesie della sezione a imprimere un segno a tutto il volume. Un dio di cattivo umore che promette distanza incompatibile dagli umani, si appresta, agli albori del tempo, a compiere “un’opera desiderata”. “Il primo respiro/ porta dolore”, registra con consapevolezza, annota le preghiere e i desideri degli umani “di credervi da me esauditi”, osserva che “voi vorreste che io vi riconoscessi/ tutti, uno a uno, e vi stupite se sfuggo/ se resto sulla difensiva”. Un dio che, quasi per un gioco adolescenziale, non sa prendersi la responsabilità degli esseri umani, che pure ha generato. E l’universo tutto, umani compresi, risulta un’opera incompiuta, quasi lasciata a metà per una sorta di imperfezione non voluta, una distrazione accidentale di un’opera non matura, accaduta a chi è fuori del tempo, e che lascia per sempre l’universo fuori da dio. Con leggerezza e una lingua composta traccia un destino terribile e irreparabile per gli esseri umani, frutto di un errore casuale, non calcolato o malvagio. “E se fosse stata soltanto rimandata/ come una lettera lasciata a mezzo/ la mia divina creazione/ dell’esistenza animale/ la felice combinazione/ io che non ho il tempo/ di dare importanza al tempo./ Io per sempre fuori di me”. Contraltare sembra l’ingenuità del bambino di otto anni, forse il nipotino, che poco oltre si chiede: “E se si scoprisse che quello vero è Giove?”.

Il volume si apre e si chiude con due testi in corsivo, quasi un fuori campo, sulla poesia e i poeti, altro file rouge sotteso a tutta la raccolta. L’inizio è scherzoso, “Sono come le pulci, i poeti/ acquattati nel pelo del mondo”, ma alla fine c’è un riconoscimento di vocazione che non può essere taciuta: “un poeta/ sa che non essere/ non avrebbe potuto”, una vocazione etica che corrisponde pienamente a questa raccolta e alla produzione generale di Biancamaria Frabotta.

Il libro è un’opera complessa, molto bella, a tratti difficile per le numerose impilcazioni coinvolte, mai volutamente oscura, mai supponente. E’ testimonianza di una maturità consapevole, acquisita da chi molto ha operato e molto ha riflettuto sulla poesia, e occorrono occhi davvero trasparenti, come altrove ha detto, per affacciarsi sulla sponda. Anche se formato da molteplici parti con una propria autonomia esiste uno svolgimento coerente nella molteplicità, un filo conduttore che mostra una riflessione e uno sguardo che via via si allargano e si ramificano, dal giardino, alla contemporaneità con le sue distorsioni e i suoi drammi, fino ad arrivare a interrogare il senso trascendentale dell’essere al mondo, nel monologo di un dio disattento, con una compostezza di discorso poetico frutto di lunga esperienza . Allora è vero che “un poeta sa/ che l’opera finisce/ dall’inizio, convive/ nel caso e non/ per caso rivive/ come insieme vissero/ ma come morirono/ perché un poeta sa/ quando risuona la sua ora”.

 

Biancamaria Frabotta, Da mani mortali, Mondadori, Milano 2012, pp. 158, euro 15,00

 

 

 

 

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