Lo specchio (Gloria Gaetano)

Gloria Gaetano

LO SPECCHIO

(Testo adattato da Wikipedia – nei box “La signora allo specchio” di Virginia Woolf)

veritas, prudentia, vanitas

Lo specchio è un oggetto che, per le sue caratteristiche, ha colpito e stimolato l’immaginario umano, entrando nel folklore e nella mitologia di vari popoli. È spesso legato al tema del doppio, dell’universo alternativo, della bellezza e della divinazione.

In generale, lo specchio rimanda all’occhio e alla vista, intesi soprattutto come strumento di conoscenza del mondo esteriore e interiore come nel ciclo di arazzi fiamminghi La dama e l’unicorno.

Per questo è legato all’iconografia della Verità e della Prudenza (Veritas e Prudentia), rappresentate nell’atto di tenere in mano questo oggetto e contemplarlo. Gli occhi stessi sono definiti popolarmente gli “specchi dell’anima” poiché rifletterebbero – o tradirebbero – il carattere, l’umore e le intenzioni di una persona. Tuttavia, se lo sguardo è rivolto esclusivamente su di sé, l’autocontemplazione porta a narcisismo e vanità (Vanitas).

 

(Diego Velasquez, Venere allo specchio)

Lo specchio come duplicatore del mondo

Gli specchi replicano il mondo, lo duplicano invertendo destra e sinistra; mostrano un ambiente che appare reale ma è invece, secondo la definizione di Foucault, uno spazio eterotopico.

Tale spazio, infatti, pur coincidendo con un luogo (o non luogo) nel quale chi si specchia non si trova effettivamente, è tuttavia un posto connesso a tutti gli altri spazi che lo circondano.

Non si dovrebbero lasciare specchi appesi nelle proprie stanze più di quanto si debbano lasciare in giro libretti di assegni aperti o lettere in cui si confessano orrendi delitti. Non si poteva fare a meno, in quel pomeriggio d’estate, di guardare il lungo specchio appeso fuori nell’anticamera. Il caso così lo aveva disposto. Dalle profondità del divano del salotto si poteva vedere riflettersi nello specchio italiano non solo il tavolo di marmo dirimpetto, ma anche parte del giardino che si stendeva più in là.

Si poteva vedere un lungo sentiero erboso allontanarsi tra siepi di alti fiori, fino a che la cornice dorata lo tagliava fuori, portandone via un angolo. La casa era vuota, e, poiché nel salotto non vi erano altre persone, si aveva la sensazione di essere uno di quei naturalisti che, coperti d’erba e foglie, stanno sdraiati, invisibili, ad osservare i più timidi animali – tassi, lontre, martin pescatori – mentre si muovono in libertà. La stanza, quel pomeriggio, era piena di quelle timide creature, luci e ombre, tende che si gonfiavano, petali che cadevano cose che non accadono mai, sembra, mentre qualcuno sta guardando. La vecchia silenziosa stanza di campagna, con i suoi tappeti e camini di pietra, i suoi scaffali a muro e stipi di lacca rossa e oro, era piena di queste creature notturne. Attraversavano il pavimento piroettando, sollevando i piedi con passo delicato, le code spiegate, battendo con becchi allusivi come fossero gru o branchi di eleganti fenicotteri dal rosa sfumato o pavoni dallo strascico velato d’argento.

 Veritas

Oltre ad essere un simbolo dell’inganno, della fugacità e della vanità, lo specchio rappresenta anche il loro contrario: veritàeternitàrealtà. Ciò avviene per due motivi: da una parte, questo oggetto è un monito verso ciò che è fasullo ed invita, quindi, a vedere il mondo e sé stessi per ciò che sono; dall’altra, è in grado di mostrare i lati nascosti del mondo, soprattutto ciò che esso nasconde alle sue spalle.

Sotto la tensione di pensare a Isabella la stanza si era riempita d’ombre, si era fatta simbolica; gli angoli sembravano più oscuri, le gambe delle sedie e dei tavoli affusolati geroglifici. All’improvviso, violentemente eppure senza rumore, questi riflessi vennero cancellati. Una grande forma nera apparve nello specchio; coprì tutto, sparse per il tavolo un pacco di tavolette di marmo venate di rosa e di grigio, e scomparve. Ma il quadro era completamente alterato, per il momento era irriconoscibile e irrazionale e del tutto sfocato, non si riusciva a mettere in relazione quelle tavolette con nessuna impresa umana. Poi, a gradi, un qualche processo logico si mise al lavoro su di esse, e cominciò a ordinarle e ad accomodarle, a ricondurle nei recinto della comune esperienza. Si capì alla fine che erano solo delle lettere. L’uomo aveva portato la posta.
Eccole sul tavolo di marmo, tutte gocciolanti luce e colore, dapprima rigide ed estranee. Poi fu curioso vedere come vennero accolte e accomodate e composte a far parte del quadro e a confermare l’immobile immortalità che lo specchio conferiva.
(…)
Isabella sarebbe entrata, le avrebbe prese una per una, molto lentamente, e le avrebbe aperte, per leggerle attentamente, parola per parola, e poi con un profondo sospiro di comprensione, come se di ogni cosa avesse visto il fondo, avrebbe strappato le buste in piccoli frammenti e, legate le lettere con un nastro, le avrebbe chiuse in un cassetto dello stipo, decisa a nascondere quello che non desiderava fosse conosciuto. Il pensiero servì da sfida. Isabella non voleva essere conosciuta – ma non poteva continuare a sfuggire.
(…)
Bisognava solo immaginare – eccola nello specchio. L’apparizione provocò un sobbalzo. All’inizio era così lontana che non la si poteva vedere con chiarezza.
Veniva avanti indugiando e soffermandosi, raddrizzando una rosa, sollevando un garofano per sentirne il profumo, ma non si fermava; e continuamente diventava sempre più grande nello specchio, sempre più completamente quella stessa persona nella cui mente si era cercato di penetrare. La si verificava a gradi, a gradi si collocavano nel suo corpo visibile le qualità che le si erano scoperte. Ecco il suo vestito verde chiaro, le scarpe sottili, il cestino, e qualcosa di lucente attorno al collo.
Veniva avanti così lenta che non sembrava disturbare il disegno nello specchio, ma solo portare dentro qualche nuovo elemento che dolcemente spostava e alterava gli altri oggetti chiedendo, con cortesia, di farle posto. E le lettere e il tavolo e il sentiero erboso e i girasoli che erano stati in attesa nello specchio si divisero e si aprirono in modo che essa potesse essere ricevuta in mezzo a loro. Eccola, alla fine, nell’ anticamera. Si fermò immobile. Stette accanto al tavolo. Rimase perfettamente ferma.
Subito lo specchio cominciò a versare sopra di lei una luce che parve fissarla; parve un acido destinato a corrodere ciò che non era essenziale, ciò che era superficiale, per lasciare solo la verità. Era uno spettacolo straordinario. Tutto le cadde di dosso, nuvole, vestiti, cestino, diamanti – tutto quello che si era chiamato vitalba e convolvolo.
Questo era il muro sotto il rampicante. Questa era la donna vera. Era nuda in quella luce spietata.
E non c’era niente.
Isabella era perfettamente vuota.
Non aveva pensieri.
Non aveva amici.
Non teneva a nessuno.
E quanto alle lettere, erano conti.
Guardatela, mentre sta lì, vecchia e angolosa, segnata di vene e di rughe, col naso arcuato e il collo grinzoso, non si prende neppure la pena di aprirle.
Non si dovrebbero lasciare specchi appesi nelle proprie stanze.

 

(Clarence H.White, Girl with mirror)

 

SYLVIA PLATH – Specchio

Sono esatto e d’argento, privo di preconcetti.
Qualunque cosa io veda subito l’inghiottisco
tale e quale senza ombre di amore o disgusto.
Io non sono crudele, ma soltanto veritiero
-quadrangolare occhio di un piccolo iddio.
Il più del tempo rifletto sulla parete di fronte.
È rosa, macchiettata. Ormai da tanto tempo
la guardo che la sento un pezzo del mio cuore.
Ma lei c’è e non c’è.
Visi e oscurità continuamente si separano.

Adesso io sono un lago. Su me si china una donna
cercando in me di scoprire quella che lei è realmente.
Poi a quelle bugiarde si volta: alle candele o alla luna.
Io vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
Me ne ripaga con lacrime e un agitare di mani.
Sono importante per lei. Anche lei viene e va.
Ogni mattina il suo viso si alterna all’oscurità.
In me lei ha annegato una ragazza,
da me gli sorge incontro giorno dopo giorno
una vecchia, pesce mostruoso.

Ecco come Sylvia Plath vede lo specchio. La ragazza che prima si guardava nello specchio, cambia, invecchia, e lo specchio registra le sue metamorfosi.

Il lago, lo specchio, l’innamoramento egoistico. Narciso si innamora della sua immagine e vorrebbe rimanere sempre con le stesse sembianze, con la stessa fantasia.

Può solo morire…

Lo specchio e il doppio

Nonostante l’essere umano tra i pochi esseri viventi capaci di riconoscere la propria immagine in uno specchio, il riflesso pone comunque il soggetto davanti a un altro sé stesso. Lo specchiarsi diviene dunque l’occasione per riconoscersi, scorgere un dettaglio inatteso, persino disconoscersi.

(Silvia Baglioni, Behind the life)

(Da Federica Bucchi, “Specchio e identità personale: riflessioni pedagogiche”, Ricerche di Pedagogia e Didattica, 2 2007)

Fin dai tempi più antichi, una stretta connessione ha legato specchio e identità, poiché varie e molteplici sono le implicazioni assunte dallo specchio nei processi della formazione dell’io e della costruzione dell’identità personale.  

(…) la valenza educativa dello specchio, un dispositivo che non è solo emblema di identità e simmetria, ma che, testimoniando la natura dinamica del nostro farsi, contiene anche l’inverosimile, il paradosso, che nella realtà non è visibile e che va scoperto, a costo di rischi e avventure.

Poiché lo specchio, oltreché essere un oggetto, è l’altro che guarda, simboleggiando quel particolare sguardo che permette di confrontare la nostra immagine interna con quella esterna, visibile, nell’ambito di un processo di costruzione identitaria che di continuo rinvia alla relazione e al confronto col mondo sociale.

Nel lungo e difficile processo di costruzione dell’identità, dunque, lo specchio è connotato di duplicità: è un oggetto che consente di sentirsi rassicurati dalla stabilità della propria immagine riflessa, è l’altro che guarda, e consente paragoni tra la propria rappresentazione mentale interna e quella esternamente visibile.

Lo specchio è un oggetto che non sempre viene vissuto in maniera familiare e rassicurante, svelando in diverse situazioni un effetto perturbante. Le testimonianze circa questa duplicità sono numerosissime e di diverso tipo, dall’ambito psicanalitico, pedagogico, a quello antropologico, letterario

Distinguiamo allora tra lo specchio, possiamo ben dire, heimlich di casa nostra, lo specchio a cui siamo abituati, che ci rimanda la nostra immagine come ce l’aspettiamo, e lo specchio unheimlich, che invece ci sorprende, rivelandoci un’immagine altra che non ci aspettavamo e che non coincide con quella, per così dire, addomesticata alla quale siamo assuefatti.

Emergono così in modo inequivocabile le ambivalenze dello specchio; ambivalenze che difficilmente si lasciano irrigidire in schemi teorici troppo definiti, poiché più le si indaga più sembrano complicarsi, svelando tutte le loro infinite sfumature.

Il doppio, l’altro, identificazioni

Silvia Calzolari – Specchio
(dalla silloge Specchio, 2009)

Guardami ora nel tuo specchio
ti sorrido nella ricerca di empatia.
Se nelle mie parole
avrai intravisto
anche solo una cellula
simile alla tua
io sarò il tuo riflesso meraviglioso
il tuo contatto
un filo di umano ascolto
che ci unisce
e non saremo mai soli.

Lo specchio – scheda

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