Interviste/ Laila Wadia, la femminilità sboccia come un'erbaccia

Layla Wadia,  nata a Bombay, vive a Trieste dal 1986, ha pubblicato in italiano romanzi e racconti

Come è nato Se tutte le donne, il libro uscito recentemente per Barbera editore?

«Qualsiasi libro nasce nalla mia testa molto tempo prima, e ha una gestazione lunga, soprattutto le storie di donne. Queste sono meravigliose donne che ho avuto la fortuna di incontrare, e storie che mi sono sentita raccontare lungo un arco di moti anni. Erano storie che conoscevo, che raccontavo alle mie amiche, e a un certo punto ho sentito l’esigenza di raccontarle anche alle altre persone, visto il clima attuale di violenza. È nato sulla carta anche sulla spinta recente di un editoriale di Giovanni De Mauro, su Internazionale, ma l’esigenza è maturata in me da tanto tempo, forse da quando sono nata e ho sentito la frase ricorrente nella mia natia India: “Avere una figlia è come bagnare il giardino del vicino”, quindi tempo sprecato, acqua sprecata. E già lì si è creato il legame acqua, donna, giardino, fiore, e volevo scrivere qualcosa su questo tema, sulla bellezza della femminilità che sboccia ovunque, che sboccia nonostante le intemperie, che sboccia a volte come un’erbaccia, perchè noi donne troviamo il modo comunque di venir fuori, anche se il terreno non ci è fertile. Voleva essere un omaggio alle donne nato, credo, con la mia nascita».

Partiamo dal titolo: Se tutte le donne. Hai citato Giovanni De Mauro, quasi come una sorta di suggeritore del titolo.  Alla fine del libro, ci sono una serie di frasi incisive e brevi, tratte dall’editoriale de “L’Internazionale” del 29 novembre 2010, che ipotizzano, per tutte le donne del mondo, diritti non ancora acquisiti ovunque. 

«Mi ha molto colpito. Per le parole di incitazione alle donne, su temi che a me sembravano ormai acquisiti.  Ma Giovanni insisteva che si rivolgeva soprattutto alle giovani generazioni, che occorreva ricordare loro le battaglie delle madri e coinvolgerle. Poi mi ha ricordato Simone de Beauvoir, anche lei aveva intitolato un suo testo Quando tutte le donne del mondo, un testo eterogeneo, dai caratteri forti, dove si pone l’accento sulla mancanza dei diritti delle donne. Sono andata a rivederlo, è di una attualità sconvolgente anche se il tempo è passato, i problemi sono ancora lì. Così ho pensato di intitolare il libro Se tutte le donne, per dire: già queste cose si fanno tra donne; mentre il titolo che avevo scelto prima era: Giardino all’italiana».

Giardino all’italiana anche se in realtà si attraversano molti Paesi. Prima hai detto che parli di donne reali, magari trasfigurate dal racconto. Come mai questa geografia, questa cartografia allargata della violenza sulle donne, sia fisica che psicologica?

«Ormai questi temi attraversano tutto il mondo e io volevo proprio questa ibridazione di situazioni. Quando sono venuta in Italia, venticinque anni fa, per me l’Occidente era la terra della libertà e dei diritti, dove le donne vivono sicure. Questo non succedeva in India, non succedeva nella mia famiglia, e sono letteralmete scappata via pensando di trovare un porto di salvezza. Poi arrivi qui e ti rendi conto che sì, le cose sono migliori, ma non poi tanto. Ho trovato le stesse problematiche, magari a volte più nascoste, o espresse in modi diversi.  Mi ha scioccato scoprire, quando sono arrivata in Italia, scappata da una situazione difficile e in cerca di sicurezza, che la mia vicina di casa, una siciliana, veniva picchiata dal marito. Mi sono detta: ma come, anche qui esiste questo? Oppure sentire al telegiornale, come pochi giorni fa, lo sfregio con l’acido, cosa molto diffusa da noi in India, soprattutto tra popolazioni molto arretrate che vendicano sulle donne del gruppo nemico un torto subito, ma quasi sconosciuta fino a poco tempo fa in Italia. Come si può esportare una barbarie simile? Ho voluto fare una ibridazione raccontando storie di donne del mondo in Italia e di donne italiane nel mondo, per narrare esperienze internazionali da scambiare, intrecciare una rete di situazioni da tessere insieme per andare avanti in una maniera migliore, capirci, parlarci, dialogare. Queste sono le diverse realtà che io conosco, e mi piaceva l’idea di italianità. Quando si parla di esportare l’italianità nel mondo, ad esempio, si pensa in termini maschili, di prodotti. E  se esportassimo le qualità delle donne e le mettessimo a confronto? A me piace l’idea di un profumo, ad esempio, che subito ti suggerisce qualcosa da scoprire».

 Sono storie drammatiche, di violenza, quelle raccontate, eppure le donne che le vivono sono donne forti, non remissive o succubi. Questo mi ha colpito, trovano una mediazione per continuare a vivere nel modo migliore.

«Io non ho mai trovato una donna veramente debole. Secondo me solo all’apparenza, agli occhi degli altri, può risultare succube. Ho incontrato donne che a modo loro fanno resistenza anche in situazioni molto difficili. Ricordo una donna veramente maltrattata, nel mio paese.  Parlando con lei viene fuori che la sua rivincita era mettere troppo sale nelle pietanze del marito. Quella era la sua guerra. Io l’ho trovata forte, questa donna, perché la società non la proteggeva, ma lei ha escogitato un modo per sfogarsi».

Questo è anche un libro che, oltre a parlare di donne, tramite gesti, profumi, cibi, comportamenti quotidiani, trasmette molto delle diverse culture di appartenenza delle protagoniste.

«Di questa ibridazione io cerco di fare una forza letteraria, penso che è un modo per sconfiggere i razzismi che derivano dall’ignoranza delle altre culture. I razzismi li hanno creati gli uomini e noi donne forse siamo complici perché non ci siamo scambiate abbastanza le tante esperienze che ci accomunano, pur in tante culture diverse. Noi donne abbiamo molto più in comune che non gli uomini, se ci scambiassimo queste informazioni potremmo far nascere dei figli che sarebbero meno solipsistici».

Tocchi molti temi legati alla vita quotidiana, anche il desiderio di un figlio nell’Islam, con quel bellissimo racconto della moglie sterile che è costretta ad accogliere in casa l’altra donna, con il dubbio finale che sterile sia il marito, e la complicità delle due donne che risolve la situazione. Questo vivere delle donne anche all’interno di situazioni tradizionali difficili, perchè la giovane che arriva non è per niente innamorata dell’uomo, mentre la moglie che lo ama è costretta dal costume corrente ad accettare di essere messa da parte, come viene accolto dalle donne che vivono fuori dai confini della propria nazione? Come convivono con la scelta della famiglia di seguire la tradizione?

«Quando fai parte di una società in cui è costume convezionale, ad esempio, avere tre o quattro mogli, o mamme, o sorelle, non trovi nulla di strano nel vivere così. Quello che per me era importante era esportare questa tradizione, consueta in certi Paesi, in altri dove è del tutto estranea. Trapiantare dei vecchi costumi in una società completamente diversa. E, vista l’immigrazione di massa contemporanea, nascono delle comunità all’interno di una comunità ospitante, dove si ripropongono i modi della tradizione di provenienza, e spesso le donne si trovano a scontrarsi tra queste due culture. Io non so come si evolverà questa situazione nel futuro, mi interrogo, ma una donna che si trova, in casa, inserita in una tradizione di comportamenti, e poi all’esterno vede altre forme di convivenza, a scuola, al lavoro, si pone una serie di interrogativi su come far combaciare due parti diverse di sé, o rifiutarne una. Penso che potrà portare a qualche problema. Lo abbiamo visto nella cronaca recentemente, con molti episodi che hanno coinvolto ragazze che hanno cercato di uscire da questo sistema. Ad esempio, in una comunità del Bangladesh, a Monfalcone, con i cantieri navali che hanno richiamato molte famiglie, queste dinamiche sono normali. Vivono, si sposano, tra loro, in questa piccola comunità di duecento persone. Io mi sono domandata in futuro cosa accadrà. Anche nella mia comunità di appartenenza era così, non potevamo sposarci all’esterno per rigide regole religiose, alla fine ci troviamo, mille anni dopo, sto parlando della mia comunità di Zoroastriani, con un altissimo numero di malattie genetiche, a rischio di estinzione, e mi domando se questo succederà anche a queste comunità che si sono spostate fuori dai confini della propria nazione».

E’ un tema caldo, questo. Anche il fatto che si assumano inevitabilmente costumi occidentali è fonte di preoccupazione.

«La neo ministra dell’immigrazione, Cécile Kyenge, ha detto di avere trentotto fratelli, suo padre quattro mogli, ad esempio. Bisogna capire, a livello più generale, come si evolveranno queste situazioni. Ho toccato questo stesso tema anche in un altro racconto, dove una donna islamica suggerisce a una donna italiana di non innamorarsi e sposare suo fratello, perché hanno un altro canone di vita, e forse è ancora troppo presto perchè queste due modalità trovino un reale colloquio su alcuni temi forti. Forse, in questo trovo un po’ di verità, io stessa non so se accetterei certe condizioni. Amando una persona devi amare tutto di lui o lei, ma alcune regole sono davvero molto diverse»

Torniamo alle protagoniste, sono molte, sono diverse, trovano il modo per fare andare la loro vita un po’ meglio di come si presenta all’inizio del racconto. Sono anche allegre, hanno ironia, spirito di sorellanza, non si abbattono.

«Sì, per me sono una specie di rete di solidarietà e di speranza. Il libro voleva essere una chiaccherata con amiche lontane, per scambiare esperienze, come prendere un té insieme. Anche un libro per le giovani, per conoscere altre culture, e viceversa. Le donne di una certa generazione, anche la mia, hanno più voglia di stare insieme, di confrontarsi. Insegnando all’Università vedo tra le giovani molta poca voglia di uno scambio reale, poche relazioni di confronto tra diversità, spesso sono molto sole, anche di fronte ai problemi da affrontare. Il libro voleva essere anche un incitamento a mettersi in relazione. Siccome voleva essere tutto questo, doveva essere una narrazione di donne positive, che non si lasciano sopraffare dalla vita»

Ci sei anche tu in certi racconti?  Ad esempio, io ti immagino nei panni di quella insegnante di Udine, alle prese con i suoi studenti. Qual è il racconto che senti più tuo?

«Io sono in tutte le persone che  conosco e tutte fanno parte di me, Andrò via di qui e sarò un po’ più te. Cerco di vedere come vive la persona che incontro, come è a livello di pelle, mi accade, c’è una specie di osmosi . Ovviamente ancora di più nella scrittura. Sì, ci sono anche io, come tutte le persone che ho incontrato e mi hanno arricchito la vita. Per quanto riguarda il racconto che sento più mio devo dire che sono tutti partoriti con la medesima passione, in momenti diversi della vita, storie diverse, esigenze diverse da raccontare. Forse si vede anche una diversa maturità nei racconti. C’è un arco di tempo molto lungo tra l’uno e l’altro. Più o meno sono in ordine cronologico, nel senso che l’ultimo è proprio l’ultimo scritto. Forse devo dire che quello che mi tocca di più è Rosso Kalì, dove parlo di depressione»

Questo  libro è assai diverso dai tuoi precedenti, ad esempio, Mondo pentola, Amiche per la pelle, Come diventare italiani in 24 ore, che avevano un tono più leggero, quasi scherzoso, a volte. Qui tocchi temi forti, dolorosi, anche radicali, mettendo a nudo realtà concrete e difficili. Come mai questa specie di svolta nella tua narrativa? Come se avessi inaugurato una nuova fase di scrittura.

«In quella prima fase, in effetti, volevo parlare di temi molto seri, ma in tono leggero, con ironia, per attirare l’attenzione su argomenti complessi, senza pesantezza. Affrontare temi importanti quali l’immigrazione, l’identità, l’integrazione, ma in maniera distesa. L’integrazione, secondo me, comincia con un sorriso. Scrivendo un libro come Amiche per la pelle, ad esempio, è accaduto che persone lontane dalle problematiche dell’integrazione avessero voglia di passare un pomeriggio in una casa multietnica, come quella descritta nel libro. Era un modo per coinvolgere i lettori con lo stratagemma della leggerezza. Ora siamo nella fase drammatica, triste. Forse per il momento che stiamo vivendo, di particolare durezza contro le donne, da vari punti di vista, forse per una mia esigenza interiore, di maturazione del discorso. Anche il prossimo libro, che sto scrivendo, sarà molto drammatico. E la prossima tappa futura, invece, sarà quella arrabbiata. C’è una bellissima poesia in inglese, When I am an old woman I shall wear purple (quando sarò vecchia mi vestirò di porpora), di Jenny Joseph, che parla di una donna che da vecchia  farà delle cose tremende con il suo bastone, non avrà più peli sulla lingua. Credo che per affrontare certi argomenti devi avere una certa maturità nella vita e questo è il mio programma».

È un libro pieno di sapori e odori. Quanto è importante ritrovare o ricreare i sapori e gli odori nel posto dove uno arriva?

«È fondamentale, profumano i tuoi ricordi, la tua esistenza. Se io non mi circondassi da una nuvola di coriandolo e vermiglione mi sentirei persa. Ricreare i colori, i sapori, ma soprattutto i ricordi legati a queste cose è fonte di vita. Il coriandolo è la nonna che lo pesta, e tutta la casa ne  profuma alla mattina. Chiunque ha degli odori particolari nella sua memoria».

Quanto conta la memoria di quello che hai lasciato dietro di te e la tua memoria qui, dove ora ti sei sposata e vivi da tanti anni, nel tuo percorso di scrittrice?

«Per me la memoria è importatntissima. È una banca dati necessaria, un bagaglio infinito. Gli aneddoti, gli affetti sono un profondo luogo da cui trarre materia di narrazione. Vediamo, ad esempio, molti scrittori americani che scrivono libri e libri sulla nonna, sugli affetti primari che formano la persona alla vita, sull’infanzia. Si può parlare per una vita intera di una persona e di un ricordo. Spesso dico: mi porto le radici in tasca. Poi un mio amico, qualche tempo fa, mi ha detto: ma perché non diventi una nuvola? E in effetti le radici della nuvola sono l’acqua che viene assunta da una parte e poi scaricata dall’altra. Da quando ho pensato a questa immagine, ho trovato che è davvero una metafora della vita che vorrei essere. I ricordi li porti, li elabori, li distilli, li versi da un’altra parte. Credo che la scrittura sa proprio questo».

Sai che in Italia, da molto tempo, scrittori o  scrittrici che vegono da lontano vengono definiti “scrittrici o scrittori migranti”. Che cosa ne pensi?

«Abbiamo fatto un incontro in Australia, l’estate scorsa, e abbiamo trovato una definizione che a me va bene. Mi definisco una scrittrice trasculturale. Penso che l’origine, la nazione, la stessa lingua sono un po’ superate come categorie distintive nel mondo attuale. Io, ad esempio, scrivo nella mia testa in una molteplicità di idiomi. Sarebbe molto buffo se trascrivessi semplicemente quello che accade nella mia testa: verrebbero fuori una parola in italiano, due in inglese, un’altra in hindi, e così via. Poi, quando scrivo, uso una lingua a seconda della particolare sfumatura che voglio dare allo scritto. Un colore, ad esempio, ha bisogno di essere detto in una lingua particolare. Se io dico verde ocra, ad esempio, non ha la stessa sfumatura che mi rimanda la parola bindi, che è la parola hindi che mi fa sentire quella particolare sfumatura. Poi, per esigenze di comunicazione devo trasportare i termini nella lingua che scelgo. Per ora sto scrivendo in italiano, ho dei libri nel cassetto, non ancora pubblicati, scritti in inglese».

Laila Wadia:

Se tutte le donne, Barbera, Siena 2012, 197 pagine, 13,90 euro

 Il Burattinaio e altre storie extra-italiane, Cosmo Iannone, Isernia 2004, 170 pagine, 11 euro

in Pecore nere, AAVV, Laterza, Bari 2005, 148 pagine, 12 euro

Mondopentolaa cura di, Cosmo Iannone, Isernia  2007, 115 pagine, 12 euro

Amiche per la pelle, e/o, Roma 2007, 141 pagine, 9,50 euro

Come diventare italiani in 24 ore Barbera Siena 2010, 148 pagine, 12 euro

Simone de Beauvoir, Quando tutte le donne del mondo, traduzione di Vera Dridso, Bianca Garufi, Vittoria Nencini Baranelli  Einaudi, Torino 2006, 181 pagine 10 euro

 

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