Ragionare di poesia delle donne, oggi: ha senso?

Ha senso occuparsi di poesia delle donne, oggi, in Italia, quando l’accesso pubblico alla scrittura poetica delle donne è aperto almeno tanto quanto quello maschile? Ha senso porsi questioni di “genere” in poesia? Ha senso prestare attenzione a temi quali il linguaggio, l’immaginario, il posizionamento, senza perseguire antinomie oppure ostinate separatezze, ma ragionando su percorsi, percezioni, angoli di osservazione?
A queste domande rispondo in modo ambivalente: sì e no.
Oggi non ha più senso, a mio avviso, proporre un discorso separato sulla poesia scritta da donne, come lo ha avuto, invece, in passato, per dare rilievo a una produzione letteraria ignorata, sottaciuta nella sua rilevanza storica e culturale, resa invisibile o marginale nella ricerca accademica, soffocata da tanti preconcetti riguardo il valore, l’innovazione. Non ha senso porre una differenza di “genere” per quanto riguarda la poesia: è poeta – uomo o donna che sia – chi sa parlare della misteriosa e radicale transitorietà della vita, in qualunque linguaggio capace di penetrare sotto la pelle delle persone.
Ha ancora senso, a mio avviso, osservare i percorsi attraverso cui le donne sono arrivate a scrivere poesia, i temi che attraversano le scritture, il confronto che mettono in campo con la cultura ufficiale consolidata nelle accademie, i linguaggi messi in azione, le specifiche modalità di sguardo. Tutto quello che dà indicazioni di un posizionamento nel mondo e offre tracce significative riguardo alla società contemporanea, alla cultura post-patriarcale, con le sue ambigutà ancora attive.

Che cosa è cambiato, se è cambiato qualcosa, nella scrittura poetica delle donne, in Italia, a partire dagli anni ’70 fino a oggi? Se nelle antologie le poete (con questo termine nomino soltanto soggetti femminili che scrivono poesia, senza altre specificazioni), sono ancora poche, (nessuna nel canone), ormai nella cultura pubblica sono presenti in numeri assai consistenti: nei libri, nei festival, nei media, anche nelle tesi di laurea o nei corsi universitari. Un merito di questa presenza è dovuto certamente al lavoro prezioso e alla cura di tante docenti e studiose che hanno saputo alzare lo sguardo sull’esistente e scovare tanta produzione dimenticata, o dare attenzione critica alle voci contemporanee.
Ma anche un nutrito numero di giovani poeti e critici, oggi, prende a tema di ricerca la produzione delle donne, scegliendo il confronto/dialogo sui modi del fare poesia, scambiando percorsi e approdi, con l’apertura di una rete di collaborazioni fruttuose e innovative.
Allora è tutto risolto, siamo proiettati tutti in mondo culturale morbido e permeabile, che tende a smussare le differenze, a causa, probabilmente, di una globale impronta omologante che attutisce e rende innocue le diversità? Su questo tema andrebbe svolto un discorso complesso che non è possibile fare in questa sede, tuttavia, per quanto riguarda l’argomento in questione, alcune brevi considerazioni vanno fatte. Non credo che il mercato globale abbia interessi altri dal profitto economico perseguito a qualunque costo, umano e ambientale. D’altra parte le condizioni delle società sono rapidamente mutate, solo a osservarle alcuni anni addietro, gli individui si muovono su piani impensabili fino a tempi recenti – basti pensare alle possibilità offerte dalla rete, da internet -, stiamo vivendo un’epoca di grandi trasformazioni e le percezioni soggettive del futuro sono ancora incerte.
Questa situazione in movimento apre numerose ipotesi e scenari per la produzione poetica delle donne, a partire dalla consapevolezza di una maturazione e signoria degli strumenti, dei linguaggi. Non si tratta più di chiedere uno spazio contestato, ma di esporre alla visione di tutti un percorso, un progetto, una scrittura che siano parte del tessuto contemporaneo.

In poesia sappiamo bene che la debordante costituzione della donna come oggetto del discorso, a vari livelli, si è accompagnata alla sua esclusione come soggetto, anche se poete e rimatrici sono fiorite in tutti i secoli, proprio perchè la poesia, come arte confinaria, ha aperto le porte alla parola femminile. E’ una osservazione fatta come in punto di fuga: tende a scoprire un gioco di prospettive che sempre di più si addentrano nella materia, fino a perdere il punto certo di un inizio.

Storicamete, i temi prediletti dalle donne si possono raggruppare in due filoni tradizionali: quelli legati all’esclusione, quelli legati al discorso d’amore, in un rapporto di eccesso e di difetto che spesso ha caratterizzato la relazione con il linguaggio, con il tema della soggettività e con la stessa significazione.
Oggi che tante donne hanno parola pubblica in poesia come si configura il nuovo della scrittura delle poete? Quando è una donna a scrivere poesia, l’io – tu: chi parla? a chi parla? di chi parla? dove e come parla? Non solo nella relazione binaria di Soggetto/Altro-a da sé, ma nella osservazione eccentrica di soggettività in transito, in movimento tra luoghi, esperienze, immagini, ruoli, linguaggi, generi, codificazioni, ponendo attenzione agli aspetti “nuovi” (laddove si riscontrano) di soggetti mutevoli e performativi, in continua ri-definizione e dislocazione.
Pensiamo alle numerose riprese di figure femminili del mito, lette in ottica nuova, alla tematizzazione del corpo femminile mostrato non soltanto nella giovinezza e bellezza, ma anche nella vecchiaia, nella malattia, negli umori più crudeli, pensiamo alle tante figurazioni individuali liminari che emergono nei testi, alla scelta di uscire dal genere lirico come territorio privilegiato per addentrarsi con temerarietà nel genere epico – da sempre terreno maschile, alla volontà di esserci con una parola propria, che scardini la tradizione verso una ricerca nuova, sperimentale, ad altro ancora.
Queste nuove figure poetiche abitano il mondo contemporaneo, pongono questioni a tutti. Come se il remoto concetto di “disordine del femminile”, presente in tante scritture, fosse non tanto una caratteristica bizzarra da mettere sotto controllo ma una prefigurazione di un divenire già in atto: la disposizione a sabotare discipline e generi, a mostrare l’irrilevanza dei recinti, a rifiutare classificazioni, a ignorare la presunta separatezza tra corpo e soggettività, ad abitare il presente senza rassegnazione, a irridere il potere, a mescolarsi continuamente, ad amare la vita e raccontarla nelle sue diverse estensioni, a liberare sessualità e desiderio, a intervenire nel mondo.

“La poesia altro non è che prender forza nell’inconscio” dice Cixous nella sua appassionata apologia per rivendicare la potenza della scrittura delle donne, e tuttavia avverte che desiderio e linguaggio non coincidono. In un periodo di pesante decadenza del linguaggio e della stessa società, con parole erose e irrilevanti che continuamente ci circondano, ci interroghiamo, interroghiamo individualità creatrici in colloquio, in un “fare insieme” che assume il senso di un gesto politico.

La necessità di dire, l’urgenza di parole limpide che dicano la contemporaneità della poesia italiana sono la spinta iniziale di queste riflessioni. Il confronto con i testi, con autrici e autori, con i luoghi della poesia, così come le riviste, i blog, i gruppi, i manifesti, sono il terreno su cui muovere il discorso, in un reciproco dialogo aperto in cui le differenze e le convergenze si misureranno nel tempo.

Quanto dobbiamo alle madri, alle sorelle, alle amiche che ci hanno preceduto e delle quali, spesso, ripercorriamo le strade in nuove infinite scoperte, con gratitudine? Da loro abbiamo imparato la parola libera, autonoma, presente nel mondo; abbiamo imparato a confrontarci tra noi e con altri; abbiamo riletto i miti, mostrato il corpo a partire dal sangue mestruale, attraversato la maternità e la sessualità, le relazioni e l’amore; non abbiamo chiuso gli occhi sulla vecchiaia, sulla malattia, sulla morte; abbiamo diffuso la parola pubblica sul tempo presente e sul mondo.

Ora si tratta di osservare come la nuova poesia contemporanea delle donne ha incanalato questi temi, li ha ripensati inscrivendoli in soggettività interroganti, aperte alle esperienze, al confronto. Ci chiediamo se la scrittura poetica delle donne rintracci le sue radici profonde nel tanto problematizzato “femminile”, come pensano alcune, o se si insinui in una dimensione altra, più complessa, dai margini più incerti, forse; un terreno di transizioni di sentimenti e di saperi includente. E il tema ritorna, nelle scritture, in modi diversi. Tra un “neutro” assunto dalla tradizione senza ripensamenti e la scelta sofferta di attraversare più strade, di percorrere luoghi insoliti e tormentosi, per segnare il superamento, attraverso l’arte, dei confini di genere. O, viceversa, nel fondare consapevolmente proprio nel genere la propria scrittura.

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