Goliarda Sapienza, scrivere poesie in lingua madre

«… e senza parrari / ti sfilasti a vita / com’un cappottu / ca pisa quannu veni / a bedda staggiuni». Si apre così, con una poesia dedicata alla madre, con l’immagine tragica di una donna che si libera con sollievo della vita diventata un peso soffocante e insopportabile, la raccolta di versi che Goliarda Sapienza scrisse in catanese, il dialetto della sua città. Diciotto poesie ora pubblicate, con il titolo Siciliane, dalla raffinata casa editrice «Il Girasole edizioni» di Angelo Scandurra, poeta e sostenitore del Viaggio sentimentale di Goliarda Sapienza realizzato a metà settembre del 2012 da Pina Mondolfo per la Società delle Letterate.

Secondo quanto racconta Angelo Pellegrino, solo alla morte della madre, nel 1953, Goliarda cominciò a scrivere versi, quasi che solo nella poesia trovasse le parole per dire il suo immenso dolore, per raccontare l’amore, il rimpianto, la rabbia, la dolcezza, il calore, il buio e la luce che la madre rappresentava nella sua vita. La parola poetica come l’unica capace di dare corpo ai sentimenti più profondi, l’unica capace di sfidare l’indicibile. Nasce così la raccolta Ancestrale.

Ma le poesie in lingua siciliana sono più tarde. Goliarda comincia a scriverle nove anni dopo la morte di Maria Giudice, la madre venuta dal Nord, e dopo un’altra morte, la propria: il tentato suicidio del 1962. Allora fu riportata alla vita per un soffio, sottoposta alla tortura dell’elettrochoc e poi sottratta a questa ottusa violenza e affidata all’analisi. Ed è proprio nel processo analitico, in questo percorso che la riporta indietro nel tempo, alle origini, che Goliarda scopre il bisogno della lingua madre.

Ma la lingua madre di Goliarda è il siciliano, la lingua del padre, l’uomo che le ha «insegnato un amore senza dio», colui che ha guidato i suoi primi passi nel mondo iniziandola alla conoscenza di uomini e cose, educandola a non aver paura. Eppure, in un continuo gioco di contrari, la poesia che dedica al padre è in italiano. Si capisce allora che il siciliano è la sua lingua madre in quanto lingua della madre terra, della sua Sicilia, di quella Catania che, come dice Monica Farnetti, è «la sua piccola cosmologia portatile in cui convivono terra, mare, fuoco e la “grande bolla d’aria satura di gelsomino e di stelle”». È nei vicoli della sua città che Goliarda impara a conoscere donne e uomini appassionati, a diffidare degli «scarpini attillati dei mafiosi», a sentire una sofferta sorellanza per le ragazze dai «seni rosei posati sul vassoio». È qui che impara «a discernere l’afrore della fame rappreso nei capelli dell’amica di banco» e a riconoscere il «ridere che sboccia come fiore di sciara dal selciato» e quello che come «lama sussulatante tra i denti mi protesse dal terrore».

A Catania è il suo cuore e il suo mondo. Qui – con le parole di Angelo Scandurra – è l’incipit del suo percorso esistenziale, questa la sua carta d’identità che si rivela nei temi delle sue poesie. Il rimpianto, innanzittutto. Rimpianto per il suo Eden perduto, per gli elementi primigeni, per l’utero materno, per quell’amore che, bambina, aveva desiderato invano dalla madre attenta alla sua formazione intellettuale e morale, più che al suo bisogno infantile di calore, di corpo, di cura. Un tema strettamente connesso a quello dell’abbandono.

Nelle Siciliane è centrale il tema del creato, dell’universo di cui Goliarda si sente parte e in cui è immersa al punto da esprimere le sue emozioni e i suoi sentimenti come l’irrompere della natura, come lo scontro degli elementi. Così un amore tormentato la fa sentire onda sbattuta tra gli scogli e la bellezza di un volto le sembra quella del firmamento. Gli occhi che si aprono alle lampare che corrono a fondere il mare con le stelle. E ancora il tema del buio, che è l’inconscio, il non sapere, è paura, dolore, depressione, male. Buio è il dolore per un aborto, per il sangue che cola tra le gambe, il latte che si rapprende nel seno. Buio è il mare nero nella notte. E lei non sa nuotare. E buia è la sua notte, il suo dolore alle cui radici qualcuno con gli occhi di biscia vuole spiare. A lui, forse l’analista, sia «malu sangu».

Centrale nelle poesie in siciliano è il tema dell’amore, che non si può governare, ma solo vivere, accettare. E quello della fragilità umana, quell’umanità indefinita, povera, dignitosa, scomposta, violenta e amorevole conosciuta nei vicoli della Civita. Come quel povero che si dimentica di essere tale e si avventura per il mondo per poi vedere naufragare la propria speranza di riscatto e di successo. Era partito vestito di stracci e finisce con una giacca fatta di giornali a dormire in una bara di cartone. Poesie pittoriche, visive, teatrali, della teatralità sgargiante, sanguigna e dalla forte valenza etica dell’Opera dei Pupi. Versi in cui sembra di ascoltare le voci sapide, sfacciate e dolenti delle donne e degli uomini della Civita.

La raccolta Siciliane si chiude con la splendida poesia dedicata al padre, a Peppino Sapienza, l’avvocato dei poveri il cui riso «lucea attorcigliato sul clamore / alla spada d’Orlando sguainata / in difesa del giusto e del meschino». Peppino Sapienza, l’ultimo dei figli di una donna che, ragazza, aveva partecipato come vivandiera all’epopea garibaldina scoprendo il piacere e il potere della cultura e della libertà. Diventata moglie e madre, ad ogni parto, questa donna presentava il nuovo nato al marito e lo implorava di farlo studiare. Invano. Troppo poveri per poterselo permettere.

Ma alla nascita dell’ultimo figlio non si rivolge più al marito, smette di implorare, chiama i figli più grandi e impone loro di attuare il suo desiderio. Così Peppino diventa avvocato, socialista e rivoluzionario, l’avvocato dei poveri. Per lui l’italiano è una conquista, è la strada per la dignità e la libertà. Per questo Goliarda, senza contraddirsi, può dedicare proprio al padre siciliano gli unici versi in italiano tra le poesie scritte nella lingua madre.

Goliarda Sapienza, Siciliane, a cura di Angelo Pellegrino, Il Girasole Edizioni, Catania 2012, 36 pagine, 13 euro

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