Margherita Hack, donna di frontiera

Vederla passeggiare a Trieste, sulle Rive, o seguire i suoi interventi nelle assemblee cittadine sui temi dell’immigrazione, dei beni comuni, contro la costruzione di un rigassificatore nel golfo di Trieste, oppure incontrarla al Teatro Miela alla festa MiciAmici, lei che i gatti li amava tanto e tanti ne aveva a casa, era cosa comune, assolutamente normale. E’ stata una donna che ha saputo intrattenere rapporti vitali con la città dove ha scelto di vivere e con la gente che la incontrava in tante occasioni. Vitale e forte era lei stessa, così amante della libertà, che ha saputo incarnare come donna, negli studi, nelle scelte di vita e di professione, nelle parole sempre aperte e franche, libere da pregiudizi, superstizioni o soggezioni.

Nata a Firenze il 12 giugno 1922, è vissuta a Trieste, dove è morta il 29 giugno 2013. Scienziata. È stata tra le principali artefici del decollo dell’astrofisica in Italia. Soventemente interpellata da media sui grandi temi dell’attualità scientifica, è stata una figura molto nota del panorama scientifico italiano e uno dei volti più caratteristici e cari al grande pubblico per i suoi grandi meriti nella divulgazione della scienza.

Questa testimonianza è stata raccolta nel 2003.

 

Quello che dirò non è nuovo perché sono cose che ho già scritto e d’altra parte la mia vita è questa. Non riesco ad inventarmi qualcosa di nuovo. Posso cominciare da quando sono nata. Sono nata a Firenze il 12 giugno 1922 in un quartiere a nord della città, che si chiama Campo di Marte, dove si trova lo stadio comunale, le piscine e tante attrezzature sportive. Quando sono nata io c’era una immensa distesa verde, un prato che serviva anche da campo di aviazione. I ricordi miei risalgono a quando avevo due anni, di questo sono sicura perché ho delle fotografie del settembre del 1924, in cui ero a Campo di Marte. Già allora mi incuriosivano questi aerei con le ali di tela, biplani che si alzavano e atterravano lì sul prato. Nel corso di varie interviste mi hanno fatto notare che sono nata vicino a Campo di Marte, in una strada che faceva angolo con Via Cento Stelle e poi, quando si è lasciata quella casa per andare ad abitare nella casa della nonna, dalla parte opposta di Firenze, alla periferia sud, a Poggio Imperiale, la strada era intitolata a Leonardo Ximenes, anche lui un astronomo e si trovava sotto la collina di Arcetri dove c’era l’Osservatorio astrofisico. Questi sono fatti puramente casuali perché io non avrei mai pensato di fare l’astrofisica. Anzi, non avevo la minima idea di cosa avrei fatto.

 

La mia infanzia

La mia infanzia, la mia vita direi, è stata felice perché sono stata fortunata in tutti i sensi, nel senso che ho avuto una famiglia, babbo e mamma, che erano avanti di mezzo secolo come mentalità e che mi hanno educato lasciandomi completamente libera, responsabilizzandomi e dandomi il significato del dovere ma anche della libertà. Dopo, anche con il mio compagno c’è stato sempre un rapporto di piena uguaglianza, ho sempre avuto incitamenti da lui, mai un freno per la mia attività. Quindi, in questo senso direi che sono stata molto fortunata. Da bambina, fino all’età di quattro – cinque anni, precisamente fino al 1927–1928, si viveva vicino al Campo di Marte in un appartamento illuminato a giorno, con il riscaldamento elettrico, con i bollitori elettrici, tutto elettrico, perché il babbo lavorava in quella che oggi si chiama ENEL e quindi aveva l’energia elettrica non so se gratis o quasi gratis.

In quegli anni lì, forse nel 1928, fu licenziato con la scusa che aveva avuto la pleurite e quindi poteva essere infetto. In realtà perché era sindacalista, anche se non era iscritto. È sempre stato socialista e antifascista e da allora non ebbe più alcun lavoro stabile. Fu quella anche la ragione, suppongo, per cui si dovette traslocare e andare in una vecchia casa che la mamma aveva ereditato dal nonno proprio nell’estrema periferia sud di Firenze. Quando arrivammo in quella casa ricordo che le luci erano deboli e i miei dovettero far fare dei lavori indispensabili perché c’era ancora il gabinetto come si usava una volta, senza sciacquone. Mi pare che ci fosse l’acqua corrente. Non c’era riscaldamento. La cucina era grande, con i fornelli a legna e c’era un piccolo giardino davanti e un altro dietro. Intorno, praticamente campagna. Da una situazione di relativa modernità quello fu quindi un salto indietro nell’Ottocento. Quando si trattò di cominciare la scuola, andai solo per pochi giorni perché mi ammalai di bronchite e dovetti stare molto tempo a casa.

Per non farmi perdere l’anno un’amica della mamma che era maestra elementare mi dette il programma cosicché mi presentai da privatista. La stessa cosa successe per la seconda e per la terza elementare: all’inizio dell’anno scolastico mi prendevo sempre una malattia infantile, non in modo grave, ma rischiavo sempre di perdere l’anno. Poi, quando frequentavo la quarta elementare ci fu un altro cambiamento nel senso che babbo ricevette la liquidazione. I miei genitori affittarono la casa della mamma a Poggio Imperiale e comprarono una casa a Campo di Marte perché babbo aveva cominciato a lavorare assiduamente e volontariamente per la Società Teosofica. Questa società sarebbe oggi di gran moda perché si tratta di filosofie orientali. Secondo la morale dei teosofi non debbono esserci differenze dovute a razza, religione, sesso. In più sono vegetariani. I miei erano già vegetariani prima che io nascessi ed io, da quando sono nata, non ho mai mangiato carne. A me la carne ripugna. Non mangerei carne anche per l’amore che nutro per gli animali. Quindi, l’essere vegetariana non ha mai comportato per me alcun sacrificio. Babbo lavorava per la contessa Gamberini Cavallini che era la presidente della Società Teosofica a Firenze. L’aiutava ad organizzare congressi, riunioni e quindi stavamo sempre da lei in Via Masaccio, di nuovo vicino a Campo di Marte. Questa signora mi volle iscrivere in una scuola privata, dalle Suore di Nevers, perché riteneva che fosse migliore di quella pubblica. Infatti veniva frequentata da ragazzi e ragazze piut- tosto ricchi, di una classe sociale elevata. Noi eravamo piuttosto poveri ed io non mi trovai bene da loro tanto che, quando l’anno dopo si rallentarono i rapporti con la Gamberini, tornammo a vivere a Poggio Imperiale e frequentai la quinta elementare nella scuola di Gaggio.

Finita la quinta mi iscrissero al Ginnasio per poi accedere al Liceo Classico che, a quel tempo, si pensava fosse quello più formativo. Le estati le passavo sempre in un giardino pubblico vicino a Poggio Imperiale che si chiamava Bobolino perché era vicino al Giardino di Boboli. Si trattava di un giardino molto più vivibile di Boboli che era praticamente un museo dove non era permesso giocare. Di Bobolino ho gran bei ricordi perché proprio nell’anno tra la prima e la seconda Ginnasio incontrai un ragazzo con cui giocare. Io ero figlia unica e quindi avevo sempre la difficoltà di trovare qualcuno con cui giocare. Questo ragazzo che si chiamava Aldo, vide che avevo una palla e mi disse: «Tu hai la palla, ci fai giocare?» Così cominciò la nostra amicizia. Si era sempre dalla stessa parte: a guardie e ladri, a nascondino… Quando era sotto lui, diceva: «Libero me e Margherita» Eravamo affiatatissimi! Passata l’estate babbo suo fu trasferito e di lui non seppi più niente. Lo ritrovai poi all’Università e da allora siamo sempre insieme. Quando ci siamo ritrovati però non c’era più l’affiatamento che c’era da bambini. Io ero antifascista, lui nazionalista piuttosto favorevole al fascismo, io ero non religiosa, lui era di famiglia cattolica; insomma, si litigava sempre con infinite discussioni. Comunque, a forza di litigate e di cazzotti si è rimasti sempre insieme. Ormai sono più di sessant’anni che stiamo insieme!

 

Al liceo sotto il fascismo

Tornando al liceo, si era in pieno fascismo. La presa dell’Etiopia fu rappresentata come una grande opera umanitaria, si cantava : «Faccetta nera…» come se noi andassimo a portare la libertà. Naturalmente non ce ne rendevamo conto. Ci si divertiva ad andare alle adunate, a marciare in divisa: si vedevano solo gli aspetti divertenti, il saggio ginnico, lo sport. Democrazia era per noi una parola vuota anche se i miei erano antifascisti ed io sapevo dell’omicidio di Matteotti. Mia mamma, che si era diplomata all’Accademia delle Belle Arti, si era messa a fare la copista agli Uffizi per guadagnare per tutta la famiglia, visto che il babbo, non iscritto al fascio, non aveva più nessun lavoro. Faceva miniature su avorio, vendendole ai turisti. Aveva una collega che era parente di Dumini, colui che si diceva avesse ammazzato Matteotti. Sentivo sempre parlare di antifascismo a casa e dicevo di esserlo anche io anche se da grande mi divertivo di tutti gli aspetti ludici del fascismo. Sono diventata veramente antifascista nel 1938 quando sono entrate in vigore le leggi razziali e ho visto cacciare da scuola da un giorno all’altro compagni e professori ebrei. Allora ho capito cosa volesse dire essere persone private di tutti i diritti, spogliate dei propri averi, solo perché erano nate ebree. Questo fatto ripugnante mi aprì gli occhi sul fascismo. Quando veniva in visita il duce o il re, mettevano in galera persone sospette per pochi giorni, il tempo della visita, e poi le ributtavano fuori. A partire dagli anni 1933–1934–1935 episodi violenti non ci sono stati anche perché in quel periodo vigeva il massimo consenso per il fascismo. Quando l’Italia invase l’Etiopia e la Francia e l’Inghilterra applicarono le sanzioni all’Italia, ci fu una vera e propria rivolta da parte del popolo perché si diceva: Sono pieni di colonie e applicano le sanzioni a noi!» Ricordo che quando la popolazione fu invitata a dare l’oro alla patria, c’era la fila a Piazza S. M. Novella per la consegna delle fedi. E anche i miei, che erano antifascisti convinti, andarono a dare l’oro alla patria, anche se non c’era alcun obbligo. Forse, se non ci fossero state le leggi razziali e non ci fosse stato l’asservimento ad Hitler e l’entrata in guerra, probabilmente il fascismo sarebbe morto alla morte di Mussolini, come è morto in Spagna. Invece, molta gente non accettò le leggi razziali e cercò di aiutare gli ebrei a nascondersi. Anche noi nascondemmo un’amica ebrea per mesi a casa nostra. Nel 1940, poche settimane prima della maturità ricordo che ci fu una discussione in classe durante l’intervallo con delle compagne fasciste. Arrivò il professore di matematica che era un fascista sfegatato che ci portò in Presidenza dove mi sospesero per venti giorni, fino alla fine dell’anno. Secondo la legge avrei dovuto essere espulsa da tutte le scuole, avere sette in condotta e andare ad ottobre in tutte le materie. In quell’occasione venni a sapere dalla professoressa di ginnastica che era amica mia, che tutti i professori eccetto quello di matematica, in realtà erano antifascisti sia pure in segreto, e quindi riuscirono a non farmi espellere. Però ebbi sette in condotta. Il 10 giugno del 1940 l’Italia entrò in guerra e quell’anno furono aboliti gli esami di Maturità cosicché si fu promossi o bocciati a seconda della media che avevamo e così passai perché avevo la media del sette, con otto in filosofia e sei in matematica. Di filosofia non capivo nulla, mentre la matematica era la mia materia preferita.

 

La facoltà di Fisica

Poi ci fu il problema di scegliere la Facoltà. Durante l’estate mi dedicai allo sport con passione allenandomi e facendo gare senza avere la minima idea di quello che avrei poi scelto. Scrivevo con facilità. Quando avevo undici – dodici anni facevo addirittura le cronache delle partite della Fiorentina, anche se non andavo mai a vederla giocare. I miei non erano tifosi ed io cominciai ad andare allo stadio guadagnando qualche soldo rigovernando i piatti alla mamma. Avevo diciassette – diciotto anni. Prima mi contentavo di leggere i resoconti sui giornali e poi scrivevo le cronache. Sicché pensavano che io avessi attitudine a scrivere anche perché facevo i temi con grande facilità. Iscrivendomi a Lettere avrei potuto intraprendere una carriera da giornalista. Però, dopo aver assistito ad una sola lezione capii che Lettere non faceva per me perché mi sembravano tutte chiacchiere. Decisi subito di cambiare e scelsi Fisica. Anche questa fu una decisione presa a caso. È vero che matematica e fisica erano le materie in cui riuscivo meglio, ma scelsi Fisica soprattutto perché la mia compagna di banco, con cui andavo più d’accordo, aveva deciso di fare Fisica. Aveva il babbo americano e la mamma italiana. Dopo il primo anno dovette tornare in America perché gli Stati Uniti erano entrati in guerra. So che poi decise di studiare Lettere e Lingue, mentre io mi trovai subito bene a Fisica e cominciai a studiare con entusiasmo.

Quando si trattò di scegliere la tesi anche lì non avevo nessuna idea su cosa fare. Avrei voluto fare una tesi in elettronica perché era una materia nuova e si faceva in laboratorio dove mi piaceva tanto lavorare. Però il direttore dell’Istituto di Fisica decise di darmi un argomento di elettrostatica, roba vecchia, ormai superata per una tesi non sperimentale, ma compilativa, che non mi interessava. L’alternativa era una tesi in astronomia o astrofisica all’Osservatorio di Arcetri. Decisi per quest’ultima e mi recai ad Arcetri dove ebbi una tesi sperimentale in astrofisica che comportava un lavoro interessante. Ci presi gusto e pensai che mi sarebbe piaciuto continuare a lavorare in quel campo. Ma, finita la tesi, non c’erano molte opportunità di lavoro. Le osservazioni per la tesi le feci in piena guerra, nel luglio del 1944. I Tedeschi erano a Fiesole e gli Alleati alla Certosa, a sud di Firenze. Sparavano continuamente e gli obici o schegge di obici cadevano sulla terrazza dell’Osservatorio dove era situato il telescopio. Sparavano da nord a sud, da sud a nord. Un giorno il figlio del direttore dell’Istituto di Ottica fu colpito e morì sul colpo, mentre il suo compagno di giochi, figlio del custode fu ferito leggermente. Il direttore era Vasco Ronchi, famoso ottico. L’8 agosto i Tedeschi scapparono buttando giù tutti i ponti tranne Ponte Vecchio. Però distrussero tutte le strade prima e dopo Ponte Vecchio e le case furono rase al suolo. A Firenze si rimase senza luce, senz’acqua e senza gas. Si tornò a vivere come nell’Ottocento. Per fortuna avevo fatto un numero sufficiente di osservazioni per la tesi perché non essendoci più energia non potevo più osservare nulla. Ricordo di aver scritto la tesi alternando tale lavoro all’andare a cercar legna e a tirar l’acqua su dal pozzo. Scrivevo alla luce del lume a petrolio. Intanto, nel 1944 Aldo ed io ci eravamo sposati. I primi tempi abitammo dai miei in una stanza al pian terreno nella casa di mamma. Talvolta andavamo a mangiare dalla mamma di Aldo che era rimasta sola perché il marito era andato volontario con i repubblichini. Aldo si laureò in Lettere a Firenze e ha sempre avuto interessi filosofici e letterari. Nei primi tempi il mio lavoro non lo interessava, poi piano piano si è sempre più interessato e, nel 1979, è stato uno dei fondatori della rivista mensile «L’Astronomia».

 

Inizi della mia carriera

Dopo la mia laurea quindi, c’era il problema di trovare lavoro. Mi dettero una borsa di studio ad Arcetri nell’Istituto di Ottica. Vasco Ronchi, direttore dell’Istituto di Ottica era stato invitato a Milano dalla Ducati che aveva cominciato a fare mac- chine fotografiche. Nel 1947 dunque, andai anch’io a Milano dove rimasi nove – dieci mesi, in una Milano semidistrutta dalla guerra. C’era una certa agitazione, manifestazioni, ma anche grande depressione. Le cose alla Ducati non andavano bene e spesso non venivano pagati gli stipendi. Dopo dieci mesi mi offrirono di tornare ad Arcetri per lavorare un po’ all’Istituto di Ottica, un po’ all’Osservatorio. Il primo mi dava quindicimila Lire al mese, il secondo cinquemila Lire. Aldo pure si arrangiava con articoli e cose varie fino a che, nel 1948 ebbi un posto di assistente incaricato all’Università. Nel 1950 vinsi il concorso per assistente ordinario alla cattedra di astronomia e cominciai così a lavorare con una certa tranquillità. Avevo soprattutto voglia di dimostrare che sapevo lavorare in maniera indipendente. Quando si lavora con qualcuno più anziano, questi tende a tenerti sotto, devi fargli da schiavetto. Volevo affermarmi emancipandomi.

A quel tempo gli Osservatori erano istituti monocattedra e i direttori avevano poteri assoluti. Quasi tutti erano ancorati a vecchi tipi di ricerca, ormai superata. L’astronomia in Italia, che era stata fiorente nell’Ottocento con grossi nomi come Schiaparelli, Padre Secchi, iniziatori della nuova Astronomia, subì un forte declino nella prima metà del Novecento e questi direttori di Osservatorio erano praticamente dei baroni nel senso più classico della parola. Impedivano ai giovani di frequentare Istituti all’Estero dove si facevano lavori più nuovi obbligandoli a seguire vecchi filoni di ricerca. In questo ebbi fortuna perché il direttore di Arcetri, Giorgio Abetti, aveva lavorato molto in America a Monte Wilson, era un fisico e non un matematico e quindi era aperto alla nuova astro- nomia che è fisica e non matematica. Aveva una mentalità molto aperta e molto liberale e cercò di aiutare tutti i suoi allievi. Fummo tutti mandati all’estero negli istituti di mag- gior fama del momento, con borse di studio che trovava lui. Nel 1952 mi mandò a Parigi all’Institute d’Astrophysique, uno dei maggiori centri di ricerca europei. Se mi fossi trovata in un altro osservatorio probabilmente non avrei avuto la possibilità di fare ricerca moderna, oppure l’avrei avuta molto più tardi. A Parigi ebbi modo di fare un lavoro indipendente e quindi di essere apprezzata dai ricercatori del centro. Poi ho lavorato in Olanda con una borsa di studio del CNR e infine negli Stati Uniti, in California a Berkeley e a Princeton nel New Jersey. Sono stata anche in West Virginia, ma soprattut- to in California e a Princeton. Nel 1954 me ne andai da Arcetri. Abetti era andato in pen- sione e il suo successore Guglielmo Righini non era liberale come Abetti. Anche lui era un fisico solare, ma, al contrario di Abetti che si era dimostrato sempre interessato al lavoro degli altri, Righini voleva dare un indirizzo prettamente solare all’osservatorio. Mi trasferii a Merate che è la succursale dell’Osservatorio di Brera a Milano. A Merate c’era il vantaggio di usufruire di un alloggio, quindi di risolvere il problema della casa. Inoltre, disponeva del secondo telescopio italiano con indirizzo di fisica stellare e con la strumentazione adatta al caso. In realtà però a Merate non si faceva nulla. Era un luogo molto depresso. Venni accolta molto male dai colleghi che erano più vecchi di me, ma indietro a me nella carriera. Io ero Libero Docente, loro non lo erano. Lavoravano pochis- simo e non avevano molte pubblicazioni. Da un punto di vista umano fu spiacevole, ma fu utile dal punto di vista della carriera. Il direttore non era una cattiva persona, ma era il classico barone. Io ero abituata ad Abetti e c’era una grossa differenza. Ebbi molte volte da dire, da discutere. Abetti spediva i lavori da pubblicare, lui li teneva nel cassetto oppure li faceva pubblicare in riviste che nessuno leggeva. Comunque, in quel periodo, mi sono recata spesso all’estero anche se le prime volte il direttore non ne voleva sapere che io andassi via. Avevo vinto una borsa di studio per l’Olanda e quando glielo dissi mi aspettavo che si congratulasse con me come avrebbe fatto Abetti, invece esclamò: «Ah, no, lei non può andarsene!». «Come, non posso andare»– replicai– «Ho vinto la borsa». Alla fine andai, ma ho dovuto combattere parecchio. Se fossi stata un tipo arrendevole, probabilmente non sarei andata e avrei perso un sacco di opportunità. Quindi, nel periodo dal 1954 al 1964, pur lavorando ufficialmente a Merate sono stata più fuori che lì.

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A Roiano ho ritrovato la Firenze di un tempo

Non ho avuto mai complessi per il fatto di essere donna, nemmeno da giovane anche per l’educazione avuta a casa mia. I miei si dividevano i compiti. Spesso le bambine acqui- siscono questi complessi perché glieli inculcano con l’educazione. Poi, all’Osservatorio di Arcetri, mi sono resa conto che alcuni colleghi miei più giovani non mi accettavano facilmente. Una volta uno si mise addirittura a sghignazzare al pensiero che io potessi aspirare a diventare direttore. Ma, a parte questi piccoli episodi direi di non aver avuto nessun problema. Negli USA le donne erano trattate molto peggio che in Europa. In Francia, in Olanda c’erano tante donne astronome. In America non erano neanche ammesse all’Osservatorio di Monte Wilson, né a quello di Monte Palomar. Io lì non andavo ad osservare; avevo del materiale preso a Berkeley. Quando lo seppi lo ritenni cosa inaudita. In Europa non sarebbe stato pensabile anche se, magari, c’erano poche donne, e maggiore difficoltà a far carriera che per gli uomini. Ora non è più così nemmeno lì. Quando si trattò di aspirare alla cattedra, sapevo di meritarla anche se capivo che avrei avuto delle difficoltà.

Ho vissuto a Trieste tanti anni e quando ci arrivai la conoscevo pochissimo. C’erano molti profughi. I profughi istriani erano naturalmente contro gli «sciavi». In pratica, i miei rapporti si limitavano alle persone dell’Osservatorio e della Facoltà. In generale persone serie e scrupolose. Quando vivevo nell’alloggio di servizio, in via Besenghi, in un quartiere piuttosto bello, non ho fatto amicizia con nessuno. Invece, quando siamo venuti a Roiano, un quartiere di Trieste che amo molto, ho ritrovato un po’ quello che era la Firenze di quando ero giovane, perché Roiano è come un paese: ci si conosce tutti, ci si saluta, si parla per la strada. La gente è senz’altro più cordiale di quanto non fosse in Via Besenghi. Per quanto riguarda la vita culturale della città, non posso dire molto perché Aldo ed io abbiamo sempre vissuto appartati, per conto nostro e ora che siamo vecchi ancora di più. Però posso dire che la città ha avuto una vera e propria rinascita con Illy come sindaco. Prima Trieste era in completo abbandono. Le strade erano tenute piuttosto male, i giardini erano ridotti a giungle. Non c’era nessuna cura per la città. Illy ha fatto molto e si vive bene dal punto di vista della tranquillità e della sicurezza. La gente triestina è abbastanza aperta e spiritosa. L’alta società, o la società borghese l’ho frequentata poco. Più che altro trovo cordiale la gente che vedo tutti i giorni per strada o nei supermarket o quella che incontro ai «Topolini» dove vo a fare il bagno. La mia impressione di Trieste è dunque piuttosto buona, ma non è che la conosca a fondo per cui non posso dire molto di più. Le tensioni che esistono ancora, a volte, tra sloveni e italiani francamente mi sembrano assurde. All’Osservatorio ci sono tanti tecnici e ricercatori di lingua slovena. Non ci sono mai state tensioni. Non le ho quindi mai osservate direttamente anche se ne ho sentito parlare. Mi pare però che adesso ce ne siano molto meno. Certo, negli anni Sessanta si sentivano di più, ma, malgrado ciò, il confine era aperto, era il più aperto d’Europa e bastava il lasciapassare. La differenza di carattere la sento più con gli Sloveni di Slovenia e con i Croati che, devo dire, non mi stanno molto simpatici. Forse ci sono ancora tanti risentimenti dal tempo della guerra. E anche da parte loro non c’è troppa simpatia verso noi Italiani. Mentre da parte dei Triestini, sia Italiani che Sloveni questo non si avverte. Anche i vari gruppi etnici che vivono in città mi sembra siano abbastanza ben integrati, oggi. Ormai, ho più di ottant’anni e fo parte a tutti gli effetti ufficialmente del Dipartimento, anche se sono in pensione, come «professore emerito». Ormai tutti i miei interessi di lavoro, e non solo, sono soprattutto qua. A Firenze ci torno volentieri qualche volta per lavoro. Ma Firenze oggi mi fa sentir decrepita perché non c’è pietra, sasso, angolo di strada che non mi ricordi qualcosa. Mentre a Trieste mi sento ancora giovane: è come se fossi nata nel 1964, quando sono arrivata.

 

Questa testimonianza in forma di narrazione è frutto di una intervista, cui sono state sottratte le domande. E’ pubblicata in Donne di frontiera. Vita società cultura lotta politica nel territorio del confine orientale italiano nei racconti delle protagoniste(1914-2006), a cura di G. Musetti, S. Rosei, M. Rossi, D. Nanut, Il Ramo d’Oro, Trieste (2007)

 

I Topolini sono dei terrazzamenti a forma di orecchie di topo, sul lungomare di accesso alla città, da cui i triestini amano fare i tuffi e i bagni

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La Società Italiana delle Letterate (SIL), fondata nel 1995, è costituita da circa duecento scrittrici, insegnanti, studiose di varie letterature, giornaliste, ricercatrici e operatrici culturali di diverse generazioni e provenienti da varie regioni. Siamo tutte naturalmente appassionate di libri e di storie e in quanto letterate ci consideriamo innanzi tutto lettrici.
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