Arcadia

Aveva appena iniziato il turno, all’alba. Aveva l’abitudine, appena preso posto, di scrutare palmo a palmo tutta la vallata dell’invaso attraverso il mirino del suo telescopio. Conosceva, fin nei recessi più nascosti, le ondeggianti piantagioni di graminacee che alla fine di luglio vestivano a festa quel tratto dell’Appennino, che, a tratti, scopriva strati di roccia bianca come abbaglianti rivelazioni di verità. A quell’ora del mattino il cielo, del tutto privo di nuvole, s’illuminava di un celeste carico che annunciava l’afa della mattinata piena. Tutta quella luce lo rassicurava.
Ogni cosa era sotto controllo, convinto, com’era, che nulla potesse sfuggire alla sua minuziosa perlustrazione. Ore e ore di solitaria attenzione lo avevano reso sicuro, quasi quel panorama fosse diventato ormai la sua vera natura. Nulla poteva muoversi senza che lui non sentisse la perturbazione dell’immobilità nelle sue stesse viscere. Una lepre, che veloce saltava lo steccato, un cane imprudente, che annusava troppo da vicino i fili elettrificati che sottili delineavano il confine, una pecora, che stupita restava impigliata a pochi metri dall’acqua, niente sfuggiva al suo mirino e subito si trasformava in una tensione nel suo dito indice, fino ad allora mollemente appoggiato sul grilletto.
Quella giornata si preannunciava uguale alle altre. Quante ne erano passate da quando aveva accettato quell’incarico? Aveva perso il conto, impossibile distinguerle.  Aveva iniziato quel lavoro senza rendersi conto di cosa volesse dire rinchiudersi in una delle quattro torri che controllavano l’invaso. Tutti i contatti con il territorio vietati, gli unici scambi umani permessi: quelli con gli altri tre controllori. Dopo i primi tempi passati a raccontarsi le vite, nulla più c’era da dirsi, se non le mutazioni dell’invaso e i colori delle stagioni che trasformavano quelli dell’acqua. Null’altro. Ma questa era la prima estate che passava lì. – La stagione più pericolosa – gli avevano detto – La stagione della mancanza d’acqua.

Lui non sa bene cosa aspettarsi e per questo non stacca l’occhio dal suo mirino. Sono mesi che non piove. Tutt’intorno i prati da verdi digradano verso il giallo di una sterpaglia secca che ormai avanza senza sosta. Il bestiame, ormai abbandonato a se stesso, si aggira famelico in cerca di foraggio. Gli allevatori, vinti, lo hanno liberato nella speranza che l’istinto animale riesca a fare meglio dell’insipienza dell’uomo. I pastori, seduti, guardano le pecore pascolare senza pascolo. Tutti, uomini e bestiame, hanno gli occhi puntati su quella immensa distesa d’acqua, la cui vista aumenta la sete e che alla lunga si trasforma in miraggio. Il sole che la riscalda implacabile fa sollevare vapori nei quali tutti, uomini e bestie, vedono solo le forme della loro sete. Forme cangianti li richiamano e, di tanto in tanto, un uomo, una donna, una lepre, una cinghiala seguita dai suoi cuccioli, si slanciano per morire elettrificati sui fili spinati che segnano il confine. O impallinati dall’implacabile mira dei controllori.

   Non possiamo più aspettare!Minco aveva aperto così l’assemblea.
Di notte, alla cava, erano arrivati tutti, allevatori e agricoltori della zona. Tutti intabarrati e vestiti di nero per attraversare la notte senza esser visti. Le assemblee erano vietate.
Le donne erano le più arrabbiate:

– Non abbiamo acqua per cucinare e pulire, non abbiamo acqua per accudire gli animali, non abbiamo acqua per lavarci!
– Con quei 40 litri che ci danno al giorno non ci facciamo un cazzo, sono mesi che non piove e le riserve sono finite.  

   Ma nessuno urlava. Per non farsi sentire, le bestemmie venivano sussurrate come sibili modulati dalla rabbia.
Maria, timidamente, aveva preso la parola, lei che a malapena ricordava quando l’invaso si era lentamente riempito. Un anno dopo l’altro, gli abitanti della valle avevano assistito, stupefatti, alla trasformazione della loro terra in lago. Lei ricordava solo un vecchia torre che, come in un universo fatato, usciva dall’acqua e la leggenda, che la nonna le aveva raccontato, di una principessa imprigionata per un amore sbagliato, che ogni notte faceva sentire il suo pianto. Ma ora il pianto che sente è solo quello di sua madre, di tutte le donne della valle che nella notte silenziosa celebrano il lutto della mancanza d’acqua.
Insieme all’Esperto, era venuto il Pugliese, così lo avevano battezzato, da quando aveva cominciato a visitare, notte tempo, tutte le case della valle, spiegando pazientemente a tutti come stavano le cose. Un accordo tra le due Regioni aveva concesso ad un Consorzio di grandi imprese la gestione dell’acqua in cambio di pochi spiccioli – per alcune strutture, cinema, multisala, supermercati …  che avrebbero dato lavoro ai giovani! –  così avevano detto. E, man mano che tutti i fiumi della zona venivano incanalati per sversare nell’invaso, fiumi di denaro entravano nelle tasche dei notabili finché non era rimasta nemmeno una goccia di acqua non regolamentata dagli “Accordi di Acqua Libera”. Così si chiamava il Consorzio, proprietario ormai di tutte “le risorse idriche”.
Il Pugliese, nel corso di quel lungo inverno, aveva visitato tutti, risposto pazientemente a tutte le domande, dormito su una stuoia gettata davanti al camino di tutte le case della zona, per poi, la mattina, uscire insieme agli altri confondendosi con loro.
Aveva nevicato molto quell’anno e tutti erano contenti pensando che, d’estate, non ci sarebbero stati problemi, ma lui aveva spiegato che non era così. La neve sarebbe penetrata nelle falde profonde, avrebbe ingrossato i fiumi e sarebbe finita nell’invaso: a loro non sarebbe toccata nemmeno una goccia, al di fuori dei litri che Acqua libera destinava ad ogni famiglia. – Meglio sarebbero state un poco di piogge continue, per lo meno le pozzanghere avrebbero permesso di dissetare le bestie! –
Bisognava organizzarsi per tempo, arrivare all’estate preparati. Bisognava, di notte, quando l’attenzione dei controllori scemava, uscire fuori a rubare la neve, nasconderla in vecchi otri e conservarla per l’estate. Maria, che a mala pena ricordava i tempi in cui, d’estate, al fiume si andava a fare il bagno, aveva cominciato ad accompagnarlo per rendergli più facile l’ingresso in quelle case di gente diffidente.

– Marciamo in città, occupiamo la sede della Provincia!
– E che ci fai, quelli se ne fottono! Ti lascerebbero lì, a marcire per   giorni, con i segretari a far finta di ascoltarti e loro al mare …
– … a godersi l’estate!
– No, no! Occupiamo la sede di “Acqua Libera”.
– E chi cazzo lo sa dove sta! Perché tu lo sai?!
– Facciamo saltare le Torri di controllo!
– No, troppo pericoloso, ci vedrebbero!
– Facciamo saltare le Torri,  poi entriamo e prendiamo il controllo. Abbiamo armi, fucili da caccia e coltelli..

   Il senso d’impotenza cresceva.

– Carichiamo gli animali con cariche di dinamite e li mandiamo a saltare in aria sotto le Torri e che si fottano tutti!

L’attenzione di tutti si concentrava sulle Torri, l’odio che emanava da quegli sguardi invisibili se lo sentivano sulla pelle.

– Tutto ciò non serve!
Le torri sono collegate ad un sistema di controllo, immediatamente arriverebbe l’esercito.

   Era la voce dell’Esperto, non se ne conosceva il nome, non si era presentato, aveva ascoltato silenzioso e immobile tutti gli interventi e alla fine aveva sibilato:

– Per ora bisogna solo aprire un varco, rubare l’acqua che ci serve per sopravvivere.  Per ora non abbiamo nessuna speranza di vincerla, almeno fino a quando non sappiamo cosa vogliono fare gli abitanti della valle dall’altra parte del confine.
Chi se la sente?

E il Pugliese si era offerto per la missione. Alcuni anni prima era stato all’azienda che produceva i contatori magnetici installati sulle condotte e gli apparati per bloccarne il funzionamento. Li aveva con se, se li era portati. Bastava collocarne uno sul misuratore di portata e sarebbe stato possibile deviare una certa quantità d’acqua e raccoglierla, con l’aiuto di tutti, senza che le Torri se ne accorgessero. Poi, l’inverno successivo, avrebbero avuto il tempo per pensare a qualcosa di più definitivo.

Sulla sua proposta era calato il silenzio, dal fondo della sala solo la voce dell’Esperto aveva sibilato:

– Quanti litri al secondo si possono sottrarre? E per quanti giorni?

Il Pugliese cortese gli aveva risposto:

– La prossima ispezione non dovrebbe avvenire prima della fine del mese. Forse potremmo riuscire a sottrarne la quantità sufficiente a salvarci per un’altra estate.

E L’Esperto aveva chiuso l’assemblea:

– Bisogna agire di giorno, di notte non abbiamo speranza. La temperatura dell’acqua nella conduttura esalterebbe la sagoma nel mirino ad infrarossi.

Ed era arrivato il momento. Ora il Pugliese poteva contare solo sulla stanchezza e sul tedio di fine turno, ma soprattutto contava sulla fortuna. Avevano passato la notte a studiare il piano. La posizione da lui scelta per il sabotaggio gli avrebbe dovuto consentire di tenere sotto controllo tre dei cinque partitori collocati su quella parte di condotta.

Il Controllore sente, nelle sue viscere, che qualcosa si sta muovendo. Comincia, con il suo mirino, a perlustrare la vallata palmo a palmo, ma non c’è nulla di strano, solo un gregge di pecore condotto da una giovane ragazza.

Travestito da pastore, il Pugliese segue il gregge di Maria che, come se avesse scorto un pascolo di erba verde,  spinge sapientemente le sue pecore verso il punto che hanno deciso di “attaccare”.

– Quel pastore che segue il gregge … c’è qualcosa di strano nei suoi movimenti,  qualcosa di diverso …

Durante la notte hanno studiato le mappe della vegetazione e hanno spostato un albero. Un salice. Lo hanno messo alla minima distanza dall’unico punto dove è possibile manomettere la condotta.

– Ma forse mi sto sbagliando è solo un pastore più sveglio … certo l’ora non è proprio quella giusta per andare a spasso con le pecore … con questo sole …

Arrivano, con le pecore, sul punto stabilito. Il Pugliese si guarda intorno, il sole picchia come mai, il silenzio è totale. Ma in direzione delle Torri, no, decide di non guardare.

– Se la fortuna mi assiste, ce la posso fare! Maria farà di tutto per distogliere l’attenzione del controllore.

– Ma che cazzo fa, quella matta con le pecore? Si sta avvicinando troppo all’invaso! Allarme a tutte le Torri, c’è una matta che si dirige spedita verso un varco di entrata dell’invaso!

Il Pugliese, nascosto dietro l’albero, resta in attesa di sentire le sirene di allarme suonare.

– Ma il pastore di prima dove cazzo sta?

Nascosto dietro il salice, sente le sirene, sa cosa deve fare: con l’albero legato al suo corpo, si avvicina alla condotta mentre le Jeep dei controllori corrono a circondare Maria. Sente i fucili spianarsi.

Ma il Controllore non si è mosso dalla sua postazione, il suo mirino inquadra Maria, che, con le mani alzate, piange chiedendo di portare le sue pecore a bere.

– Sempre la solita scena, ma non si stancano mai! Ma l’altro dov’è?

Il Pugliese comincia lentamente ad armeggiare, con il volantino della valvola, senza pensare a nulla. Le derivazioni, che partono dal gruppo di manovra, si dirigono verso sud-est, oltre il confine … Forse non riuscirà mai più a tornare a casa, ad oltrepassare di nuovo i confini, ma di questo, adesso, non gli importa nulla. Le sue mani sono strette sull’organo di regolazione della saracinesca, pochi secondi e la derivazione dovrebbe aprirsi.

– I pugliesi si accorgeranno di un flusso minore, ma staranno zitti …

– Che cazzo ci fa quell’albero lì! Come mai non l’abbiamo tagliato? In questa cazzo di valle gli alberi spuntano come funghi!

Il Controllore decide di andare a guardare da un’altra postazione. Ed eccolo lì, il cranio dell’uomo occupa il centro del mirino del suo telescopio …

– Ma che cazzo sta facendo? Quel pezzo di merda di un cafone, pensa di farmi fesso!

Al Pugliese manca solo una manciata di secondi per deviare l’acqua verso i pascoli della zona e allagare tutta la vallata!

– E fine della storia!

– Cazzo, sta aprendo la manopola della derivazione, ma io lo tengo ben chiaro al centro del mirino, devo solo decidermi, premere il grilletto e pam! Il suo cranio per l’aria, pezzetti di cervello di cafone sparsi dappertutto!

Una leggera contrazione del muscolo e l’indice preme il grilletto.

Il Pugliese sente l’aria vibrare prima di sentire il colpo:

– Sarebbe bastata solo un poco di fortuna ….

   Maria sente il colpo e capisce che non c’è più nulla da fare, urla alle sue pecore che bisogna andare via, ma dalla sua gola esce un suono vibrante, di quelli che si sentono a distanza. Glielo aveva insegnato la nonna in caso si fosse trovata in pericolo. Il suono perfora i timpani dei controllori che restano interdetti, senza capire. Lo fa di nuovo e di nuovo, con tutto il fiato che ha in corpo. Tutti gli altri che stavano appostati, aspettando il momento in cui l’acqua liberata li avrebbe raggiunti, escono allo scoperto. Quel suono antico gli ha tolto la paura, qualcosa nelle loro viscere si è ribellato. Prendono tutto quel che si trovano a portata di mano e, armati di mazze e fucili, si avvicinano ai Controllori.
Una folla minacciosa, alla quale ad ogni momento, accorsi dalle case, si aggiungono altri, accerchia i Controllori che, impietriti, non sanno che fare. Li legano e li gettano nel lago.
Qualcuno dice –  Manca uno! – Tutti guardano verso la Torre.
Il Controllore è lì, con il fucile spianato, nel suo mirino tutte quelle facce scavate dal sole, si riflettono, immobili. Occhi duri come pietre lo fissano. Abbassa il fucile in segno di resa. Gli uomini corrono a prendere gli animali, le donne, recipienti ed otri, Maria prende un fucile, corre sulla Torre e lo appoggia, come fosse una carezza, sulla testa del Controllore.
Rimangono così per ore, fin quando l’ultima pecora non ha bevuto tutta l’acqua che desiderava, fino a scoppiare.
Finché tutti gli otri non vengono riempiti.
Finché le danze e i canti si acquietano e la gran festa dell’acqua finisce.
E’ ormai il tramonto quando la sete di tutti si è finalmente placata.
Maria dà un ultimo sguardo per essere sicura che tutti siano rientrati e poi spara. Il Controllore, senza un parola, cade riverso a terra.
Maria, senza guardarlo, getta i due fucili, il suo e quello del controllore, nel lago, raccoglie il suo gregge e lentamente si avvia verso casa.
Solo un brivido lungo la schiena le fa presagire un rinnovato sguardo dalla Torre, ma non si volta.

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Nome dell’autrice: Alina Narciso
Indirizzo e-mail: alinanarciso@libero.it

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