Giacoma Limentani, una “maestra di saggezza ebraica” e di scrittura

Le pagine di saggistica e di narrativa di Giacoma Limentani raccontano storie e leggende incantevoli, complesse e ardite costruzioni del pensiero, squarci di sapienza umile e paziente, nella consapevolezza che la verità va cercata, interrogata, mai posseduta. La sua parola costringe a fermarsi, a riflettere, ipnotizza e abbaglia come un lampo improvviso a cui succede il silenzio della riflessione. Oltre a costituire un punto di riferimento per la cultura ebraica romana e italiana, Giacometta (come ama farsi chiamare dagli amici) è stata per molte donne un’amica intelligente, una “madre simbolica” generosa e creativa, sempre aperta al dialogo. Una vera «maestra di saggezza ebraica» che ha saputo guidare amorevolmente nel mondo del Libro, educando all’«ascolto dell’infinita sonorità delle parole della Torah», e addestrando alla «lettura infinita».
Ricordiamo Gli uomini del libro. Leggende ebraiche con illustrazioni di Emanuele Luzzati (Milano, Adelphi, 1975) e Il grande seduto (ivi, 1979) e l’azione scenica Nachman racconta (Firenze, Giuntina, 1993). Tra gli altri meritano una segnalazione tre significativi contributi in cui si avverte il respiro di una stratificazione vertiginosa di storie sempre narrate in modo nuovo e imprevisto: Il Midrash. Come i maestri ebrei leggevano e vivevano la Bibbia (Alba, Edizioni Paoline, 1996); e i due libri dedicati a Giona e Osea (Giona e il leviatano, ivi, 1998; Il profeta e la prostituta, ivi, 1999; entrambi arricchiti dai disegni di Francesco Pennisi). Rivisitando le vicende di Giona e Osea, Giacoma Limentani ha saputo declinare insieme interpretazione e traduzione, attraverso una fitta trama di voci che parlano di esilio, di dolore, di rabbia, di indifferenza ma anche di amore, di speranza, di misericordia e di responsabilità.
Ma Giacometta non è solo una studiosa di ebraismo e una narratrice di storie, è una scrittrice raffinata, capace di interrogare il mondo e gli uomini con domande che esigono risposte non scontate. I suoi racconti, le sue «favole cangianti» alternano sapientemente narrazione e riflessione, la storia singolare e quella universale, con una particolare cura alla parola e alla sua valenza semantica. Si veda la raccolta di racconti: L’ombra allo specchio (Milano, La Tartaruga, 1988).
Lo scrivere, il narrare, il comunicare sono per lei un continuo tradurre emozioni in parole, eventi intimi in storie pubbliche, fatti quotidiani in segmenti di storia. Scrivere è sempre un mettersi in relazione. Si scrive dopo l’esperienza per raccontarla, per fissarla sulla carta, per comprenderla e renderla presente a sé e per rappresentarla ad altri. Ma anche – aggiunge Limentani – «per scrivere prima che la speranza si avveri. È cercare almeno di prospettarla». Quello scrivere prima è qualcosa di più di un «aiutare chi legge a guardare avanti», è la relazione che salva perché aiuta a cambiare, sottrae al circolo vizioso del ricordo che opprime, paralizza, condanna «a una solitudine che taglia fuori perfino dal proprio passato». Scrivere prima significa superare il «deserto delle idee», guardare avanti con la forza di nuovi desideri. Significa rimettersi continuamente in gioco, «come se ogni fatto personale non fosse un punto esclamativo sugli eventi che l’hanno determinato, e un punto interrogativo su quelli che può determinare, sia individuali che collettivi». Due segni d’interpunzione diversi, dove il primo non segna una battuta d’arresto ma una semplice pausa su cui può aprirsi un inedito ed imprevisto orizzonte di senso. Una relazione dinamica tra l’esperienza soggettiva e quella collettiva (della “storia”), senza far scomparire l’impronta della soggettività e della singolarità, come magistralmente illustra nel volume: Scrivere dopo per scrivere prima. Riflessioni e scritti (Firenze, Giuntina, 1997).
Le narrazioni di Giacoma Limentani catturano «amorevolmente» soprattutto per la inconsueta, inedita e originale modalità di lavorare sulla propria memoria, in un andirivieni a tratti vorticoso tra passato e presente. I suoi libri, in particolare la trilogia narrativa (In contumacia, Milano, Adelphi, 1967; Dentro la D, Genova, Marietti, 1992; La spirale della tigre, Giano Editore 2003) non raccontano – pur selezionata e rivisitata dal punto di vista della scrivente – una vicenda biografica scomposta in tre respiri narrativi. Raccontano con un procedere a spirale, tanti episodi le cui estremità finiscono per toccarsi, ma la cui dislocazione sull’asse temporale non produce continuità e contiguità bensì una forma elicoidale, perché l’andamento è ondifugo proprio come un flusso di memoria che procede discontinuo, per associazioni di idee, di situazioni e di personaggi.
Una «favola ripetitiva» che affonda in radici lontane, dove «la testimonianza segue l’eternità del tempo». Per questo, in ogni suo libro si ritorna sugli stessi anni, sugli stessi eventi, sugli stessi personaggi, aggiungendo qualcosa in più rispetto al precedente, scoprendo nuovi nessi, nuovi profili, altre radici vive, non ancora sclerotizzate, ridando fisionomia e voce ad altri nomi.
Arrotolandosi nel passato, Giacoma Limentani non tace «le verità che esplodono dalla gola» e che la interrogano «in un continuo presente»: entrando in relazione con il passato attraverso i «grappoli di ricordi» insegna anche a noi oggi a conoscerlo e a comprenderlo. Giacometta identifica in questo rincorrersi di ricordi una particolare forma di nomadismo, dove la scrittura, scrivere e riscrivere la «favola ripetitiva» aiuta a recuperare il positivo della vita dal negativo dell’esperienza pregressa.
La Società delle letterate riconosce in lei una figura autorevole e magistrale per la quale la scrittura è un «atto d’amore» verso gli altri e verso il mondo che aiuta a vivere con serena consapevolezza, pertanto la nomina «socia onoraria».

(Adriana Chemello 2013)

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