Controcorrente

Da  Controcorrente, Giallo Mondadori 3097, ora in edicola. Per gentile concessione dell’editore.

Il telefono interno squillava da alcuni secondi e il commissario capo Erica  Franzoni non si decideva a rispondere. Una chiamata a fine turno è da evitare come la peste, si diceva fissando torva il cordless. Era stanca. Aveva fame. Avrebbe voluto già essere a casa. Invece allungò il braccio e afferrò il telefono, tenendolo un po’ scostato come se fosse una serpe pronta a morderla.

— Franzoni? — Questo era l’ispettore Fenoglio, di stanza a Genova da appena quattro mesi.

—  Dimmi

—  Probabilmente è successo qualcosa su al Fasce, anche se abbiamo troppi pochi elementi per dirlo. La segnalazione è  arrivata che saranno dieci minuti. Ti ho subito chiamata ma  tu non hai risposto.

— Una riunione con il questore — spiegò,  massaggiandosi una tempia. E avrebbe voluto aggiungere “Una delle tante” ma non lo fece.   — Mi trovi per puro caso perché il mio turno è finito già da mezz’ora.

— Mi spiace di darti il tormento. — Voce di chi ti sta prendendo per i fondelli.

E capirai!

—  Gli estremi, Fenoglio.

L’ispettore rientrò immediatamente nei ranghi.  — Una  certa Leonia Orlando, domiciliata a Calcinara, dice di aver  incontrato  un uomo  gravemente ferito mentre con la sua macchina stava tornando a casa.

— Il tizio è stato messo sotto da un pirata della strada?

— La donna lo escluderebbe.

Erica scrisse velocemente un appunto. — Hai mandato qualcuno a controllare?

—  Cerusillo e la Merenghini che  erano in zona con la 10.

— E che dicono?

— Che non hanno  rilevato niente di anormale, salvo  qualcosa che potrebbe essere sangue vicino a un lampione.

Qualcosa che potrebbe essere sangue?

—  Franzoni, non sono io a dirlo.

Erica sbuffò. — Passami la registrazione, Fenoglio, e vediamo di capirci qualcosa.

 

Leonia Orlando  aveva una voce sottile, da bambina. Diceva: “Mi è comparso all’improvviso davanti…Ho subito frenato e sono riuscita a non metterlo sotto per un pelo.”

Fenoglio: “E lei cosa ci faceva  sul Fasce di notte?”

Orlando: “Stavo tornando a casa, caro. Abito a Calcinara.”

Fenoglio: “Ha l’abitudine di rincasare sempre così tardi?”

Orlando: “Sono soltanto le undici di sera, caro.”

Fenoglio: “Mi chiarisca quello che ha visto.”

Orlando: “Di nuovo?”

Fenoglio: “Chiarisca senza fare storie.”

Orlando: “L’uomo era ferito… Si teneva una mano lì sotto e la mano era piena di sangue. Mi ha detto di cercare un dottore…Ho avuto paura e sono scappata, però vi ho subito chiamato. Io  non voglio tornare indietro, magari è tutta una finta, magari quello mi sta aspettando… Io adesso me ne torno  a casa, a Calcinara, via De Gasperi…Una villetta azzurra… Se avete ancora bisogno di me mi trovate lì, avete anche il mio numero di cellulare, no?   Ma indietro non ci torno. Non CI TORNO!!!”. La voce salì di un’ottava,  stridula e nasale.

“Una voce antipatica” pensò immediatamente Erica. La sua era una  questione di pancia…Ci azzeccava quasi sempre con le voci. Chiamò la Merenghini e si assicurò che lei e Cerusillo rimanessero in zona. Ida Merenghini fece un po’ di storie. Sempre in opposizione. Sempre a rivendicare pane e companatico e la pennichella pomeridiana.  A volte era davvero insopportabile.

— Sino a nuovo ordine   — tagliò corto Erica. Afferrò la borsa, spense le luci e lasciò l’ufficio.

Il vicequestore Antonio Maffina l’aspettava in macchina ascoltando Gino Paoli anni Ottanta. Per il vicequestore,  il cantante era come certi  vini che più invecchiano più  migliorano. Una volta l’aveva paragonato a un Chateau Margaux del ’94.

— Che sorpresa! Mica ti aspettavo! — disse Erica, sedendosi. — Ho avuto una di quelle giornate!

Lui le fece una carezza sulla guancia.  — Levante, o direttamente a casa?

Erica aveva bisogno di distrarsi. —  Levante.

Andarono  a  Recco in un pub che stava aperto sino a tardi. Ordinarono due focacce al formaggio e due calici di Pigato. Erica adesso si sentiva meglio. Era sempre stanca, ma era una stanchezza buona che non l’inquietava.

Tornando a casa  allungarono la strada  e passarono dal Fasce. La numero 10 era posteggiata in uno slargo da dove si poteva  ammirare la città e il mare. A levante il profilo  scuro del monte di Portofino, simile ad un enorme animale preistorico,   chiudeva l’orizzonte.

Cerusillo e la Ida Merenghini erano appoggiati al cofano della macchina e se la raccontavano.

— Novità?

La Merenghini scosse la testa. — Per me  quella Orlando si è inventata tutto e noi stiamo perdendo un sacco di tempo. — Era  una bella ragazza, troppo in carne per i  criteri estetici di Erica, con i capelli corti,  scuri alla radice e biondissimi sulle punte. Un brillantino alla narice destra. Una farfalla tatuata sulla nuca. Un altro tatuaggio sull’anulare a mo’ d’anello.   “Belli!” aveva detto Erica quando li aveva visti per la prima volta.  “Se vuoi ti porto dal tizio che me li ha fatti. E’ un cinese. Sta a Campetto.”  Erica  non si era mai decisa.

Si chiese se fosse il caso di fare una visita alla Orlando, poi decise di rimandare al mattino dopo. Si concentrò sulla scia rossa che s’interrompeva bruscamente in prossimità del guard-rail.

—  Non potrebbe trattarsi del sangue di  qualche animale? — domandò Cerusillo speranzoso.

— Potrebbe, però… —   Erica aveva freddo e adesso  era davvero stanca. Il suo sguardo scivolò veloce sulla città, ottocento metri più sotto. In quel pulsare di luci indistinte si nascondeva la sua nuova casa, quella dove da più di un anno viveva con Maffina. Era una villetta rosa a un piano. A lei piaceva moltissimo. Avrebbe voluto essere già davanti al cancello e invece rimase  a lungo con la  Ida e Cerusillo a far roteare la torcia lungo la nera cavità del burrone. Il suo era un  atteggiamento moralistico, ma non poteva fare diversamente.

— Andiamo a casa — disse Maffina, prendendo in mano la situazione. Le fece una piccola carezza sulla spalla. Un gesto affettuoso che rimarcava la loro intimità di fronte a due estranei.

La cosa le diede un po’ fastidio.

 

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