Rinascita: il coraggio delle donne (Maria Allo)

Maria Allo
RINASCITA : IL CORAGGIO DELLE DONNE

Bisogna guardarsi a lungo nello specchio, a lungo e ripetutamente, prima di conoscere il proprio vero volto
(Sandor Marai)

La crisi dell’Occidente non è solo economica, ma anche psicologica. Questo l’aveva intuito per primo un giovane psicanalista svizzero, allievo di Freud, Carl Gustav Jung. Studiando i sogni e le nevrosi il giovane Jung comprese come questi fossero i fattori di una crisi umana senza precedenti. Il suo contributo teorico non si limitò solo alla psicanalisi, ma anche allo studio delle religioni e dell’esoterismo per rintracciare la radice della decadenza moderna. Il razionalismo radicale aveva reso sterile l’uomo in ogni suo aspetto. La mancanza di una vita spirituale lo portò ad allontanarsi da quella natura che per millennio era stato motivo di vita. Ancora oggi il suo contributo viene riconosciuto con i tutti i meriti scientifici. (La rinascita è dentro noi stessi, di Alfredo Incollingo)

PRENDIMI L’ANIMA
film autobiografico in cui è narrata la profonda e tormentata storia d’amore fra lo psichiatra Carl Gustav Jung ed una sua paziente, l’ebrea russa Sabina Spielrein, poi diventata a sua volta celebre psicoanalista.

“Io cerco la persona che sia capace di amare l’altro senza per questo punirlo,senza renderlo prigioniero o dissanguarlo; cerco questa persona del futuro che sappia realizzare un amore indipendente da vantaggi o svantaggi sociali, affinchè l’amore sia sempre fine a se stesso e non solo il mezzo in vista di uno scopo.”

Tratto da un’appassionata lettera di C.G.Jung a Sabrina Spielrein, la sua amante.

SABINA SPIELREIN
Sabina Spielrein, fragile donna che nel 1904 fu ricoverata – a soli vent’anni – in una clinica nei pressi di Zurigo in quanto gravemente malata di isteria. Probabilmente in quanto maltrattata dal padre.
Qui la accoglierà amorevolmente uno Jung alle prime armi, dedito a sperimentare per la prima volta i metodi di Freud.
Metodi diametralmente opposti rispetto a quelli coercitivi in voga all’epoca fatti di docce fredde e camicie di forza.
Il metodo freudiano – che sarà poi alla base di quello junghiano – si fonderà infatti sul dialogo franco ed aperto fra paziente e medico e sulla libera associazione delle parole (mai come in questo film sono stati messi in evidenza, sul grande schermo, i rudimenti di tale metodo).
Sarà proprio la fiducia della Spielrein nei confronti di Jung a garantirle la piena guarigione. Una guarigione – raffigurata – nel film di Faenza, dalla bellissima scena della Spielrein (interpretata da una magistrale Emilia Fox) che canta e suona “Tumbalalaika”, canzone d’amore russa della tradizione ebraica, accompagnata dai sorrisi e dagli applausi di tutti i malati psichici della clinica. E da uno Jung che si farà coinvolgere nella danza, con l’evidente disapprovazione di tutti gli altri psichiatri, che già allora lo consideravano un tipo bizzarro.
“Non ci può essere cura senza amore”, afferma Jung nel film stesso, che ricorda una delle sue celebri massime: “Dove l’amore impera, non c’è desiderio di potere, e dove il potere predomina, manca l’amore. L’uno è l’ombra dell’altro”.
Sarà così che, dopo la guarigione, Jung continuerà a frequentare la donna, incoraggiata da lui stesso ad intraprendere studi in medicina. E sarà così che i due si innamoreranno perdutamente l’uno dell’altra in un’unione perfetta e simbiotica, erotica e passionale.
Jung donerà alla Spielrein, dunque, una pietra, rammentandole che gli uomini primitivi erano soliti credere che l’anima umana fosse contenuta in essa. Egli l’aveva così allegoricamente resa “custode della sua anima”.

Carl Gustav Jung è purtuttavia sempre un uomo sposato e si vedrà costretto ad interrompere bruscamente il rapporto con la Spielrein, che nel frattempo si laureerà e sposerà successivamente il medico russo Pavel Scheftel che le darà due bambine.
E’ così che la Spielrein tornerà nella sua Russia, a Mosca, ove fonderà un asilo per bambini: l’Asilo Bianco.
Jung, comunque, non la dimenticherà al punto che continuerà a sognarla e saranno proprio i suoi sogni premonitori (ricordiamo che lui stesso si occuperà in diverse occasioni della sua vita di questo particolare fenomeno della psiche, così come dei cosiddetti “fenomeni occulti” di cui si era già occupato nella sua tesi di laurea) a segnalargli i momenti di pericolo corsi dalla donna. Che saranno purtroppo molti.
Nell’Asilo Bianco la Spielrein avrà modo di sperimentare nuovi metodi educativi improntati allo sviluppo della creatività e della massima libertà dei bambini, insegnando loro anche primi rudimenti di educazione sessuale.
E’ davvero commovente la scena in cui la Spielrein riesce a far sorridere un bambino chiuso in sé stesso e profondamente triste, distraendolo con un simpatico scimpanzè. Quel bambino è Ivan Ionov, tutt’ora vivente ed ultra ottantenne che non dimenticherà mai quanto fatto dalla psicoterapeuta per lui.

A Mosca, Sabina, aderirà anche al nascente bolscevismo, ma dovrà presto ricredersi nel momento in cui la repressione stalinista le imporrà con la forza di chiudere l’Asilo e metterà all’indice i suoi metodi educativi, considerati contrari alla morale comunista.
E’ così che, morto il marito nelle cosiddette “purghe staliniane”, la donna tornerà nella sua natia Rostov per tentare di fondare un asilo clandestino, ma i nazisti che stavano avanzando in Unione Sovietica la prenderanno e la trucidetanno assieme alle figlie ed a centinaia di altri ebrei in una sinagoga.

Tratto da RadioCivetta

Manifesto della donna futurista

scritto dalla mitica Valentine de Saint-Point agli inizi del ’900.
È assurdo dividere l’umanità in donne e uomini. Essa è composta solo di femminilità e di mascolinità. Ogni superuomo, ogni eroe, per quanto epico, ogni genio, per quanto potente, è prodigiosa espressione della sua razza e della sua epoca solo perché è composto a un tempo di elementi femminili e di elementi maschili, di femminilità e di mascolinità: ossia perché è un essere completo.
Un individuo esclusivamente virile non è che un bruto; un individuo esclusivamente femminile non è che una femmina.
Per le collettività, e per i diversi momenti della storia umana, vale ciò che vale per gli individui.


I periodi fecondi in cui, dal brodo di coltura in ebollizione, scaturiscono più eroi e più geni, sono periodi ricchi di mascolinità e femminilità.
[… … …]

Ciò che più manca alle donne, come agli uomini, è la virilità. Ecco perché il futurismo, pur con tutte le sue esagerazioni, ha ragione.

Per restituire una qualche virilità alle nostre razze infiacchite nella femminilità, bisogna educarle a una virilità spinta fino alla brutalità. Ma bisogna imporre a tutti, uomini e donne, ugualmente deboli, un nuovo dogma di energia, per giungere a un’era di superiore umanità.
Ogni donna deve possedere non solo virtù femminili, ma qualità virili, senza le quali non è una femmina. L’uomo che possiede solo la forza maschia, senza l’intuizione, è un bruto. Ma nella fase di femminilità in cui viviamo, soltanto l’eccesso contrario è salutare: è il bruto che va proposto a modello.

Basta le donne di cui i soldati devono temere “le braccia come fiori intrecciati sulle ginocchia la mattina della partenza”; basta con le donne-infermiere che prolungano all’infinito la debolezza e la vecchiezza, che addomesticano gli uomini per i loro piaceri personali o i loro bisogni materiali!… Basta con la donna piovra del focolare, i cui tentacoli dissanguano gli uomini e anemizzano i bambini; basta con le donne bestialmente innamorate, che svuotano il Desiderio fin della forza di rinnovarsi!

Le donne sono le Erinni, le Amazzoni; le Semiramidi, le Giovanne d’Arco, le Jeanne Hachette; le Giuditte e le Calotte Corday; le Cleopatre e le Messaline; le guerriere che combattono con più ferocia dei maschi, le amanti che incitano, le distruttrici che, spezzando i più deboli, agevolano la selezione attraverso l’orgoglio e la disperazione, “la disperazione che dà al cuore tutto il suo rendimento”.

Che le prossime guerre suscitino eroine come la magnifica Caterina Sforza, che durante l’assedio della sua città, vedendo dall’alto delle mura il nemico che minacciava la vita di suo figlio per costringerla ad arrendersi, mostrando eroicamente il proprio sesso gridò: “Uccidetelo, ho ancora lo stampo per farne altri!”.

È vero, “il mondo è marcio di saggezza”, ma per istinto la donna non è saggia, non è pacifista, non è buona. Mancando totalmente di senso della misura, essa diviene fatalmente, durante i periodi sonnolenti dell’umanità, troppo saggia, troppo pacifista, troppo buona. Il suo intuito e la sua immaginazione sono allo stesso tempo la sua forza e la sua debolezza.
Essa incarna l’individualità della folla: fa da corteo agli eroi, o, in mancanza di meglio, sprona gli imbecilli.

Secondo l’apostolo pungolatore dello spirito, la donna pungola la carne, immola o cura, fa scorrere il sangue o lo stagna, è guerriera o infermiera. È la stessa donna che, nella medesima epoca, a seconda delle idee prevalenti circa i fatti del giorno, si stende sui binari per impedire ai soldati di partire in guerra, oppure si getta al collo del campione vittorioso.

Ecco perché nessuna rivoluzione deve escluderla. Ecco perché, invece di disprezzarla, bisogna rivolgersi a lei. È lei la conquista più feconda che si possa fare, la più entusiasta, quella che, a sua volta, moltiplicherà gli adepti.

Ma niente Femminismo. Il Femminismo è un errore politico. Il Femminismo è un errore cerebrale della donna, un errore che il suo istinto riconoscerà.
[… … …]
Da secoli si contrasta l’istinto della donna, se ne apprezzano solo il fascino e la tenerezza. L’uomo anemico, avaro del suo sangue, le chiede solo di fargli da infermiera. E lei si è lasciata domare. Ma gridatele una parola nuova, lanciatele un grido di guerra, e con gioia, cavalcando nuovamente il suo istinto, lei vi precederà sulla via di conquiste impensate.
Quando vi serviranno le armi, sarà lei ad affilarle.

Tornerà ad aiutare la selezione. Infatti, pur tarda nel discernere il genio, che tende a confondere con la fama passeggera, lei ha sempre saputo ricompensare il più forte, il vincitore, colui che trionfa coi muscoli e col coraggio. Davanti a questa superiorità, che s’impone brutalmente, lei non può sbagliarsi.

Che la donna ritrovi quella crudeltà e quella violenza che la portano ad accanirsi sui vinti, proprio perché sono dei vinti, fino a mutilarli. Smettiamo di predicarle la giustizia spirituale, verso cui si è sforzato invano. Donne, tornate ad essere sublimi e ingiuste, come tutte le forze della natura! Sciolte da ogni controllo, con il vostro ritrovato istinto, voi riprenderete posto fra gli Elementi, opponendo la fatalità alla volontà cosciente dell’uomo. Siate la madre egoista e feroce, che sorveglia gelosamente i suoi piccoli, e ha su di loro tutti i diritti e tutti i doveri, finché essi hanno fisicamente bisogno della sua protezione.

Che l’uomo, svincolato dalla famiglia, viva la sua vita d’audacia e di conquista fin da quando ne ha la forza fisica, benché sia figlio e benché sia padre. L’uomo che semina non si ferma al primo solco da lui fecondato.
Nelle mie “Poesie d’orgoglio” e ne “La sete e i miraggi” io ho rinnegato la sentimentalità come spregevole debolezza, perché imbriglia le forze e le immobilizza.
La lussuria è una forza, perché distrugge i deboli ed eccita i forti a spendere le energie, e quindi a rinnovarle. Ogni popolo eroico è sensuale. La donna è per lui la più esaltante dei trofei.
La donna deve essere o madre, o amante. Le vere madri saranno sempre amanti mediocri, e le amanti, madri inadeguate per eccesso. Uguali di fronte alla vita, questi due tipi di donna si completano. La madre che accoglie un bimbo, con il passato fabbrica il futuro; l’amante dispensa il desiderio, che trascina verso il futuro.

Concludiamo:
La Donna che con le sue lacrime e con lo sfoggio dei sentimenti trattiene l’uomo ai suoi piedi è inferiore alla ragazza che, per vantarsene, spinge il suo uomo a mantenere, pistola in pugno, il suo arrogante dominio sui bassifondi della città; quest’ultima, per lo meno, coltiva un’energia che potrà anche servire a cause migliori.

Donne, troppo a lungo sviate dai moralismi e dai pregiudizi, ritornate al vostro sublime istinto, alla violenza, alla crudeltà. Per la fatale decima del sangue, mentre gli uomini si battono nelle guerre e nelle lotte, fate figli, e di essi, in eroico sacrificio, date al Destino la parte che gli spetta. Non allevateli per voi, cioè per sminuirli, ma nella più vasta libertà, perché il loro rigoglio sia completo.

Invece di ridurre l’uomo alla schiavitù degli squallidi bisogni sentimentali, spingete i vostri figli e i vostri uomini a superare sé stessi.
Voi li avete fatti. Voi potete tutto su di loro.
All’umanità dovete degli eroi. Dateglieli.

(Valentine de Saint-Point, Parigi, 25 marzo 1912. 19, Avenue de Tourville).

Ecco un richiamo alle donne, un invito ad affermare la loro autonomia e indipendenza, da parte di Dacia Maraini:

Donne mie che siete pigre, angosciate, impaurite,

sappiate che se volete diventare persone
e non oggetti, dovete fare subito una guerra
dolorosa e gioiosa, non contro gli uomini, ma
contro voi stesse che vi cavate gli occhi
con le dita per non vedere le ingiustizie
che vi fanno. Una guerra grandiosa contro chi
vi considera delle nemiche, delle rivali,
degli oggetti altrui; contro chi vi ingiuria
tutti i giorni senza neanche saperlo,
contro chi vi tradisce senza volerlo,
contro l’idolo donna che vi guarda seducente
da una cornice di rose sfatte ogni mattina
e vi fa mutilate e perse prima ancora di nascere,
scintillanti di collane, ma prive di braccia,
di gambe, di bocca, di cuore, possedendo per bagaglio
solo un’ amore teso, lungo, abbacinato e doveroso
(il dovere di amare ti fa odiare l’amore, lo so)
un’ amore senza scelte, istintivo e brutale.
Da questo amore appiccicoso e celeste dobbiamo uscire
donne mie, stringendoci fra noi per solidarietà
di intenti, libere infine di essere noi
intere, forti, sicure, donne senza paura”.

(Dacia Maraini (1936-), Itinerari, p.180-183; Marianna Ucria)

Donne mie di Fernanda Romagnoli

Il segno di un presenza femminile forte e amante della vita, nelle parole di Fernanda Romagnoli:

Stigmata

Qui dunque fui bambina. Alla marina
crescevo accanto: l’anima digiuna
d’ogni perché – famelica altrettanto.
Gigli ad oriente, la riva era una spada.
Stupendo sacrilegio imporvi un segno
– l’arco del piede – premere col viso
La freschezza deposta dalla luna.
Il mare straripava nel sereno
a livello dei cigli. Ah, la bellezza
che pativo, non mia, che mia stringevo
in quel primo singhiozzo di creatura
che s’arrende all’immenso – era già il pegno,
la stigmata che in me sfolgora e dura.

Fernanda Romagnoli nacque a Roma nel 1916 e vi morì nel 1986. Il suo libro più importante, Il tredicesimo invitato, da cui è tratta questa lirica, fu scelto nel 1980 da Attilio Bertolucci per Garzanti e pubblicato con prefazione di Sereni, ma il risvolto editoriale, per volontà dell’autrice, non riportava alcuna notizia su di lei. Qualche critico giunse ad attribuire le poesie a Bertolucci che dichiarò che alcune avrebbe voluto averle scritte.

 

Un invito a desistere dalle guerre, nella poesia dedicata da Antonia Pozzi alle donne che “gridano coraggio”:

Le donne

In urlo di sirene
una squadriglia
fiammante spezza il cielo.

Rotte tra case affondano
le campane.

S’affacciano le donne
a tricolori abbracciate;
gridan coraggio
nel vento
i loro biondi capelli.

Poi,
occhi si chinano spenti.

Nella sera
guardan laggiù il primo morto
disteso sotto le stelle.

3 ottobre 1935

Antonia Pozzi, Parole (Garzanti)

 

a “Naturale sconosciuto”

Per tutte le costole bastonate e rotte.
Per ogni animale sbalzato dal suo nido
e infranto nel suo meccanismo d’amore.
Per tutte le seti che non furono saziate
fino alle labbra spaccate alla caduta
e all’abbaglio. Per i miei fratelli
nelle tane. E le mie sorelle
nelle reti e nelle tele e nelle
sprigionate fiamme e nelle capanne
e rinchiuse e martoriate. Per le bambine
mie strappate. E le perle nel fondale
marino. Per l’inverno che mi piace
e l’urlo della ragazza
quel suo tentare la fuga invano.
Per tutto questo conoscere e amare
eccomi. Per tutto penetrare e accogliere
eccomi. Per ondeggiare col tutto
e forse cadere eccomi.
che ognuno dei semi inghiottiti
si farà in me fiore
fino al capogiro del frutto lo giuro.

Che qualunque dolore verrà
puntualmente cantato, e poi anche
quella leggerezza di certe
ore, di certe mani delicate, tutto sarà
guardato mirabilmente
ascoltata ogni onda di suono, penetrato
nelle sue venature ogni canto ogni pianto
lo giuro adesso che tutto è
impregnato di spazio siderale.
Anche in questa brutta città appare chiaro
sopra i rumorosissimi bar
lo spettro luminoso della gioia.
Questo lo giuro.

Mariangela Gualtieri

“Bestia di gioia” (Einaudi, 2010), ultima raccolta di Mariangela Gualtieri, delinea con una scrittura limpida e appassionata insieme una ricerca giocata – nel senso più alto del termine – non sulle ma con le parole. E’ tra il suono e la sua origine, il silenzio – lemma non a caso ricorrente come un fil rouge nel libro unitamente a “forza” e “potenza” – che s’inserisce il vettore mistico, vero protagonista dei testi (la trama misteriosa/che per certa sappiamo od, anche, ciò che viene splendido in dono). Si tratta tuttavia di una mistica saldamente radicata nel concreto, tra il nato fra le zampe e tutte le ragnatele, e che proprio per questo riesce a intrecciare senza soluzione di continuità un andirivieni stupito ma consapevole fra terra e cielo, in una natura talmente immanente da diventare chiave, e non solo simbolo, per l’oltre, per l’Essere ogni cosa. La stessa dimensione verticale di numerosi testi affollati di stelle e cieli e fuoco e nuvole e vento fluisce con l’acacia chiama l’ape che ricama/…/Nasce un cantare d’uccello/sconosciuto, un viavai d’alveare….

 

 Peperoni ripieni e pesci in faccia

Un film di Lina Wertmüller. Con F. Murray Abraham, Sophia Loren, Angela Pagano, Elio Pandolfi, Carolina Rosi Drammatico, durata 105 min. –

Peperoni ripieni e pesci in faccia
“Pioveva quel giorno a Roma e c’era un gran vento, forse per questo a Sofia e a me è venuta voglia di una storia al sole e al mare, in un’atmosfera di quelle che non si raccontano più. Una storia che fosse anche di ritorni a casa”. Così Lina Wertmüller, entrata nella storia della celluloide per essere stata la prima donna a ricevere una candidatura all’Oscar per la miglior regia (con il film Pasqualino Settebellezze, del 1975), ricorda la genesi della sua ultima fatica, sceneggiata in collaborazione con il veterano Elvio Porta (Mi manda Picone) ed Umberto Marino (La fiamma sul ghiaccio), autore del soggetto, la quale, targata 2004, solo ora approda nelle sale cinematografiche italiane.
Sulle note di una canzone cantata da Sofia Loren, inizia la storia di una famiglia del Sud Italia che si raduna in occasione della festa di compleanno della anziana ma arzilla nonna Assunta, con il volto di Angela Pagano, completamente immersa nelle vicende del maresciallo Rocca e degli altri protagonisti delle fiction. Veniamo quindi a conoscenza di Maria, interpretata, appunto, dalla Loren, residente in una traballante casa sul mare e legata da molti anni a Jeffrey, cui concede anima e corpo il mai disprezzabile F. Murray Abraham, giornalista che, pur di starle vicino, ha rinunciato al suo lavoro per svolgere l’attività di pescatore. Ma, mentre i due attendono l’arrivo dei loro tre figli, ormai adulti ed ognuno con la propria famiglia, si percepisce un certo malumore nell’aria e, come se non bastasse, si rifà vivo anche Sal, vecchio corteggiatore di Maria, nei cui panni troviamo Armando Pugliese. Gli equilibri familiari si ritroveranno allora completamente scombinati, in quanto anche i ragazzi giungeranno afflitti da non pochi problemi, finendo per favorire ulteriormente una giornata stracolma di liti, scenate, visite, fughe e scoperte, nel corso della quale l’amore si manifesterà, come il titolo suggerisce, anche attraverso peperoni ripieni e pesci in faccia.

Lina Wertmuller a soli 17 anni decide di seguire la sua passione iscrivendosi al corso di regia all’Accademia Teatrale romana diretta da Pietro Scharoff. Per alcuni anni è animatrice e regista negli spettacoli di burattini di Maria Signorelli e, conseguito il diploma, entra nel mondo del teatro fcendo anche un lungo apprendistato nel mondo dello spettacolo musicale con Garinei e Giovannini. Lina si avvicina ben presto al mondo della radio e della televisione e nel 1959 è l’autrice della prima edizione del programma ‘Canzonissima’. Nei primi anni Sessanta, mentre si avvicina al cinema, dirige per il piccolo schermo l’adattamento del romanzo di Vamba ‘Il Giornalino di Gianburrasca’, che sceneggiato in più puntate segna l’approdo sul piccolo schermo di un nuovo genere, il musical-comedy. Nel 1963 debutta dietro la macchina da presa con “I basilischi”, film di cui firma anche soggetto e sceneggiatura e di cui doppia ben otto tra i personaggi secondari. Il suo film d’esordio è un’analisi profonda e disincantata dei giovani delle province meridionali italiane e conquista anche il pubblico estero aggiudicandosi la Vela d’Argento al Festival di Locarno del 1963 e altri riconoscimenti a Londra e a Taormina. Nel 1965 con “Questa volta parliamo di uomini”, si cimenta con il film ad episodi e dirige Nino Manfredi. Sempre negli anni Sessanta, seguendo una moda di quegli anni, firma con lo pseudonimo di George H. Brown, due commedie musicali: “Rita la zanzara” (1966) e “Non stuzzicate la zanzara”(1967). In questi film, in cui Lina riesce a convolgere nomi prestigiosi come Giulietta Masina, Turi Ferro e Paolo Panelli, trova spazio un esordiente, Giancarlo Giannini, la cui carriera rimarrà per anni legata alla sua. Nel 1968 la Wertmüller dirige anche un film western, “The Belle Starr Story”, con Elsa Martinelli. Dopo un periodo lontano dalla regia cinematografica, torna dietro la macchina da presa nel 1972 con “Mimì metallurgico ferito nell’onore”, affresco dell’Italia del sud e dei suoi miti visti con gli occhi di un giovane siciliano emigrato a Torino in cerca di fortuna. E’ la volta poi di “Film d’amore e d’anarchia ovvero: stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza” (1973), “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto” (1974) e “Notte d’estate con profilo greco occhi a mandorla e odore di basilico” (1986), in cui il personaggio principale è interpretato da Michele Placido. Nel 1976 con “Pasqualino Settebellezze” Lina raggiunge il successo internazionale e conquista il mercato americano ottenendo, prima regista donna, quattro nomination agli Oscar come migliore regia, miglior film straniero, migliore sceneggiatura e migliore attore protagonista. Nel 1987 debutta anche nella regia di un’opera lirica al San Carlo di Napoli dove mette in scena la ‘Carmen’ di Bizet con cui va in tournée anche allo Stat Opera di Monaco. Nel 1990 realizza per Canale 5 la miniserie riscritta insieme a Raffaele La Capria, ‘Sabato, domenica e lunedì’, interpretato da Luca De Filippo, Luciano De Crescenzo e Sophia Loren, tratta dall’omonima commedia di Eduardo. Nel 1992 è la volta di “Io speriamo che me la cavo”, con Paolo Villaggio e nel 1996 di “Ninfa plebea”, tratto dal romanzo omonimo di Domenico Rea e di “Metalmeccanico e parrucchiera in un turbine di sesso e politica”, in cui rivisita il conflitto di classe in chiave contemporanea. Nel 2000 torna ancora alla televisione girando a Procida ‘Francesca e Nunziata’, con Giancarlo Giannini e Sophia Loren. Nel 2001 le è stato conferito il premio alla carriera al Trani Film Festival. Ultimamente ha realizzato la pellicola “Peperoni ripieni e pesci in faccia” (2004) con Sophia Loren eMurray Abraham.

 

fragmenta

sciabole di silenzio affiorano
in una tazzina di caffè
umori affinità crepitìo di ore
in attesa di un’alba
stilemi pulsioni valori
respiri naufragi in perdizione

*
un domani incerto
serra questa notte

*
una pena spalancata nel vento
raccoglie la sua irriducibile distanza
un delirio un grido si  raggruma
nelle maree del bene e del male
tempestate di viola
l’acqua borbotta parole e parole
groviglio di rovi microliti
nebbia densa assenza del domani
un precipizio di cadute
ci vieta respirare
ma nella pioggia stasera
anni dispersi in un boato
su arenile bianco che tende la mano

*
ha braccia lunghe e corpo pieno
sprofonda nei fondali si inerpica non tace
brucia di un destino nelle retrovie
è marea che investe
con tonfi sibili rumori
una trincea di dolori già vissuti
la vita in versi
una strana gioia anche nel dolore
non si vede il mare

*
fiordi di trasparenze come un castigo
madri disfiorano recinti di catene
nel buio   di mestizia
sfere lambiscono
deserti inusitati corbezzoli in lamiere
madri in catene su rigori di blasfemie
luci stampano
se fossero di carta brucerebbero
nel forame che annienta  follie
mantide tra foglie  al vento
la più alta delle solitudini al margine
di memoria
emersa da un confine di cielo
non più lo stesso
una brina  di silenzi e chiaroscuri
riveste le tempie di deserto
le narici di domani
risuonano in corsa nella notte

*
la luna inciampa in un cespuglio

*
non si vede il mare
offeso lancia strali
tra i poli del tempo
nella memoria lottano
mattini d’estate
pampini nidi di verbena
mani di conchiglia
dentro una voce una lingua
in lieve tremito
su battito di ciglia

*
un vento stridendo
veglia odore di incenso
germina con ferocia
dilaga infuria ripiega in labirinti
raccordi di un autunno
nel candore
tra veglie di silenzio
questo mare
la verità una trappola
di macerie e polvere
nei deserti

*

oltre il silenzio con due volti
voragine e sole
marchio di deportazione
nei gironi dove si perde terra
fauci su parole a mozziconi
da inchiodare

*
la verità nel buio
del fogliame
non è qui il senso

*
gradino per gradino
unica superstite
la pagina traccia
in punta di piedi
sul filo di  neve
avventura viaggio
scoperta cattura
un centro di infinità
alpha e omega

*
porgo orecchio
a un mosaico
tutto da comporre

*
un greto di fughe
si dipana fuoco arde
su ombra di luna
dissacra ironie
in orizzonte senza prospettive

*
i sogni diventano
poltiglia nel mormorio (umido)
del vento
brandelli di carni
silenziano palpebre infuse
di pietà
lungo sponde
di guinzagli gela una  rinascita
di solitudine più alta
col silenzio pieno
della notte
e la  notte senza fine
nudità di parole
brucia tutte le faville
il mondo
svende  Cristo in agonia

*
porgo orecchio
a un mosaico
tutto da comporre

*
un granello
me stessa dentro
quel distacco un dono
me stessa
in un attimo
per ogni creatura

*
altra memoria ritrovata
controvento
terra bagnata pareti vuote
luoghi di dissenso
su versi di bellezza e arcobaleni
attendi una vita
segnata da qualche parte
un destino  di nuvole
un puzzle di fermate
sgomento di piede
che non regge la caduta

*
dove starà l’amore…

*
pioggia di anestesia
stralci di sogni arresi
rimani in quello che è tuo

*
attraversi il mondo
con il cuore in gola
finchè vivrai
finchè camminerai
ma con le parole
ne farai memoria
donna

*
non esiste verità
apre le sue chiuse
apre le sue rovine
di integrità

in un momento
ascolto il rumore del tuo sangue
che stilla oltre l’orizzonte
sogni ombre voli

nei tuoi occhi
svanisco  nel gelo
vuoto cigola
sui cardini del Nulla
la verità una trappola
di macerie e polvere
nei deserti

*
per tutto quel bianco
rubato alle nubi
sai quante volte
modulo il respiro

*

vedi -si fa pietra
su declivi di orizzonti
in attesa di un silenzio
che disgeli il viola
delle carni

*
per tutto quel bianco
a misura di armonia
assiepato tra una parola
e l’altra

*
sai quante volte
sprofondo
in anfratti di scoglio
senza riparo
eppure ali ferme
mi sfiorano le mani

per tutto quel candore
tenace dentro un sogno
nei lineamenti
con vertice sul buio
mi disconnetto

*
da secoli brucio
dentro viscere millenarie
di mistero

*
per quel candore
come mare sconfino
su grovigli di onde
– incaute implodono-
in attesa di una luce
che perduri

*
per tutto quel bianco
mi strapperei confusa nel respiro
la presenza
di un’assenza senza fine

*
per tutto quel bianco
basta il silenzio
nel tuo nome

*
c’è un silenzio antico nelle cose
sui crinali dei colli
nei limoneti
in fondo alle valli
intrecciate di ortiche
grovigli di rami disseminati
erbe aromatiche
finocchi selvatici
menta e rucola
c’è un silenzio antico nelle cose
aspetta da sempre
sorregge radici di ulivi
nidifica nel forno sconnesso
tendo l’orecchio
a inseguire voci
che invadono segni
consonanze di parole lievi
librate nelle crepe
dei muri sconnessi
tra ciottoli e spini
dietro ogni siepe
c’è un silenzio antico nelle cose
estenuato da parole di sempre
in ogni angolo
della vecchia casa
nella speranza che tende la mano
inseguo tenacemente l’azzurro
con occhi spalancati
ma respirare cieli è un’altra cosa
e c’è un silenzio dentro le parole
che rimbalza distrattamente
mai al tempo giusto
muto nel dolore
un silenzio non ancora sfiorato
da venti lievi
come le mie ciglia
c’è un silenzio che nessuna parola
può penetrare senza fiatare
con mille nodi i suoni
ne infittiscono gli echi
segnati da erba calpestata
e rami che annaspano
al fruscio dei pioppi ansimanti
ma poi senti l’acqua del torrente
borbottare prima piano
poi sempre più incessante
parole e parole
c’è silenzio nel nido
di quei passerotti implumi
c’è silenzio nel buio

che trasmigra certezze
nel rumore incessante dei dubbi
nelle pagine bianche
nei luoghi di frontiera
in questo tempo che se ne va
c’è  silenzio anche nel fuoco
che divampa e zampilla
empiti di poesia
arde seguendo tracce
di odori suoni e colori
ma quante parole non dette
nel silenzio di tante parole

(Maria Allo)

Rinascita – scheda

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La Società Italiana delle Letterate (SIL), fondata nel 1995, è costituita da circa duecento scrittrici, insegnanti, studiose di varie letterature, giornaliste, ricercatrici e operatrici culturali di diverse generazioni e provenienti da varie regioni. Siamo tutte naturalmente appassionate di libri e di storie e in quanto letterate ci consideriamo innanzi tutto lettrici.

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