Tendenze/Poete italiane L'epica delle fragili guerriere

Nella produzione italiana contemporanea si fanno strada alcune forme di poesia scritta da donne che escono dal tradizionale campo lirico nel quale prevalentemente si sono espresse le (poche) poete dei tempi passati e le (molte) dei tempi più recenti, tanto da lasciar configurare quasi un rapporto simbiotico tra il genere lirico e la scrittura poetica femminile. Oggi diverse poete si aprono a prospettive di scrittura che sembravano tradizionalmente più legate ad aree di pertinenza maschile, ad esempio il genere epico; questa osservazione senza nulla togliere ad autrici del passato come Lucrezia Marinelli, Moderata Fonte, Margherita Sarrocchi e altre.

 Questa breve indagine intende osservare alcuni percorsi di scrittura poetica contemporanea italiana delle donne, senza la presunzione di offrire un quadro esaustivo, ma cercando di segnalare punti di visuale e approcci di discorso che spazino in territori altri. Una prima osservazione da fare è la seguente: parlare di poesia femminile non significa che chi scrive ipotizza una specifica forma di scrittura  poetica cosiddetta “al femminile” – come si sostiene in alcuni luoghi -, semplicemente intende osservare alcune scritture di donne nel campo della poesia e farne oggetto di riflessione.

Chi scrive si assume la responsabilità di una lettura parziale, consapevole che la parzialità non è affatto una autoriduzione del discorso critico, ma piuttosto una scelta di osservazione delimitata e specifica di un campo più vasto.

 Parlare di scrittura poetica delle donne, specie nella letteratura italiana – ma anche in altre letterature, con diversi rilievi -, vuol dire porsi davanti a un problema iniziale: quando una donna scrivente dice – io –, trova generalmente un luogo già occupato da secoli e secoli di tradizione che ha prodotto immagini radicate e persistenti, attive anche nella propria coscienza culturale, ricche di stereotipi di genere, quali: bellezza, ingenuità, sublimità, salvezza-salute, mistero, fonte di ispirazione, sorgente di sentimenti-amore, luogo di comprensione, dedizione assoluta, alterità, dannazione, perdizione, e quanto di altro può rendere saturo il luogo; immagini con le quali, consciamente o meno, si confronta.

E’ vero che nel tempo passato si sono levate alcune voci autorevoli di donne che hanno spaziato nei campi più diversi, ma troppo poche e, benché assai famose ai loro tempi,  in seguito generalmente misconosciute, per formare una tradizione poetica  italiana forte e consolidata universalmente, con cui confrontarsi e da cui trarre alimento, fino a tempi piuttosto recenti. Una scoperta più diffusa e la riproposizione della scrittura di tante donne del passato sono un merito del lavoro di tante studiose, attive e solerti nello scandagliare archivi, biblioteche, fondi, dove ancora giacciono testimonianze ragguardevoli, così come i ripensamenti e le ricollocazioni pubbliche delle mappe scritturali sono merito della critica letteraria femminista.

 Questa differente situazione con la più universalmente diffusa e consacrata scrittura degli uomini è stata già più volte indagata da tante autrici e autori, e ha a che fare con i diversi processi di scolarizzazione e con le innegabili scelte di indagine critica delle istituzioni accademiche. La stessa consapevolezza delle varie questioni in campo, proprio nella poesia, già ampiamente considerata in altre letterature, trova spesso ascolti distratti in quella italiana.

Autrici come Adrienne Rich (che andrebbe, a mio avviso, ristudiata per la ricchezza e contemporaneità delle sue osservazioni), o Hélène Cixous, hanno, da tempo, posto rilevanti problemi sulla scrittura poetica delle donne. Anche autrici più giovani si pongono criticamente il problema, ad esempio Eavan Boland (una tra le voci più importanti della letteratura irlandese contemporanea), che in un saggio del 1995 dice:

 «Credo che la donna poeta oggi erediti un dilemma. E che questo sia inevitabile, qualunque causa ella sposi e qualunque ideologia abbracci o rifiuti. E che quando si mette a scrivere, quando smette di scrivere, quando cerca di essere ciò che si sforza di esprimere, in tutti quei momenti il dilemma sia presente e ineludibile. Il dilemma di cui parlo è implicito nella convergenza oscura ma reale tra esperienza nuova ed estetica consolidata. In pratica ciò significa che  la donna poeta oggi è presa da un campo di forze contrarie. Voci autorevoli, suadenti, le parlano all’orecchio mentre scrive. Nozioni di femminilità e di poesia distorte e semplificatrici si frappongono come ombre tra lei e il coraggio della sue esperienza. Se dà retta a queste voci, se cede a queste idee, la sua opera ne soffrirà. Se, d’altra parte, evita il problema, si mette al riparo e fa finta che non ci sia pressione alcuna, allora con tutta probabilità perderà la determinazione necessaria a colmare la distanza critica che esiste tra scrivere poesie e essere poeta ».

 Boland mette in guardia rispetto a due suggestioni che irrompono subdolamente nello spazio creativo delle poete: da una parte l’ascolto di una (sempre rinascente) aura di tipo “letterario-romantico” che tende a suggerire forme poetiche adeguate a nobilitare quella che è l’esperienza bassa quotidiana delle donne (percepita come tale). Dall’altra il tono rivendicazionista di certa scrittura femminile che punta sulla rabbia in esplosione, sulla denuncia, come arma poetica preferita. Entrambi questi percorsi, a detta dell’autrice, derivanti da antica soggezione culturale (non sempre consapevole), o da scelte programmatiche certamente utili in altri campi, verrebbero attuati con l’effetto (non considerato) di deprimere una autentica partecipazione delle poete all’agone letterario contemporaneo.

Ci sono questioni di fondo che investono la scrittura poetica delle donne, e non c’è ancora una ragionevole presa d’atto e considerazione critica generale delle stesse. Si potrebbero aggiungere a questi esempi anche altri, di chi ignora volutamente i problemi in campo e per fuggire, giustamente, da un recinto che costringe e sminuisce la propria scrittura poetica, assume panni indistinti, neutri, cercando nella omologazione indifferenziata a un io poetico astrattamente neutro una personale via d’uscita.

 Scrivere da poeta donna è altra cosa dallo scrivere “al femminile”, concetto equivoco e sminuente, che esprime una sorta di “genere di scrittura” con caratterizzazioni determinate e prefissate in maniera univoca secondo il genere biologico dello/della scrivente, quasi a dare luogo a “stili letterari” che diventano stereotipi, canoni stabiliti a priori, nei quali costringere la ricca e divergente creatività delle donne. Così come è accaduto, nella tradizione letteraria, nei confronti delle donne oggetto e tema di tanta poesia scritta da uomini.

 Si scrive partendo sempre dalla propria esperienza che è corpo/mente individuale, ma interrogarsi sulla scrittura poetica delle donne del passato e del presente, come interrogarsi sulle pratiche artistiche, significa anche mettere in risalto le differenze che intercorrono tra le donne, come tra ogni essere umano. Significa non nascondersi come corpo/mente individuale, a partire dalla propria esperienza soggettiva di confronto/conflitto con la tradizione e quanto ha comportato, con il linguaggio e quanto si è sedimentato in esso, con il simbolico ancora vivo e operante nella nostra società e cultura. Non per scrivere una poesia “femminile”, ma per parlare universalmente da una propria posizione dichiarata.

E’ anche un atto di umiltà e di confronto aperto con il limite che circoscrive e offre radici a ogni esperienza umana individuale. Proprio da qui è possibile uscire da scritture segnate da narcisismo e individualismo, per allargare il confronto/ascolto/relazione, anche conflittuale, con esperienze altre e diverse, nel senso di una relazione di scrittura e di parola che non disconosce l’altra/o, dà spazio alle differenze, e tuttavia sa riconoscere la grandezza di alcune/i.

 Oggi, nel panorama italiano, ci sono promettenti segnali di cambiamento nella poesia scritta da donne, soprattutto c’è un diffuso desiderio di partecipazione, con la nascita di disseminati luoghi di confronto (in rete, nelle scritture,  nelle produzioni, negli incontri dal vivo), che mostra che qualcosa è in movimento, anche se poi nella ricezione più ampia e nella critica convivono diversi livelli di conoscenze e consapevolezze.

 Un primo luogo da osservare in questa breve indagine è l’epica contemporanea scritta da donne. Da sempre legata a temi guerreschi e di ardimento virile, ora è attraversata dallo sguardo di alcune autrici che ne hanno fatto un “Manifesto di poetica”, rivendicando la necessità di prendere posizione, per le donne artiste, al fine di una “mobilitazione culturale volta alla presa di coscienza dell’enorme patrimonio poetico femminile dell’Italia contemporanea e alla sua valorizzazione”. Firmato nel 2011 da Daniela Rossi e Rosaria Lo Russo, dal titolo Fragili Guerriere – Poepiche, si inscrive in una proposta femminista pensata come work in progress, volta alla valorizzazione di voci potenti di autrici del recente passato come Amelia Rosselli e Patrizia Vicinelli, e aperta a interrogare alcune poete italiane di oggi.

 A queste ultime viene rivolta una domanda: «Vi sentite rappresentate da questo manifesto? Come affrontate poeticamente il vostro operato artistico, che peso date ad esso nella vostra vita sociale e civile?»

Il manifesto, che vuole anche essere punto di scambio con le scritture poetiche delle donne, al fine di ripensare il rapporto che intercorre tra l’io delle poete e la scrittura,  con l’esautorazione di quel dominante io autobiografico dilagato allo sfinimento, si propone come luogo di confronto, divulgazione di voci autorevoli, circolazione di esperienze di innovazione, attivazione di percorsi che intrecciano settori artistici diversi. Soprattutto ha l’obiettivo di far uscire allo scoperto e immettere nel mondo, la produzione poetica delle donne a partire dalla consapevolezza di una maturazione e signoria degli strumenti, dei linguaggi, di un continuo lavoro di ricerca.  Ovvero di esporre alla visione di tutti, percorsi, progetti, scritture, che siano parte del tessuto culturale contemporaneo, con intenti trasformativi della società, quindi politici nel senso più aperto e radicale del termine.

«Noi vogliamo che le autrici di poesia lavorino nella consapevolezza della loro conquistata autorializzazione, e che, consapevoli di un proprio Sé autoriale autonomato dalla tradizione anche perché in relazione ad essa, abbiano la forza e il coraggio di perseguire progetti poetici di ampio respiro e innovativi».

 Interessanti, in queste proposte, alcuni punti fermi:

– La scelta di un territorio di lavoro “epico”, come frontiera accessibile, già sperimentata, di grande apertura e disponibilità tematica e poematica.

– Il riferimento a scritture di donne del recente passato riconosciute come “madri fondatrici”, Patrizia Vicinelli e Amelia Rosselli, e il recupero della loro opera, riproposta nelle letture pubbliche, suggerita come modello, in dialogo con la propria soggettiva scrittura ed esperienza.

– Il senso etico oltre che estetico dato alle proposte: «una ragione profondamente e non occasionalmente civile del proprio operare poetico, volto alla trasformazione della società – dell’immagine della donna nella società attuale, disastrosamente regredita rispetto alle conquiste del femmnismo storico».

– La decisione di aprire confronti pubblici, in diverse sedi e luoghi (incontri tematici, interventi didattici, reading, spettacoli, festival), con diversi strumenti (scritti, video, voce, musica), in tempi diversi (work in progress), una sorta di laboratorio permanente, dislocato e  duttile nella sua orchestrazione.

– Il coinvolgimento di altre autrici (molte), giovani e meno giovani, cui si chiede di interagire, di prendere posizione, ognuna con la propria forma artistica e di linguaggio poetico, nel tentativo di allargare sempre di più i campi di azione e diffusione, in una dinamica di relazioni da costruire, di scenari da mettere in campo. Vuol dire uscire dai circoli chiusi e spesso autoreferenziali per mettersi in ascolto di altre voci, non per accogliere tutto in un indifferenziato amalgama, ma per aprire spazi di confronto anche dialettico.

– Una scelta di fondo performativa, che dà spazio e importanza all’oralità, vista come punto focale di una nuova collettività da prefigurare e mettere in moto, una partecipazione collettiva all’operato individuale delle autrici. Non la scelta di una spettacolarizzazione della poesia, ma il recupero dei ruoli pubblici della parola e del silenzio, e l’interazione con il pubblico degli ascoltatori come luogo in cui accade un evento.

Mi pare anche interessante segnalare che il tema delle “guerriere”, fragili o sensibili, come nel libro curato da Federica Giardini, attraversa il pensiero delle donne da qualche tempo, venendo a incarnare un’immagine di forza e di disciplina, come negli «esercizi spirituali per giovani guerriere», che Angela Putino diffondeva nei suoi seminari di filosofia degli anni Novanta, e bene supporta il desiderio di ancorare a un’azione rigorosa, svolta in gruppo, con metodo e intelligenza, la propria crescita interiore e il proprio ruolo nel mondo, una teoria della libertà femminile fondata sulle relazioni.

 «I versi non debbono ripetere la vita, ma riscoprire qualcosa di nuovo», diceva Amelia Rosselli, indicando sé stessa come poeta di ricerca. C’è una bella intervista di un’altra poeta importante della letteratura italiana, Mariella Bettarini, ad Amelia Rosselli, del 1979, che doveva essere presente in un libro di colloqui con vari poeti, scarsamente vista perché Rosselli decise in fine di non apparire nel libro. Amelia Rosselli è ora una poeta universalmente accolta nella tradizione italiana, la sua opera studiata, la sua voce riconosciuta. Ciò che mi pare significativo, in questa intervista, oltre alle risposte sempre spiazzanti di Rosselli, è l’atteggiamento di commossa attenzione critica di Bettarini nei confronti della grandezza di Rosselli, non perché la commozione sia un atteggiamento – secondo lo stereotipo – tipicamente femmnile, ma perchè testimonia una presa in carico profonda e netta di una indagine critica che è anche empatica, memore di quel «deserto che abbiamo dovuto soffrire e attraversare», come Bettarini dice altrove.

 Un grande merito del Manifesto “Fragili Guerriere”, oltre a quelli già citati, è di aver riportato una forte attenzione alla figua e all’opera di Patrizia Vicinelli, poeta importante, innovativa, irregolare, scomoda, irrequieta e presto emarginata dalla memoria collettiva. Presenza scenica di grande impatto drammatico e ipnotico, Patrizia Vicinelli catturava il pubblico con il suo recitato che partiva dal corpo assunto in funzione di espressione totale, mostrando lo svolgersi tumultuoso e tormentato della sua scrittura poetica straripante nei temi e nel linguaggio. Una vita che ha legato indissolubilmente arte e biografia, in una ricerca estrema e necessaria fino alla frantumazione di sé.

La citazione di Eavan Boland è tratta Object Lessons: The Life of the Woman and the Poet in Our Time, Norton, New York 1995; Carcanet Press, Manchester 1995, ora come Introduzione a Tempo e violenza. Poesie scelte, traduzione di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti, Le Lettere, Firenze 2010, pp.230, euro19,50.

 Il testo del Manifesto di Rosaria Lo Russo e Daniela Rossi

Ancora il testo del Manifesto. Interessante il dibattito che segue.

Pagina di Facebook dedicata a Fragili Guerriere, dove si può seguire lo svolgimento del progetto.

 Il blog di Rosaria Lo Russo

Federica  Giardini (a cura di), Sensibili guerriere. Sulla forza femminileIacobelli, Roma 2011, pp. 156, euro 14,90.

 video di una lettura di Amelia Rosselli e intervista alla poeta di Renato Minore.

 breve video su Amelia Rosselli regia di Stella Savino

 Intervista di Mariella Bettarini ad Amelia Rosselli (1979), presentata al Convegno di Studi “Un’apolide alla ricerca del linguaggio universale” (a cura di Stefano Giovannuzzi), organizzato a Firenze presso il Gabinetto Viesseux il 29 maggio 1998,  (atti raccolti nel n. 17 (1999) dei Quaderni del Circolo Rosselli).

Interessante presentazione a più voci di Patrizia Vicinelli, tratta dall’eccellente sito “Poesia 2.0” curato da Luigi Bosco

 Tratto da Il cavaliere di Graal di Patrizia Vicinelli. Fa parte de I fondamenti dell’essere, ora in Non sempre ricordano, Le Lettere, Firenze 2009. Il volume contiene un CD video con un’Antologia multimediale a cura di Daniela Rossi, regia di Riccardo Degli Alberi.

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