Il pater familias secondo Alice Ceresa

È un’occasione  da cogliere la recensione che Valeria Palumbo ha dedicato alla recente riedizione di La morte del padre di Alice Ceresa da parte di et al./, perché mi porge la possibilità di riflettere su un’autrice che ho conosciuto un po’ per caso e che ho amato fin da subito. Ormai qualche anno fa, mi fu regalato un suo libro, La figlia prodiga [e.o. Einaudi 1967] da un’amica, nella riedizione per La Tartaruga [2004]. In quel testo erano presenti anche gli altri scritti di Ceresa: La morte del padre e Bambine [e.o. Einaudi, 1990].

Quel piccolo e prezioso capolavoro letterario che è La morte del padre è stato recentemente riedito da et al./ con una bella e intensa postfazione di Patrizia Zappa Mulas. Scritto nel 1978, viene pubblicato per la prima volta nel 1979 sulla rivista “Nuovi Argomenti”. Certo nel 2004 riacquista la luce ma ad oggi, quell’edizione, non è più reperibile. Ancora una volta dobbiamo ringraziare la lungimiranza della casa editrice milanese et al./ perché la scrittura di Alice Ceresa, nella sua dirompenza, è un privilegio al quale non si dovrebbe rinunciare.

La morte del padre è un racconto breve e scottante, anche se sarebbe più corretto forse parlare di un esperimento epifanico, con tutta la potenza di un imprevisto fulgido e magnifico sia sul piano del linguaggio che sul piano dell’oggetto trattato. Ceresa lo scrive a Cama, in Svizzera, durante la prima notte che la separa dalla morte di suo padre seppure giustapporre all’analisi l’elemento autobiografico sarebbe impreciso. O meglio, non restituirebbe in questo caso tutta la forte e dolente audacia della scrittura.

Lontana dalla mondanità e da tutti i cliché dei salotti, Ceresa aveva capito perfettamente che la parola pubblica non significa fare brandelli di sé. Quella parola infatti diventa letteraria quando è capace di non darsi in pasto e anzi misura il nutrimento con la stoffa stessa dell’esistere. Scrivere dunque, attività che Ceresa conduceva quotidianamente fin da giovanissima, non ne ha determinato la dilapidazione. La figlia prodiga, che lei stessa è stata nella scelta della propria libertà femminile a dispetto del copione che avrebbe interpretato se non si fosse separata dalla famiglia d’origine, sa di sé.

In questo infuocato esercizio di scrittura che è La morte del padre, viene illuminato uno dei temi principali della scrittura di Ceresa: la famiglia, in cui i nomi propri lasciano il posto ai posizionamenti relazionali all’interno di essa. La famiglia, che nella forma patriarcale è coacervo di oppressione e istinto alla patologica sopravvivenza, racconta per Ceresa il nucleo stesso delle umane convivenze. In questo tragitto tra la condizione di esistenza e l’immaginifica mutazione del sé, Ceresa mostra una lingua adamantina e severissima. Il contenuto del racconto apparirebbe eloquente fin dal titolo se non fosse che quella morte del padre ha un significato di ulteriorità che ne prevede almeno due direzioni: la prima è la morte come accadimento che dice la fine biologica di un vivente. La seconda, ben più complicata, dice della trasformazione che quella fine ha in chi la patisce. Ma quella che racconta Alice Ceresa non è una morte qualsiasi: fin dalle prime righe, apprendiamo che ad andarsene è il padre di una famiglia patriarcale in cui se molte cose si scompaginano molte altre si mettono in ordine. La sparizione attraversa tre figurazioni che appartengono ad altrettanti personaggi: due figlie femmine e un figlio maschio, con una madre intermittente che Ceresa protegge al margine come fosse spettatrice di qualcosa che per lei deve ancora conoscere compimento.

All’inizio del racconto l’ineluttabile è già avvenuto e si assiste alla rappresentazione della figlia maggiore, di quella minore e del figlio maschio. Tutti e tre si ritrovano nella stessa casa, che poi è quella dell’infanzia, al capezzale del defunto ma ognuno di loro non sa niente dell’altro. Il percorso descritto da Ceresa non parla tuttavia di incomunicabilità ma delle rappresentazioni della morte, e dei suoi significati, attraverso chi rimane: lo sguardo vigile di chi resta viene investito da quella morte che ne fende l’immaginario. Una morte del padre che diventa dunque metonimia di un discorso  più ampio: quello del congedo dal patriarcato. Eppure Ceresa ne contempla tre deformazioni, cioè tre esatte fasi – potremmo dire – attraverso cui questo padre patriarcale, sottratto definitivamente il proprio ingombro, insiste nella presenza sulla scena provocando degli effetti collaterali. In altre parole la morte è avvenuta fisicamente ma la sua forma, al pari di un’idea, viene trasmessa e, se non pensata e setacciata adeguatamente, diventa difficile da elaborare.

La figlia maggiore incarna la prima forma del lutto da patriarcato: prendersi carico di tutto l’orrore e il risentimento generati dall’autoritarismo. Attraverso di lei dunque l’ordine autoritario del padre pretende di sopravvivere, in un consenso nevrotico e dissimulante di gesti e azioni. La figlia maggiore non lo sceglie infatti consapevolmente, diciamo piuttosto che ne è posseduta suo malgrado. Del resto  si sa: le idee hanno vita ben più lunga dei corpi laddove questi ultimi sono meri contenitori.

La figlia minore invece comprende già come quella dipartita determini il nucleo centrale di un ragionamento complicato da affrontare a un livello diverso: «qui siamo alle prese con un padre concettuale» (p. 27). Attraverso la riflessione su se stessa, la figlia minore capisce che l’assimilazione al padre, come origine di tutte le cose, è una malriposta abitudine. L’idea del padre dunque, che nella figlia maggiore aveva trovato posto, qui si manifesta dall’esterno: «Semmai la tentazione sarebbe di costruirsi un padre sostitutivo procedendo con l’immaginazione intorno a un uomo e alla sua esistenza ormai conclusa, nell’impossibile ricerca di troppo a lungo trascurate realtà altrui» (p. 29).

È questo il punto centrale di tutta la riflessione interna a La morte del padre: capire il potere di rappresentazione delle cose per aprire ad un significato ulteriore, quello simbolico. La possibilità di pacificarsi dal distacco doloroso attraverso il lavoro della memoria e del ricordo, comporta nella riflessione di Ceresa dedicare il giusto posto ai morti e ai vivi; certo non per questo si propone indulgenza nei confronti di un costrutto familiare esiziale. Così la rappresentazione del figlio maschio è l’ultima delle tre fasi attraverso cui l’idea del padre si deposita e deforma, con un dettaglio a questa altezza dirimente: Ceresa infatti – sul finire del racconto – ha già «pulitamente tagliato gli alberi secolari affinché con le radici troppo numerose non impoveriscano il terreno e con le foglie d’autunno non lo ricoprano, mentre vi deve crescere il fieno» (p. 33).

Per concludere, accostarsi alla scrittura di Ceresa significa principalmente affidarsi ad una delle costruzioni fra le più interessanti e dirompenti del Novecento. Ma, per farlo, la vista non basta. Ci si deve munire di occhi differenti che riescano a interpretare e distillare il presente come l’aldilà.

In questo esercizio pericoloso ma necessario di comprensione, se si ha la fortuna di guardare Se tu sapessi, la puntata dedicata ad Alice Ceresa da Loredana Rotondo nei suoi bellissimi Vuoti di memoria, si scoprirebbe un’intera costellazione di affetti, relazioni e spostamenti attraverso le parole di chi l’ha conosciuta, amata o anche solo studiata. Questa creatura mite, schiva e per niente addomesticabile alle forme della tradizione, è stata una scrittrice e un’intellettuale di caratura sopraffina su cui far convergere, possibilmente e ancora, sempre più punti di vista.

La Società Italiana delle Letterate lo ha fatto in più occasioni: in Se tu sapessi è presente attraverso le osservazioni luminose di Monica Farnetti e, in diverse occasioni anche pubbliche, in quelle grate e affilate di Laura Fortini (1). Alcune e alcuni si sono già occupati dunque di Ceresa; penso per esempio al bel ricordo dedicatole da Teresa De Lauretis. Ma forse si dovrebbe proseguire nello scavo dei suoi scritti, depositati a Berna presso l’Archivio svizzero di Letteratura.

Ci si accorgerebbe infine che l’opera di Alice Ceresa è giocata intorno a una biblioteca poderosa e che ripubblicarla oggi ha un senso che travalica la sola scelta letteraria. Significa non dimenticare una donna che conosceva l’intelligenza della libertà come lo splendore del silenzio e di entrambi ne aveva fatto il proprio stile di vita.

 

 

(1) la più recente in ordine di tempo è stata appunto quella di Laura Fortini durante la serata romana dedicata a Goliarda Sapienza, a proposito della riflessione che Alice Ceresa fa sui personaggi e le personagge in letteratura.

 

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Alice Ceresa, La morte del padre, et al./, Milano 2013, pp. 76, euro 10,00 (con Ritratto di Alice, di Patrizia Zappa Mulas)

Bibliografia:

 

–          Gli altri, in «Svizzera italiana», n. 17-20, Lugano 1943.

–          La figlia prodiga, Einaudi 1967.

–          La morte del padre, in «Nuovi Argomenti», n. 62, aprile-maggio 1979, pp. 69-92.

–          Bambine, Einaudi 1990.

–          La figlia prodiga e altre storie, La Tartaruga 2004

–          Piccolo dizionario dell’inuguaglianza femminile, Nottetempo 2007.

 

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