India/ Chi perde la terra, perde e basta

Ci sono recensioni che si scrivono a cuor leggero, altre che toccano corde così delicate da provocare una sorta di indolenzimento. E questo libro appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Perché il saggio di Marina Forti, llcuore di tenebra dell’India, inferno sotto il miracolo, così documentato, duro e ben scritto, ci mette di fronte all’India con una lucidità che impone una riflessione senza dubbio scomoda sul tempo in cui viviamo e i modi in cui viviamo e accettiamo che altri vivano. Non è una novità, per chi nel corso degli anni ha seguito i puntuali reportage dell’autrice sulle pagine del manifesto, tuttavia qui la completezza del quadro è tale da proporsi come bilancio della concezione stessa di progresso.

Quando «il Dow Jones viene eletto a misura dello sviluppo» tutto dev’essere rimesso in discussione, e per farlo bisogna andare a vedere, direi a toccare, coloro ai quali vennero promesse «strade, scuole, sanità, irrigazione, infrastrutture moderne» e invece hanno visto arrivare «grandi progetti, miniere, acciaierie o dighe» con quanto ne consegue, «requisizioni di terre, foreste abbattute», che li riducono a una massa di senza nome destinati ad affollare gli slum delle metropoli[1].

Fin dal titolo e dall’immagine di copertina siamo costretti a interrogarci, tanto forte è il contrasto con gli stereotipati cliché odori-e-colori dell’India prediletti dai tour operator e dai media italiani, e purtroppo anche da molta editoria. Cuore di tenebra, recita il titolo, eppure siamo in India, non in Africa… poi il sottotitolo, Inferno, e siamo sempre in India… E poi l’immagine della tigre ruggente, che non evoca alcuna caccia esotica, nessun ambiente naturale protetto, bensì la violenza di una corsa allo sviluppo a colpi di zanne e artigli tutt’altro che metaforici. E il fumo che esala inaspettato dalle fauci della belva oscura qualunque indaco, si leva denso e nero, la nerezza del disboscamento intensivo e dei fiumi deviati, del trasferimento coatto di intere popolazioni, dei massicci investimenti nell’industria bellica.

Di quale paese stiamo parlando? La carta geografica che opportunamente precede il reportage evidenzia due vastissime aree del paese percorse a più riprese da Marina Forti, allo scopo di raccontare che cosa avviene dietro le quinte di un miracolo economico, che cosa ci sta sotto. Letteralmente. Gli immensi giacimenti minerari, «ferro, carbone, bauxite, rame, oro». Coperti e protetti dall’enorme patrimonio forestale che dal Bihar si estende a sud fino all’Andhra Pradesh. Il cuore ricco e scuro dell’India, disseminato di antichi villaggi adivasi e teatro, ormai da anni, di innumerevoli violenze, sulle quali questo saggio contribuisce a far luce. È la mineral belt, detta anche tribal belt, perché ci vivono gran parte delle popolazioni native del subcontinente indiano, gli adivasi. «Le due mappe, quella dei giacimenti minerari e quella della popolazione nativa, – scrive Forti nell’introduzione, – coincidono quasi alla perfezione. E qui sta la radice del conflitto». Negli ultimi sessant’anni infatti le aree “tribali” hanno assistito all’avanzata di imprese e coloni che hanno tagliato legname, costruito strade, inquinato fiumi, bruciato i campi destinati invece da sempre a un’accorta agricoltura di sussistenza. Imprese e coloni si sono impadroniti delle terre migliori con la complicità di una burocrazia corrotta. E poco importa che la Costituzione indiana tuteli gli adivasi, se una pletora di funzionari e politicanti crea nuovi centri di potere e accelera il processo di esproprio. Ecco allora «che una terza mappa, quella della ribellione armata, si sovrappone a quella delle miniere e quella dei popoli nativi». È la mappa che registra la presenza dei guerriglieri maoisti, i naxaliti: per circa vent’anni sono stati visti come novelli Robin Hood, ma la situazione si è fatta via via più complessa e contradditoria. La «strana guerra» che insanguina le folte foreste indiane, giustificata come guerra al terrorismo, «ha travolto attivisti sociali, sindacalisti, gandhiani, avvocati e difensori dei diritti umani» e «si è trasformata in una guerra sporca  condotta da milizie irregolari armate dallo stato», avvallando la tortura e gli stupri, tollerando gli abusi di molti poliziotti e le ambiguità di alcuni magistrati.

Le tre mappe usate da Marina Forti per orientarsi e orientarci servono perfettamente allo scopo. Oltre che uno strumento d’indagine si rivelano un prezioso strumento narrativo. Perché non solo ci conducono nei villaggi, avvicinandoci ai tanti testimoni intervistati, alle tante coraggiose attiviste, ma, una volta giunti sul luogo, ne svelano i retroscena – da qui l’indolenzimento di cui parlavo prima.

All’inizio di ogni capitolo Forti ci descrive da lontano la bellezza dei luoghi, la mitezza dei paesaggi, i colori indimenticabili – si sente in queste descrizioni l’amore oltre che la conoscenza dell’India – poi progressivamente si avvicina, si direbbe che ci giri intorno, che vada a vedere meglio, e d’un tratto, con decisi close-up, mette a nudo il nero, il fumo, le polveri, il dramma che si ripete.

«Chaikur è un qualunque villaggio della regione Bastar, uno come migliaia di villaggi simili sui Ghat orientali. Qui grandi alberi di tamarindo ombreggiano le case, per lo più di mattoni e terra, tetti di lastre di una pietra leggera come ardesia, sparse tra orti e campi coltivati. Ci arriva una buona strada (sterrata ma buona) che dal capoluogo regionale, Jagdalpur, sale per le valli che circondano il grande altopiano della regione, ondulato e verdeggiante, solcato da fiumi che formano qua e là bellissime cascate e grandi foreste di sal (Shorea robusta) e macchie di tè». In questo contesto la Società per il benessere degli adivasi e dei dalit ha sviluppato fin dal 1984 importanti progetti «di self-help, educazione popolare, aiuto legale quando necessario, protezione della natura». Progetti ispirati a principi di giustizia sociale sempre fondati sulla partecipazione degli abitanti adivasi, sostenendo le cooperative e le iniziative delle donne.

Close-up: la lenta espansione di un apparato amministrativo centralizzato in epoca coloniale e postcoloniale, la restrizione dell’accesso popolare alla terra, all’acqua e alle foreste. I dipartimenti forestali che via via chiudono l’accesso alle terre comuni, incarcerano chi taglia un ramo mentre viene praticato su larga scala il contrabbando di legname tagliato di frodo. Gli adivasi, ridotti a minoranza per l’afflusso di altri lavoratori,  si ritrovano a fare i braccianti nelle proprie terre, spesso al servizio di chi li ha espropriati.

«Noamundi era un villaggio adivasi circondato da una folta foresta di alberi di sal, gli abitanti coltivavano piccoli appezzamenti di terra propria e raccoglievano i prodotti minori della foresta» – nell’aggettivo “minori” si legge tutta la sapienza ecologica dei popoli nativi – «c’erano elefanti, tigri e orsi».

Close-up: giganteschi tralicci incombono sul pendio alle spalle dell’abitato. I riflettori accesi illuminano un grande impianto minerario della Tata, gruppo industriale indiano ben noto anche in Italia per i suoi accordi con la Fiat. Appena fuori dal recinto della miniera ci sono le baracche miserabili dei lavoratori. «Ben altra cosa è la città aziendale Tata, che guarda Noamundi dall’alto: qui ci sono strade asfaltate e decentissime case in muratura, c’è una clinica, un istituto tecnico industriale, impianti di depurazione dell’acqua».

La “città Tata” è un modello, un esempio di efficienza e modernità da contrapporre alle fabbriche statali esauste per corruzione, e da mostrare ai giornalisti. Poco importa se gli adivasi non godono delle sue strutture, lasciati letteralmente al buio mentre «i riflettori della miniera sembrano grandi lune nella notte».

Potrei continuare in questo mio arbitrario montaggio, c’è molta materia per farlo. Ma potranno continuare lettrici e lettori. É un buon esercizio in tempi di economia globale e supremazia dei mercati: ragionare su paesaggi sottratti a se stessi e ai loro abitanti; ragionare sulle macerie di un mondo che il turismo si guarda bene dallo sfiorare (eppure senza le risorse di quel mondo non potrebbe esistere); ragionare sulle ragioni di un conflitto armato, sulle forzature politiche e culturali che sottostanno alla sporca guerra per le materie prime e al perdurare della guerriglia maoista, sulla cui dislocazione e organizzazione Forti fornisce molte utili precisazioni. Se infatti «documentari arrivati alle tv o circolati sul web (e anche il racconto di Arundhati Roy) testimoniano di eventi culturali organizzati nella giungla con audience di centinaia di persone. Così come testimoniano della forte presenza di donne nelle fila del partito, che per molte giovani adivasi  è una via di emancipazione personale oltre che di rivolta contro gli abusi delle forse di sicurezza», è anche vero che all’interno del movimento naxalita ci sono state «”degenerazioni”, perlomeno nel corrotto stato del Jharkhand».

Lo spazio stringe, ma un’ultima cosa mi preme dire. Certamente l’autrice non aveva previsto, scrivendo questo libro, che sarebbe uscito in coincidenza di episodi di efferata violenza ai danni delle donne, a New Delhi. Una violenza inimmaginabile anche per chi conosce le paurose statistiche degli stupri nella capitale indiana, ma non solo. Di fronte al corpo di una giovane donna aggredita selvaggiamente su un bus da un branco di giovani uomini – ed era accompagnata dal fidanzato, e vestita con morigeratezza, ed erano solo le nove di sera – si sono viste finalmente manifestazioni e sit-in di denuncia e protesta in tutte le grandi città dell’India. La sua morte, pochi giorni dopo, tiene acceso il dibattito. Ma ciò che tragicamente emerge, come scrive nel suo editoriale del 9 gennaio la vicedirettrice del settimanale Tehelka, Shoma Chaudury, «è che lo stupro in India non è un’anomalia ma un fenomeno dilagante. […] È quasi giustificato culturalmente, autorizzato dai discorsi rozzi e sconsiderati comuni a tutti gli strati sociali. […]  L’inchiesta sulla percezione dello stupro da parte dei poliziotti di New Delhi fa gelare il sangue». Nel quarto capitolo del suo libro, Forti racconta nel dettaglio la persecuzione di Soni Soro. «Trentacinque anni, tre figli, cresciuta in una famiglia adivasi politicamente attiva, maestra nella scuola governativa per bambini nativi», Soni Soro era diventata il punto di riferimento di molte battaglie sociali nella zona. Arrestata con l’accusa di fiancheggiamento dei maoisti, quando viene portata in tribunale, pochi giorni dopo, Soni Soro non si regge in piedi: è stata «brutalmente picchiata, sottoposta a shock elettrici e stuprata con degli oggetti». Il referto medico dell’ospedale civile di Calcutta conferma le torture subite, ma la donna è tuttora in carcere in attesa di giudizio. Sarebbe un’udienza scomoda, e la corte preferisce rimandare.

Sembra di leggere Draupadi, il racconto di Mahasweta Devi, che Forti va a trovare nella sua piccola casa di Calcutta: «Per punirla della sua ribellione sarebbe bastata una pallottola, invece decidono per lo stupro, – le dice Devi, grande scrittrice e instancabile attivista. – La donna ha un corpo attraente, capace di amare e di generare figli, è questa l’immagine della donna, colei che genera e nutre gli umani, l’acqua, la terra, gli animali. Dunque, se vuoi darle una lezione, fai violenza sul suo corpo».



*Nel film ID (in concorso al TorinoFilmFestival 2012, dove ha vinto il premio del pubblico), il regista Kamal K. M. ci racconta una storia in qualche misura esemplare dell’India contemporanea, dove benessere e disinvolta modernità convivono con la spaventosa miseria dei displaced, le migliaia di contadini espropriati che si affollano negli slum delle megalopoli. Uno di loro, un uomo denutrito, silenzioso e obbediente, muore  mentre dà il bianco in un appartamento condiviso da tre giovani donne in carriera. È un uomo senza nome, senza I.D., un documento d’identità. Charu, la protagonista del film, che è in casa al momento dell’incidente, si sente in dovere di scoprire chi sia, se abbia una famiglia. Sottraendosi a una logica di egoistica indifferenza, inizia un viaggio attraverso l’immensa Mumbai. Dal quartiere in cui abita, Charu si reca in ospedale, poi alla centrale di polizia, poi si sposta in periferie sempre più fatiscenti, seguendo la traccia virtuale di un’immagine dell’uomo scattata con il cellulare, e infine approda nello slum di Mankurd, nel nord-est della megalopoli. Incontra un’umanità indifesa alla mercè di faccendieri e capibastone, e che tuttavia serba una curiosa dolcezza. Ad ogni passo si sente più legata a quell’uomo, la cui storia costituisce il rovescio della medaglia rispetto alla sua. Charu lo capisce con sempre maggiore chiarezza mentre si addentra con tenacia nei meandri dell’immigrazione clandestina, decisa a compiere fino in fondo il proprio dovere di cittadina, fino a un simbolico calvario dove riceve la telefonata, attesissima quanto incongrua su quel cumulo di rifiuti, del suo datore di lavoro, che le commissiona un’importante ricerca di mercato  per un famoso marchio di scarpe. Sembrerebbe non esserci salvezza, invece il regista ha in serbo un’ultima mossa, una mossa intelligente e civile per quello che è senza dubbio un percorso di formazione anche per gli spettatori.

Marina Forti, Il cuore di tenebra dell’India, inferno sotto il miracolo, Bruno Mondadori 2012, 167 pagine, 16 euro

Arundhati Roy, In marcia con i ribelli, traduzione di Giovanni Garbellini, Guanda 2012.

 Shoma Chaudury, «Un’idea incivile della donna», in «Internazionale» n° 982, 11 gennaio 2013.

L’inchiesta del 2012 sulla percezione dello stupro da parte dei poliziotti di New Delhi

Mahasweta Devi, «Draupadi», in La preda e altri racconti, a cura di Anna Nadotti, Einaudi 2004;

e l’intervista alla scrittrice in Johar Jharkhand. Appunti di ricerca sul campo tra gli adivasi del Jharkhand, a cura di Daniela Bezzi, Associazione Yatra Onlus.

 

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