Igiaba Scego su "L'Unità"

Mi sento una balena spiaggiata.
Questi giorni più che mai.
Il dibattito in corso su ius soli si, ius soli no, vedo che non mi sta facendo tanto bene.
Possibile che su questa legge di civiltà ci sia questo stallo? Possibile che il dibattito torna sempre al punto di partenza come se fossimo in un eterno gioco dell’oca? Possibile che questo benedetto traguardo non si raggiunge mai?
Dieci anni fa, eh si il tempo passa, ho scritto un po’ per rabbia e un po’ per gioco un racconto dal titolo Salsicce. Nella storia una musulmana sunnita, nata in Italia, non sa bene come definire se stessa. È italiana o somala? Entrambe le cose o niente? E per rispondere al suo quesito decide di comprarsi un pacco di “impudiche” salsicce di maiale e mangiarsele per cena. Per i musulmani la carne di maiale è haram, ovvero proibita. Come gli ebrei anche i musulmani hanno l’interdizione a consumare questo alimento. Quindi la protagonista del racconto decide di compiere questo peccato per dimostrare agli italiani che anche lei è italiana e che in qualche modo la devono accettare nella comunità italica. Molti negli anni successivi mi hanno chiesto se mi ero davvero mangiata le salsicce. E io ripetevo a destra e a manca che il racconto non era autobiografico, ma la metafora di una condizione. Infatti mi ero ispirata ai racconti del seicento spagnolo dove ebrei e musulmani (colpiti dagli editti di espulsione della cristianissima Spagna) erano costretti a dimostrare la buona fede delle loro conversioni facendosi vedere in pubblico consumando vistosamente questo alimento proibito. Il racconto e in generale i racconti delle mie colleghe, raccolti insieme nel volume Laterza Pecore Nere, hanno avuto una grande fortuna. Pecore Nere è uscito nel 2005 proprio quando in Francia scoppiavano le rivolte delle banlieu. Ed è stato la prima prova letteraria di fiction sul tema figli di migranti, identità divisa, cittadinanza. Ora nel 2013 Pecore Nere è ancora di attualità. Succede spesso che io, Ingy Mubiayi, Gabriella Kuruvilla, Laila Wadja siamo chiamate per parlare dei racconti di questa raccolta. Il commento che fanno tutti è questo: “sono racconti molto attuali. Raccontano davvero la realtà italiana di oggi”. E lì che mi viene da piangere. Per me sono racconti vecchi. Mi piacerebbe che la gente li leggesse per curiosità letteraria e non perché sono di attualità. Ma non è colpa delle persone se l’Italia è ferma a quel 2003. I problemi miei, di Gabriella, di Ingy, di Laila di allora, sono i problemi di tutti i figli di migranti di oggi. Lo Ius soli ancora non c’è e la volontà di fare questa legge nemmeno. Il dibattito politico e mediatico sul tema è ancora ad un binario morto. E alcune dichiarazioni mi fanno venire letteralmente il latte alle ginocchia. Possibile che dopo tanti anni non si riesce davvero a risolvere la questione. Possibile che ancora oggi, come nel 2003,  devo sentire dichiarazioni dove la popolazione viene spaventata? Quando si dice che con lo ius soli l’Italia verrebbe invasa da un’orda di puerpere pronte a partorire qui si dice qualcosa che non corrisponde alla verità. La legge che si chiede è l’accesso alla cittadinanza ai nati e ai cresciuti  in Italia. Persone residenti che vogliono un documento che corrisponda al proprio percorso di vita. Le nostre sono identità complesse, non c’è dubbio. Ma nella complessità c’è bellezza. Ci si sente italiani, ma ci si sente l’altrove dei propri genitori. Si è un mix di culture, lingue, religioni, visioni, sogni. E questo può essere solo una ricchezza per un paese sempre più ripiegato su se stesso e disilluso sul futuro. Tenere fuori dalla cittadinanza tanti cittadini significa non abbracciare la modernità e il futuro. Io vorrei che i politici italiani invece di fare dichiarazioni a vanvera cominciassero a studiare la storia antica.
In una sua famosa orazione del 48 D.C. L’imperatore Claudio sosteneva che il futuro dell’impero romano era legato alla capacità di Roma di inglobare le province nel suo tessuto imperiale. E questo era possibile solo con la cittadinanza. Non a caso Claudio ricorderà che fin dalle sue origini Roma si era aperta agli stranieri: Numa era un sabino, Tarquinio Prisco un etrusco di padre greco.
“C’è forse da pentirsi che siano venuti i Balbi dalla Spagna e uomini non meno insigni dalla Gallia Narbonense?” Chiede Claudio al suo uditorio “Ci sono qui i loro discendenti, che non ci sono secondi nell’amore verso questa nostra patria. Cos’altro costituì la rovina di Spartani e Ateniesi, per quanto forti sul piano militare, se non il fatto che respingevano i vinti come stranieri?”.
Sarebbe bello che la politica italiana imparasse dagli antichi romani. Però c’è una cosa che mi consola. Quando parlo con il droghiere, la portiera, l’imprenditrice, la fruttarola ecco loro non hanno dubbi “chi nasce in Italia è italiano”. La gente per strada lo sa, ora tocca alla politica.

Pubblicato su L’Unità, 13 maggio 2013 (L’Unità online, 15 maggio)

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