"Ripartire dal Sud". Seminario

La Società Italiana delle Letterate in collaborazione con la rivista online ADA teoria Femminista organizza il 3 ottobre a Napoli presso la Società di Studi Politici, via Monte di Dio, 54 (ore 10,30/14 – 15/17) il seminario Ripartire dal sud. Un invito ad approfondire alcuni dei temi scaturiti dal convegno I sud, le mafie: le donne si raccontano” promosso dalla Casa internazionale delle donne con l’associazione daSud, Libera e la Società Italiana delle Letterate dal 5 al 7 aprile 2013.

Partecipano:
Esther Basile, filosofa, Napoli
Luisa Cavaliere, scrittrice, Napoli
Maria Rosa Cutrufelli, scrittrice, Roma
Floriana Coppola, scrittrice, Napoli
Tristana Dini, Filosofa, Napoli
Sabrina Garofalo, sociologa, Università Calabria
Serena Guarracino, Università l’Aquila, SIL, Napoli
Giuliana Misserville, SIL, Roma
Gisella Modica, SIL, redazione Mezzocielo, Palermo
Nadia Nappo, Ada teoria femminista, Napoli
Stefania Tarantino, Filosofa, Napoli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gisella Modica
Ripartire dal Sud

Un passo indietro
L’intento del convegno1 era politico: quali pratiche del femminismo “ricontestualizzare” di fronte alle trasformazioni delle Mafie diventate Sistema2, definito da Franca Imbergamo, magistrato, “camaleontico, che conosciamo poco e dunque stentiamo a ri-conoscere”.

In particolare la sessione di apertura “Raccontare il sud: origine e originalità” intendeva porre l’attenzione sulla relazione tra capacità di raccontare e dunque di immaginare, da donna, il sud e l’individuazione di pratiche politiche capaci di fare presa sul territorio. Attenzione imposta dalla presa d’atto di un deficit di narrazione3, le cui origini andrebbero ricercate nel fatto che il binomio donna-sud ha spesso rappresentato un “identità pericolosa” da cui si preferisce prendere le distanze – “sono del sud, ma ….”  – nel timore di rimanere intrappolate nello stereotipo donna-sud-mafia=svantaggio. Da qui l’invito delle organizzatrici a “riposizionare lo sguardo sul sud trasformando una mancanza, un disagio, sconfinante nello stereotipo, in possibilità di trasformazione collettiva” e in nuova forma di coscienza.

Invito raccolto dalle partecipanti al convegno, che in particolare nelle sessioni “Raccontare il sud a partire da sé…” e in “Isola mobile/isolitudine”, hanno auspicato “un pensiero di nascita capace di esperire pratiche diverse di esistenza”(Laura Fortini, critica letteraria); “un pensiero convalescente, per frammenti, in un tessuto stramato su cui trascrivere l’esperienza corporea delle donne” (Emma Baeri, storica).

Un pensiero insomma che comprenda un cambio di prospettiva rispetto a quello tradizionale, che ha visto le donne contrapporsi alle mafie in posizione di resistenza. Postura in difesa di chi agisce nello stesso solco e con le stesse modalità dell’ordine simbolico maschile. “Resistere è costruirsi una corazza che è all’opposto del farsi contagiare dal dolore dell’altro, scalfire quello che abbiamo dentro. Poesia e bellezza hanno bisogno di fluire”, ha detto Paola Bottero, editrice, nella sessione “Prove tecniche di resistenza”. E si avvicina invece a pratiche più simili alla resilienza “processo che permette di risalire da una ferita traendo da essa energie per una risposta creativa e originale, in opposizione alle sollecitazioni che spingono verso l’emigrazione e l’esilio” (Floriana Coppola, scrittrice).

Un esempio di resilienza è venuto dagli interventi sulle collaboratrici di giustizia4 calabresi, nella sessione “Donne di mafia tra emancipazione e desiderio”, definite da Alessandra Dino, sociologa, “figure di confine, sospese tra due mondi, donne dal doppio linguaggio e dalla doppia vista che abitano una posizione terza”. Le quali più che contrapporsi al Sistema in nome di una presunta legalità, si sono sottratte al loro ruolo di “trasmettitrici mute del pensiero del padre” secondo la definizione di Renate Siebert.

L’altro esempio è venuto dalle sindache della Locride5 che hanno raccontato storie di dolore, di perdita, paura, abbandono. Ma anche di amore per la propria terra. Storie di donne appassionate che lasciano intravedere, al di là dell’impegno quotidiano per la tenuta democratica delle istituzioni, un modo di essere, di patire il mondo ed esperirlo, di tipo empatico, che non separa l’intimo dal sociale.

Esperire nuove pratiche di esistenza, oggi che tre quarti del pianeta sono al margine “è situarsi sul taglio, accedere ad un terzo luogo quello della differenza, della relazione” ha detto Tristana Dini, filosofa. “In una posizione dentro/fuori al Sistema, punto d’ascolto mediano tra sé e l’altro dove l’altro è il territorio” (Nadia Nappo, rivista online ADA). Terzo luogo da inventare, da immaginare.

Il convegno era infatti anche un’occasione per parlare di Sud come “paesaggio della mente, il sud che c’è dentro il nord e il nord che c’è dentro il sud”. Luogo dell’immaginario che ogni donna – del nord e del sud – si porta dentro. Un polo sud del pensiero6.

Del legame negato con il luogo d’origine, e del sud immaginario come ribaltamento del punto di vista, hanno raccontato singolarmente molte scrittrici del sud attraverso l’invenzione di Personagge7 eccentriche e ribelli, caratterizzate da una volontà di esistere che diventa forza inaddommesticata.

Quello che finora ci pare sia mancato è una narrazione collettiva, che trasformi il punto d’origine8 – nel suo doppio significato geografico e simbolico – in luogo da cui “gettare uno sguardo sul mondo più acuto, singolare”. Come è avvenuto per le scrittrici postcoloniali, che, nell’evidenziare i limiti di un femminismo eurocentrico hanno riportato al centro ciò che stava ai margini posizionandosi in un territorio di confine. Mettendo al mondo un pensiero/identità fluido, mobile: nuova forma di coscienza mestiza, figura/visione elaborata da Gloria Anzaldúa.

Dei molteplici spunti che dal convegno sono emersi, ne sono stati scelti alcuni, di seguito brevemente sintetizzati in alcune parole chiave, che nel seminario di Napoli vorremmo approfondire:

Che effetti ha questa “ingombrante assenza di narrazione” in termini politici.

Come restituire autorevolezza ad un agire femminile che non separa l’intimo dal sociale e difficilmente declinabile per intero nelle forme della delega e della rappresentanza istituzionale. Che tipo di forza9 mettere in campo.

E ancora: come raccontare questo terzo luogo/punto d’origine, per ricontestualizzare pratiche10 agite dal femminismo delle origini.

In che modo l’immaginazione11, la lingua materna12, la letteratura13 come “sguardo profetico” (Fortini), come “non luogo fatto di impalcature immaginarie che partono dal reale per tradirlo, tradurlo, trasfigurarlo (Coppola)” può essere portatrice di invenzioni “per costruire, mentre lo si immagina, un mondo diverso?”

Note

1
Si riporta di seguito il testo di lancio del convegno che ha visto la partecipazione di giornaliste, storiche, sociologhe, scrittrici, sindache, magistrate, critiche letterarie, filosofe, animatrici sociali, il cui programma è sul sito www.societadelleletterate.it : “Del tema – i sud, le mafie – vogliamo cogliere le trasformazioni messe in atto da donne nel contesto in cui vivono, le modalità e le forme con cui esse vengono concretizzate. Siano esse donne che lavorano contro le mafie, creatrici di nuove pratiche di resistenza, al nord come al sud, le quali, a partire dalla trasformazione di sé stanno trasformando la realtà. Siano esse donne di mafia, testimoni e collaboratrici di giustizia, che si sono ribellate al Sistema. Consapevoli che siamo i luoghi in cui viviamo – fatti di “beni e di mali”, di memoria storica e di costruzione dell’immaginario, oltre che di appartenenza socio-culturale, e che da questa appartenenza non possiamo prescindere – vogliamo parlare di Sud senza ricreare lo stereotipo sud=criminalità; parlare della materialità della vita, diversa tra nord e sud, senza creare divisioni, cadere nel rivendicazionismo, nel vittimismo, o nella dicotomia “donne della realtà e donne dell’immaginario”. Vogliamo parlare di Sud come paesaggio interiore, luogo dell’immaginario; mettere in parole il legame con la terra d’origine spesso negata, rimossa, insieme al proprio essere donna del sud. Una ri-narrazione che permetta di riposizionare lo sguardo, trasformando una mancanza, un disagio, sconfinante nello stereotipo, in possibilità di trasformazione collettiva. Vogliamo parlare di insularità come sguardo mobile, eccentrico, mutante, per capire se alcune peculiarità di chi vive “al margine”, punto d’intersezione di derive opposte che si mescolano – colte come punto di forza da molte scrittrici nella persistenza di un legame tra immaginario letterario e realtà – possano essere rimesse in circolo con le donne del nord. Per ricontestualizzare o dare vita a pratiche politiche del femminismo delle origini, centrate sulla materialità dei corpi. Per creare nuove mediazioni e uno spazio pubblico più adatti alle attuali condizioni del nostro vivere. Per sottrarsi ad un sistema/potere globale come quello delle Mafie diventate Sistema, onnipervasivo e al contempo invisibile, centrato sulla distruzione e smaterializzazione dei corpi. Per aprire nuovi spazi del racconto che ricreino le condizioni di indipendenza simbolica dal potere dominante. Di tutto questo vogliamo parlare con donne del nord e donne del sud di diverse competenze e discipline per creare cortocircuiti, nel reciproco riconoscimento e desiderio di cambiamento, da cui scaturisca un pensiero impensato. Oltre gli stereotipi, il già detto, oltre la retorica maschile dell’antimafia, che apra ad altre possibilità”. Torna al testo

2
“La mafia, dici? Mafia,  lotta alla mafia. E’ tutto così novecentesco. La nostra battaglia contro la mafia è fuori dal tempo, inadeguata: … abbiamo solo evitato il peggio, ma peggio di così?” La frase è di Giuliana Saladino, geniale giornalista, e  fondatrice della rivista Mezzocielo, intervistata nel 1991 da Beatrice Monroy. Le letture delle Mafie da parte femminile, in passato, non si sono discostate molto  da quelle maschili prodotte dall’antimafia, che hanno privilegiato un’impostazione giuridica e/o economicistica. Inadeguate e fuori dal tempo, appunto.

Nel 2007, il n. 2 della rivista online ADA teoria femminista fondato da Angela Putino e Lucia Mastrodomenico, intitolata “o’ Sistema”, offre una lettura differente della Camorra e delle Mafie, definite un sistema/potere onnipervasivo e al contempo invisibile che mette al lavoro la totalità delle nostre esistenze, la vita, i sentimenti, le emozioni: “il potere non è quello  visibile, al quale puoi opporti e fare resistenza, ma quello che non si vede e che ha già agito sulle coscienze e sui comportamenti, le cui ricadute sono tali da non essere più leggibili in termini economici, ovvero come risposta e conseguenza alla mancanza di lavoro e al degrado dei quartieri”. Una forma potere che si insinua dappertutto, anche all’interno di “un piccolo gesto quotidiano, come comprare senza saperlo un biglietto della lotteria taroccato” (Evelina Santangelo).

Nel 2012 il numero 2 della rivista Mezzocielo “Perché donne contro la Mafia” si sofferma sul continuum o specularità tra universo mafioso e universo “legale” per quanto riguarda in particolare il ruolo delle donne: il tipo di emancipazione, la capacità di fare carriera, l’uso del corpo, la violenza; temi messi in evidenza da Franca Imbergamo e da Alessandra Dino e già trattati nella rivista Meridiana “Donne di Mafia” del 2005. Da qui è nata l’idea del convegno “I sud, le mafie:le donne si raccontano”. Torna al testo

3
“Il sud, il nord, la mafia, un discorso a trappola. Se parli di sud rischi di fare la vittima, se non ne parli sembri il gobbo che non vede la sua gobba”. La frase è sempre di Giuliana Saladino nell’intervista citata.

La bibliografia sul tema Donne/Sud/Mafia è molto numerosa, e numerosi anche i convegni, quasi tutti concentrati negli anni novanta: “Donne del sud” del ’92, Università di  Messina; “Donne del Sud più a sud” sempre nel ’92, Università della Calabria; “Donne del Nord Donne del Sud tra diversità, solidarietà e conflitto, per una politica della relazione” nel ’93, della Libera Università delle Donne di Milano.

Negli stessi anni uscivano i saggi di Renate Siebert a partire da E’ femmina però è bella.

Ancora nel 1990 la rivista Nosside diretta da Renate Siebert, esce col titolo l sud nelle donne che, ponendo l’attenzione sulle difficoltà a raccontare da donna il sud, propone una ricerca sul sud come “metafora del desiderio e insieme spinta verso l’agire sociale e il cambiamento attraverso i sentieri dell’emozione e dell’esperienza … scavando nell’immaginario”.

Nel n. 10/93 della rivista Madrigale, Luisa Cavaliere scrive: “abbiamo paura di lavorare sulle origini della nostra identità … questo ha prodotto quella fisionomia debole del movimento delle donne meridionali … perché mutilato della possibilità di radicare nel sud la sua ricerca”.

Nel 2012 di nuovo Beatrice Monroy scrive in Niente ci fu: “Abbiamo paura di parlare di noi stesse come spettatrici perché siamo state abusate nello sguardo”*. La frase è di bell hooks, da lei ripresa a proposito degli sguardi “appiccicosi come colla” sul corpo adolescente di Franca Viola che attraversa la piazza di Alcamo. “Una rete di sguardi … che si controllano l’un l’altro” di gente “senza nome” o nominati  Iddi “quelli”, in una terra dove fin dalla strage di Portella, la mafia era ritenuta “frutto di una allucinazione collettiva … un gioco di specchi con le immagini rovesciate che non sono mai dove ti aspetti che siano” (Maria Rosa Cutrufelli).

Nel 2013 Denise Celentano, 26 anni, raccontando (in Controversa) della sua appartenenza rimossa alla terra calabra, definita “un incidente di percorso”, scrive:  “donna e calabrese, dio mio, che colpo. Le due cose insieme non mi restituivano libertà, ma un’immagine di oppressione: di passato vischioso, non di futuro … significava disoccupazione, dipendenza economica, vivere in balìa di un informe ricatto sociale. Che effetti aveva questa ingombrante assenza in termini sociali e politici?”

Le definizioni riportate nel testo “marchio di appartenenza insopportabile”, “un trabocchetto sotto la sabbia”, “identità pericolosa” sono di Emma Dante, che durante una conversazione con Luisa Cavaliere dichiara: “Vivere al sud non trova completezza, ti conduce alla fonte della tua precarietà esistenziale”. Un’identità  che non concede grandi margini all’innocenza, in quanto il sud “favorisce la messa in scena, non trova completezza, potrebbe essere altro”. “Vivere al sud è vivere la contraddizione continua, lacerante tra l’appartenenza e il bisogno di dichiarare la propria differenza … dove il silenzio è automaticamente complicità”, dichiara Rosella Postorino nella stessa conversazione. Parlare, come donna del sud, nominarsi donna del sud, fa tuttora ostacolo nel timore di ricadere nel rivendicazionismo o in vecchie divisioni tra donne del nord e del sud.**

* Scrive ancora Beatrice Monroy nello stesso testo: “solo quando saremo finalmente disorientate, perse, allora le nostre voci balbettanti diventeranno un luogo di lotta, di un corpo geograficamente ben posizionato”, potremo “cominciare ad esplorare i silenzi”. “Tuttavia il silenzio in natura non è mai assoluto” le fa eco Clotilde Barbarulli esplorando i silenzi colorati delle personagge di Maria Messina, autrice siciliana dei primi del ‘900: “è un prendere coscienza delle emozioni più profonde … l’effetto all’impossibilità ad essere veritiera … è mancanza di lingua propria … disagio nei confronti di un linguaggio inadeguato a manifestare un ritmo interno, il corpo negato”.

**L’argomento ha animato il dibattito a Paestum nel 2012, quando le promotrici, parlando nella lettera d’invito di “alcune caratteristiche del sud”, si sono riferite alle “operaie che producono i pullover nei sottoscala” riproponendo il sud come “luogo esclusivo delle condizioni materiali”. Da qui l’invito da parte della Rete delle Città Vicine a spostare l’attenzione sulle relazioni tra donne, del nord e del sud, grazie alla conquista della libertà femminile. Il femminismo, infatti, attento alle relazioni tra donne nel reciproco desiderio di cambiamento, pur nominando l’importanza del posizionamento ha poco indagato sulle differenze territoriali, non considerando dirimente o prioritaria la differenza di contesto in quanto“come donna la mia patria è il mondo”. Scrive Luisa Cavaliere in una lettera preparatoria al convegno: “nella discussione di Bologna si è posto il tema della differenza del contesto meridionale. Una differenza non necessariamente popolata di negatività (povertà, organizzazioni criminali, arretratezza del vivere sociale ecc) ma ricca anche di modalità che vanno conservate e laddove è possibile, generalizzate: la cultura materiale, alcune forme di solidarietà, l’uso del tempo, ipotesi di comunità. Alla differenza meridionale si è opposta la necessità di un confronto fra pratiche che non si incagli su una pretesa diversità che può slittare e diventare svantaggio. Non esiste, si è detto, una “questione meridionale” esistono differenti contesti sui quali agiscono il pensiero e le pratiche delle donne. Noi. Anche di questo è necessario ancora parlare e anche su questo è urgente esprimere idee, coniare parole, sperimentare pratiche”. E in una mail, dopo il convegno: “a Paestum nonostante la lettera di invito contenesse la sollecitazione a guardare le differenti condizioni materiali delle nostre vite, non si è toccato questo argomento. Mi sto interrogando molto su questo e soprattutto sul fatto che la paura di essere costrette nello stereotipo sud=criminalità ci impedisca di guardare l’altro di cui è intessuta la nostra vita meridionale”. Nel blog di Paestum del 10 luglio 2013, in merito all’incontro di ottobre prossimo, Stefania Tarantino scrive: “il punto su cui ci siamo maggiormente soffermate è stato quello relativo al rapporto tra libertà femminile e condizioni di vita materiale. È emersa subito la necessità di fare chiarezza su questi due ambiti della vita che non sono immediatamente sovrapponibili. Certo, è vero che le condizioni materiali incidono inesorabilmente sulle nostre vite, ma è anche vero che il desiderio di libertà è radicato, prima che nelle condizioni materiali di vita, nel nostro corpo e nella nostra anima. Ci siamo dette che la libertà non equivale né alla liberazione, né all’emancipazione. E’ emersa anche la necessità di non essere schiacciate totalmente dall’attualità, dalla pesantezza dell’oggi. Vorremmo una parola “inattuale” e “inedita” sulla libertà… La posta in gioco sta per noi nella capacità di porsi proprio in quel punto sensibile tra libertà e vita materiale, tra simbolico e fattuale, senza separarle ma neanche sovrapporle”.
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4
Se nella camorra non esistono le collaboratrici di giustizia, ma solo vittime o complici, il numero delle collaboratrici di giustizia siciliane è ancora esiguo, scrive Anna Puglisi del Centro Documentazione Peppino impastato (Mezzocielo n.2/2012). Alcune di loro hanno scelto di collaborare dopo aver subito una incriminazione per associazione mafiosa, come Carmela Iuculano, o per omicidio, come Giusy Vitale, divenuta capomendamento al posto dei fratelli in carcere. Altre si sono decise dopo l’uccisione di una persona cara, costituendosi parte civile. Le cause sono diverse, non ultima la ricerca della vendetta. Vitale e Iuculano hanno detto, invece, di averlo fatto per amore dei loro figli, come anche le collaboratrici calabresi, perché potessero crescere lontano da un ambiente intriso di violenza. Nel caso della Iuculano sono state le due figlie che l’hanno spinta a troncare il rapporto con la famiglia del marito”.  “Una storia paradigmatica che si pone fuori dal tempo perché dentro qualsiasi tempo”, la definisce Dino.

Donne che in ogni caso, come scrive Nadia Funari, “aprono una crepa nel sistema ed è questo che importa”. E se in Sicilia le donne stanno aprendo “una crepa” in Cosa Nostra, in Calabria stanno aprendo “una voragine” nella ‘ndrangheta, mettendo in discussione la sua stessa esistenza, per via di quella identificazione tra famiglia di sangue e famiglia mafiosa di cui le donne, per generazioni, ne hanno garantito sopravvivenza, omertà, consenso e continuità.*

*Si ricordano le siciliane Michela Buscemi, Serafina Battaglia, Maddalena Gambino, Piera Lo Verso, Luisa Prestigiacomo, Elisabetta Randazzo, Caterina Somellini, Ignazia Balsamo, Giuseppina Montalto e ancora Rita Atria e Piera Ajello, Carmela Iuculano, Giusy Vitale. Le calabresi Lea Garofalo, Maria Concetta Cacciola, Tina Buccafusca Giuseppina Pesce, Rosa Ferrero.
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5
Ci riferiamo in particolare ad un agire caratterizzato da ricerca di senso; attenzione alla memoria; sensibilità al dolore; una forma di trasmissione alle nuove generazioni “per imitazione”. Modalità condensata nella frase della giovane assessora napoletana Alessandra Clemente: “sentire su di sé l’ingiustizia e far sì che la propria ferita diventi quella di tutta la città per costruire qualcosa che assomigli al sorriso di mia madre”.
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6
Di questo Polo sud del pensiero ne parla Denise Celentano in Controversa, dove l’autrice racconta che l’esperienza della maternità, riportandola in Calabria, la porterà anche a “verbalizzare un disagio, a tracciare un percorso inedito di riappropriazione e autocoscienza. E nell’indagare quello che era un mio disagio … Facendomi largo fra stereotipi e rimozioni, mi collocavo nella storia e nei luoghi … scoprivo un altro Sud … una sorta di polo Sud del pensiero”.

Una proposta su come raccontare il sud  viene da Maria Rosa Cutrufelli che in Canto al deserto, riferendosi a Tina, a’ masculidda,  un’adolescente soldato di mafia, scrive: “per scrivere, come donna, del sud, bisogna “andare e tornare, un’oscillazione perenne, il nostro vizio segreto … Per quale motivo, altrimenti, sarei qui a frugare in una storia così disperatamente siciliana?” Avvicinarsi e allontanarsi, fare su e giù. Stessa modalità di movimento per non perdere di vista e tenere presente il punto d’origine, quello materno, e non rimanere intrappolate in una doppia origine: simbolica e geografica.

Del Sud immaginario “paesaggio della mente” dove luoghi mentali e geografici si sovrappongono, oltre alla rivista Nosside con la già citata ricerca su Il sud nelle donne, ne parlano Luciana Floris nel saggio L’intimo e il globale. Quest’ultima invita a superare le facili contrapposizioni, a non vedere il mondo come fosse diviso in due, da una parte il Nord ricco e dall’altro il sud povero, per considerare invece il sud che c’è dentro il nord e il nord che c’è dentro il sud” . Come?  “Abitando la soglia tra il globale e l’intimo, il centro e la periferia,il continente e l’isola … Paesaggi della mente”.

Sull’impossibilità a ritornare nel luogo d’origine “luogo dell’assenza e del ritorno ogni volta da reinventare” attraverso il mutamento e l’aggiunta della scrittura, della lingua materna e della memoria “capace di contraffare”, che fa da ponte, ne parlano nello stesso saggio Clotilde Barbarulli e Maria Letizia Grossi.

Maria Attanasio, scrittrice e poeta siciliana che in La città d’argilla parla di un territorio dove persiste il numinoso, il meraviglioso, il sacro come dilatante esperienza conoscitiva oltre il confine della coscienza, riappropriazione di memoria storica, appartenenza culturale e costruzione dell’immaginario, e originato dal bisogno di trascendere, di sconfinare della mente. Un territorio dove persiste il sogno che le donne del sud utilizzano, nel quotidiano, sostenute dall’intima consapevolezza – un sapere delle madri mostrato attraverso i gesti e i cunti più che dimostrato – che c’è qualcosa di essenziale per la propria esistenza che resta nell’ambito del non dicibile e del non visibile. Donne che trascorrono le loro giornate sulla soglia di casa, nel cortile o sul pianerottolo, luogo di scambi, la cui sopravvivenza, in situazione di precarietà e povertà, è resa sopportabile oltre che dalla capacità di raccontare, da quella di  entrare ed uscire, senza perdersi, tra due mondi: il vero e l’inventato*.

Del sud immaginario ne parla anche Lucia Chiavola Birnbaum in Black Madonnas: un vasto territorio disseminato di Madonne nere, colore della rigenerazione e dell’invisibile; di Sibille che richiamano la cultura sommersa della fiaba E di Sante, porte di accesso casalingo al soprannaturale. Figure liminali, metà prefiche, metà guaritrici, sul confine tra reale e inventato.

Sull’azione dell’esser sante che scelgono come loro compito la sacralità della vita tracciando un’uguaglianza tra il soprannaturale e il reale, e come azione politica in cui il mondo cambia perché qualcosa è accaduto, creando una possibilità di vita nuova, ne parla il numero 3.1/2008 della rivista citata ADA.

* Perché questa consapevolezza non risulti astratta, ma incarnata nei corpi, ecco un dialogo tra alcune donne di un quartiere molto antico di Palermo, registrate durante un laboratorio di narrazione:
“Io in ogni stanza della casa tengo un santo. Nell’ingresso ho Padre Pio, grande così, nella stanza da letto, il Cuore di Gesù e sopra il comodino Santa Rosalia, che quella nessuno me la deve toccare. Mio marito mi dice perché non li levi, ma a me mi piace quando faccio i lavori di casa parlare con loro e guardarli”.
“Una volta io sono andata all’altro mondo per un’appendicite e lì ho visto una dama bianca piena di veli che mi guardava dalla casa di fronte. Dopo un poco la vecchia che abitava in quella casa è morta. Non so se è stata per il sogno”.
“Io dei morti non mi sono mai spaventata, sono presenze i morti. Quando abitavo all’Albergheria le sentivo … erano voci di bambini che si rincorrevano. Nella casa dove sto adesso che non mi piace e non ci voglio stare, invece non le sento più”.

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7
Della sua personaggia Tina, caratterizzata  da “una smodata capacità d’orgoglio, una volontà di esistere, di andare oltre il semplice ripararsi dalla disperazione” scrive Cutrufelli: “è questa incapacità di adattamento, totale, assoluta – che alla fine diventa forza pericolosa e sconosciuta, esorbitante – ad attirarmi”. Come inaddommesticata è la forza di Modesta in L’arte della gioia di Goliarda Sapienza; dell’Accabbadora di Michela Murgia, Di Concetta e le sue donne, di Maria Attanasio; di Maria Occhipinti, in Una donna di Ragusa. Donne protagoniste di azioni eccedenti, lette da uno sguardo maschile come separatezza, margine, fragilità, follia, e colte come punto di forza dallo sguardo riconoscente di  molte scrittrici, nella persistenza di un legame forte tra immaginario letterario e realtà. Le personagge sono state il tema dell’ultimo Convegno nazionale della SIL svolto a Genova nel Novembre 2011.
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8
Come fluida, mobile è la visione catturata dallo sguardo di Emma Baeri, che “dall’Isola si volge in sguardo verso l’isola non appena la nave si allontana, e la Calabria azzurrina diventa terra bruna sotto il treno …. Veloce mutamento di punto di vista, pensiero mobile eccentrico, marino… … metafora del pensiero femminile che l’isola sorregge”.

Sull’imprescindibilità del punto d’origine per sottrarlo “al silenzio e all’oblio” in quanto “luogo insostituibile anche se difficile per la fatica di andare e la fatica di tornare”, ne parla Emma Baeri in “Isola Mobile”.

Maria Attanasio in una intervista parla del luogo d’origine come punto “d’intersezione di derive opposte che si mescolano da cui è più facile gettare uno sguardo più acuto, singolare, che sottraendosi alla logica della globalizzata omologazione del fare e del pensare, è capace di cogliere punti di contatto e di condivisione tra i due estremi”. Parlando di Caltagirone “pozzo mare della sua infanzia”, scrive: “è conditio sine qua non del mio essere: ogni tanto mi chiedo quale sarebbe stata la mia storia se il mio orizzonte esistenziale fosse stato di marmo o di cemento invece che fatto del mondo di creta e di dialetto o del bianco della neve e del nero delle sciare sul vulcano…”

“Punto d’intersezione di derive opposte” che Paola Zaccaria chiama “posizione terza, dove posso invitare l’altro ad entrare, ma anche l’altro può invitare me a venire fuori”. Non si può non registrare come luoghi – ex colonie – seppure molto distanti tra loro geograficamente (Sicilia/Messico) ma abusati e spossessati in egual modo dei beni materiali, della memoria e della lingua, producano effetti visioni simili nei soggetti che li abitano e li subiscono, sviluppando un acutizzarsi della percezione che Anzaldua chiama facultad.
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9
Due storiche riviste, Via Dogana e Leggendaria, e due libri, Sensibili Guerriere e Dio è violent hanno affrontato in contemporanea il tema della forza femminile, per declinarne una sorta di genealogia.

Sensibili guerriere è un racconto a più voci nel quale donne  tra i 25 e i 35 anni parlano delle strategie  e  del tipo di forza che mettono in campo per sopravvivere nel mondo precario. Di vittimismo nessuna traccia; nemmeno di “attesa”. Invece molta “concretezza e ascolto”. Queste alcune delle strategie: “Dire e agire dando ascolto al corpo”. “Stare in equilibrio cercando di tenere insieme tutti i gli elementi della propria esistenza”. “Scovare nel proprio svantaggio il germe della propria forza”. “Imparare ad abitare lo spaesamento, a convivere con l’assenza di certezze”. “Accettare il fallimento e far memoria della sconfitta”. “Stare dentro le circostanze,  ma custodendo un sogno”. Una forza simile a quella del bamboo, scrivono le autrici: non agente, flessibile, capace di fronteggiare gli eventi senza venire travolti, che si origina dal vuoto e  ha la meglio su una forza dura.

Dio è violent è una lucida analisi del nesso tra forza e violenza, a partire dal fenomeno del femminicidio. Un invito alle donne ad un uso intelligente della forza come “un sapere necessario” e insieme a un sapersi sottrarre alla violenza provocatoria di chi (amanti e familiari) vuole spaventare col suo uso le donne. Bisogna mettere in campo tutta la forza simbolica necessaria di cui le donne sono capaci con spregiudicatezza, è l’invito di Muraro. “Quanto basta”. Non basta infatti denunciare. Ma è anche una lucida analisi sul rapporto tra violenza e morte della responsabilità politica. “Tocca alle donne riformulare la questione della violenza..nell’urgenza in cui siamo di aprire un nuovo racconto per la convivenza umana”.
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10
Una politica, questa, che “muovendosi su un altro piano necessita di azioni inventate “per smaltire la complicità con gli uomini” Le citazioni sono tratte da Ti darei un Bacio, Carla Lonzi e il pensiero dell’esperienza, in particolare gli scritti di Maria Luisa Boccia e Annarosa Buttarelli

Per Chiara Zamboni “una pratica è un processo a cui si dà inizio per dare una risposta inventiva ad un contesto e facendo così lo si modifica. Produce degli effetti che non sono progettabili né prevedibili, ma che si possono cogliere ed apprezzare nel corso stesso del processo. E’ dunque un processo aperto, le cui regole non sono definite esplicitamente e in modo statico. Perché politiche? Perché le si intende come processi che modificano la personale relazione che si ha con una situazione, e dunque sono una prassi che trasforma il contesto stesso. Le relazioni con le altre in questo agire sono fondamentali, anche se ognuna parte da sé nel mettersi in gioco con altre. L’atto politico è di introdurre un gesto imprevisto, che ha il doppio effetto di portare a visibilità le pratiche abituali, e contemporaneamente dare spazio ad un agire in sintonia con  il contesto. . L’invenzione di pratiche è vista infatti in rapporto alla situazione storica*.

Una delle pratiche più efficaci di lotta contro la mafia, raccontata nel libro “Ho fame di giustizia …” è stata quella delle Donne del digiuno di Palermo. Il digiuno come conseguenza di un male fisico, che aveva ripercussioni sul corpo e che diede origine ad un gesto simbolicamente forte: l’occupazione permanente di una delle piazze centrali di Palermo dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino per – si cita dal testo: “non essere complici, affermando la nostra differenza e sottrarsi alla logica tiranna di un potere che schiaccia, rende invisibile, blocca qualunque gesto succhiando energia fino a toglierti tutta la forza”.

*Giovanna Callegari, nel testo citato, scrive: “Le pratiche di cui sentiamo l’urgenza e la necessità, si devono alimentare del passaggio tra il potenziale e l’atto, tra reale e irreale; la loro vita risiede in una ambiguità, che assomiglia alla situazione del sogno, in cui gli elementi non sono né precisi né definiti, ma sempre a disposizione per essere inventati. Solo così le pratiche possono diventare momenti di conoscenza personale, lavoro interiore, che non si converte in verità assoluta. Da questo sentire potranno nascere nuove pratiche che saranno aperte, non si opporranno alla trasformazione, chiudendosi su se stesse per appellarsi alla ripetitività del già dato, poiché il loro scopo non è conservare, ma raccontare un altro racconto. … La politica ha bisogno di uno spazio e di un tempo immaginativo nuovo che dovrà diventare dirompente perché ne va del nostro vivere. le mediazioni, i passaggi della soglia, di cui soprattutto le donne sono maestre, che permettono la manifestazione nel reale di quella che è l’esperienza delirante”. “Volevo sentirmi trasparente e pulita contro la sporcizia del malaffare, utilizzando il cibo che fa parte del quotidiano”.
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Per la messa al mondo della coscienza mestiza/luogo terzo, le scrittrici postcoloniali suggeriscono l’uso dell’immaginazione e “con la lingua in mano”. Una lingua che non separa la parola dal sentimento che la origina. Si consiglia in proposito il saggio di Giovanna Callegari sulle diverse interpretazioni di immaginazione, facendo soprattutto riferimento a Spivak e Djebar, e di cui si riportano alcuni esempi: Immaginare è un’alterazione dello stato in cui ci si trova in un certo momento della propria esistenza. E’ re-immaginare continuamente l’Altro. Pensare all’immaginazione come strumento dell’alterità non vuol dire assimilare l’Altro/a, ma entrare in quello spazio comune dell’agire che è lo spazio politico esistente tra visibile e invisibile, tra dicibile e indicibile, in definitiva tra realtà e immaginazione. Immaginare è provare a mettersi in relazione con l’Altro da sé, ma anche con l’Altro di sé, lasciando spazio alla possibile interazione tra luoghi fisici e mentali dell’esperienza che, seppur distinti, in alcune zone si sovrappongono definendo territori più o meno transitori di ibridità, come, ad esempio, le frontiere. L’immaginazione è anche quel movimento di libertà del pensiero che consente di riappropriarsi dello sguardo, di poterlo corrispondere al proprio desiderio di creazione; della fantasia, del sogno. Per esempio attraverso la scrittura che diventa conquista di libertà di parola e movimento, ma anche svelamento di sé, della propria interiorità, riappropriazione della propria immagine e del proprio sguardo sul mondo. Movimento di composizione delle immagini in cui la donna possa “aver luogo” sottraendola all’invisibilità a cui sembrava essere originariamente destinata. L’insufficienza della memoria attiva l’immaginazione, che si colloca così tra gli interstizi della memoria e ne modifica i confini, ne allarga i limiti. L’immaginazione intervenendo nello spazio di potere della parola e dello sguardo, è quindi spazio politico che può proporre prospettive alternative a quelle esistenti, agendo sulle forme della rappresentazione. Elemento centrale per la trasformazione dei modi della rappresentazione di sé stessi e degli altri è la riflessione sul linguaggio: il rapporto con la lingua materna, l’incidenza della lingua del dominatore nella propria formazione culturale, la relazione tra la molteplicità dei dialetti esistenti in un territorio soggetto a colonizzazioni diverse che si sono succedute nel tempo.

Immaginazione non è “fantasia arbitraria” scrive la comunità Diotima, ma “rischiosa vicinanza tra reale e immaginario … un andirivieni … un passaggio attraverso cui smuovere il reale da una fissità mortifera” *. Come avviene nelle ultime “Rielaborazioni fotografiche 2004-2012” di Letizia Battaglia, in cui corpi e visi di donne da lei innestati nel contesto usuale di morti ammazzati, miseria, povertà, danno un altro taglio alla scena, lo trasformano in altro, costringendo chi guarda ad immaginare un altro sud, smuovendolo dalla fissità mortifera della Mafia.

* Molto esplicativo a questo proposito il commento al testo di Diotima di Sara Bigardi in  Quando il reale e il delirio si toccano: “Non si tratta di aderire alla realtà per fondersi con essa, senza possibilità di individuazione, bensì di mettere in atto una strategia che sappia giocarsi positivamente tra il fuori e il dentro, tra la realtà esterna e la sfera intimistica, trovando, in questo andirivieni, una linea che tocca diversamente l’esperienza, ricreando un immaginario sempre disponibile ad essere scoperto.. Il libro di Diotima, occorre precisarlo, parte dalla lingua materna, lingua che gioca con le possibilità simboliche del linguaggio. La lingua dell’infanzia, senza perdere il contatto con la realtà, ha in sé l’innata risorsa di aprire un passaggio verso l’immaginario, inteso come un altro registro del quotidiano vivere che stimola a non adattarsi e appiattirsi sul già dato. Il cambiamento dell’immaginario avviene se si lavora sulle parole, e il lavoro del linguaggio è sempre un lavoro di pensiero. La modificazione tuttavia non avviene se la realtà si presenta come qualcosa di statico e mortifero fuori di noi, come voleva Cartesio o il materialismo. Se il mondo non viene prima di tutto sentito, patito e guardato diversamente, le narrazioni che proponiamo non hanno efficacia. Le parole diventano flatus vocis, vuote, e il linguaggio uno strumento operativo, utile solamente per dare istruzioni funzionali al sistema. Per avvertire la presenza della realtà occorre (ce lo suggerisce anche Nietzsche) assistere ad essa come evento e raccontarla con parole nuove che mettano in gioco la creatività dell’immaginazione. Tale disposizione, che nasce da un bisogno di condivisione simbolica che cerca di de-lirare rispetto ad un linguaggio ormai logoro e usurato, può diventare cifra di trasformazione”.
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All’interno del convegno un esempio è stata la Ballata di Lea Garofalo della cantautrice Francesca Prestia che ha dato voce col canto in lingua materna alla storia della collaboratrice di giustizia calabrese.
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“A che cosa serve  … la nostra competenza letteraria … che cosa comporta il sapere leggere e scrivere, come può questo sapere diventare concreto e qual è lo statuto della letteratura oggi mentre il mondo perde salute ed equilibrio, democrazia e pace … quanto e a quali condizioni la letteratura può essere portatrice  ..di invenzioni, di pratiche di pace, di esercizi di trasformazione  e di orientamento per costruire, mentre lo si immagina, un mondo diverso?” Sono le domande di Monica Farnetti in apertura del V convegno della Società Italiana delle Letterate.
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Bibliografia consigliata (la presente  bibliografia  non ha alcuna pretesa di esaustività ma è frutto di ricerche personali nel corso del tempo sugli argomenti trattati)

Sul convegno
Altri articoli su alcuni dei temi evidenziati sono usciti nei nn. 43; 46; 52 di Letterate Magazine, rivista online sul sito della Società Italiana delle Letterate.

Vedi anche la rassegna stampa del convegno.

Sulle trasformazioni delle mafie diventate Sistema
Beatrice Monroy, Noi, i palermitani, Marietti, 1991
AA.VV. Donne di mafia, Meridiana n.67, 2005
ADA teoria femminista, n. 2/2007 in www.adateoriafemminista.it
Evelina Santangelo, Cose da pazzi, Einaudi, 2012
Rivista Mezzocielo n. 2/2012
Angela Putino, I corpi di mezzo, Ombre Corte, 2011

Su Donne/sud/mafia
A. Cascio, A. Puglisi, Con e Contro, le donne nell’organizzazione mafiosa, CSD,Palermo 1986
Felicia Bartolotta Impastato, La mafia in casa mia, La luna, 1987
Centro studi ricerca e documentazione donna – Nosside, quaderni di scrittura femminile, numero 2 (Anno1)  Rubettino, 1990
Anna Puglisi, Sole contro la mafia, La Luna, 1990
Livia De Stefani, La mafia alle mie spalle, Mondadori, 1991
Donne del sud, a cura di Nella Ginatempo, Gelka, 1993
Donne del nord, donne del sud, associazione per una libera università delle donne, Franco Angeli, 1993
n.10/‘93 di Madrigale
Renate Siebert, Le donne, La mafia, Il Saggiatore,1994
Renate Siebert, La mafia, la morte e il ricordo, con una postfazione di Anna Rossi Doria, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995
Liliana Madeo, Donne di mafia. Vittime, complici e protagoniste, A. Mondadori, Milano 1994.
AA.VV., Donne e mafie. Il ruolo delle donne nelle organizzazioni criminali, Università degli studi di Palermo, Dipartimento di Scienze penalistiche e criminologiche, Palermo 2003.
Anna Puglisi, Donne, Mafia e Antimafia, Di Girolamo, Trapani, 2005
Antonina Azoti, Ad alta voce, Terre di Mezzo, Milano, 2005
Anna Puglisi, Storie di Donne, Di Girolamo, Trapani, 2007
Roberto Alajmo, Un lenzuolo contro la mafia, Gelka, 2012
Associazione daSud, Sdisonorate. La mafia uccide le donne, daSud, Roma, 2011.
Gabriella Ebano, Felicia e le sue sorelle, Ediesse 2012
Rivista Mezzocielo, n. cit.

Sul tema “Raccontare il sud”
Narrare il sud, a cura di Goffredo Fofi, Liguori, Napoli, 1995
Nosside, cit.
Clotilde Brabarulli I colori del silenzio, Tufani ed. 1996
Maria Rosa Cutrufelli, Canto al deserto, Tea, 1997
Pina Mandolfo, Il sud delle donne. Le donne del sud in Cartografie dell’immaginario a cura di Patrizia Calefato, Sossella, 2000
Giuliana Saladino, Terra di rapina, Sellerio, 2001
Daniela Carmosino, Uccidiamo la luna a Marechiaro, Donzelli, 2009
Rosella Postorino L’Estate che perdemmo Dio, Einaudi,2009
Giuliana Saladino, Chissà come chiameremo questi anni, Sellerio, 2010
Luisa Cavaliere, Anticorpi, Liguori ed., 2010
AA.VV. Controversa, Sabbiarossa edizione, 2013
Maria Rosa Cutrufelli, I bambini della ginestra, ed. Frassinelli, 2012
Beatrice Monroy, Niente ci fu, ed. Meridiana, 2012
Gisella Modica, Mi dispiace don Fifi, Villaggio Maori edizioni, Catania, 2013

Sulle collaboratrici di giustizia
Carla Cerati, La vera storia di Carmela Iuculano, Marsilio, 2009
Alessandra Dino, Liberi di esistere, Mimesis, 2011; Silenzi e parole dall’universo di Cosa Nostra, Il ruolo delle donne nella gestione dei processi di comunicazione, Piero Vittorietti Edizioni, 1997; Mafia Donna. Le vestali del sacro e dell’onore, Flaccovio, 1997.
Tesi di laurea Università degli studi di Palermo Facoltà di Scienze della Formazione Punti di svolta: donne di ‘ndrangheta e collaborazione con la giustizia: il caso di Giuseppina Pesce; relatrice: Caterina Scaffidi Domianello;  prof.ssa Alessandra Dino
Sandra Rizza, Una ragazza contro la mafia, Rita Atria, La luna, 1993
Ombretta Ingrascì, Donne d’onore, Mondadori, 2007
L. Ioppolo, M. Panzarasa, Al nostro posto. Donne che resistono alle mafie, Transeuropea ed., 2012
Rivista Mezzocielo, n. cit
Piera Aiello, Umberto Lucentini, Maledetta mafia. Io, donna, testimone di giustizia con Paolo Borsellino, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2012.
Giusy Vitale con Camilla Costanzo, Ero cosa loro. L’amore di una madre può sconfiggere la mafia, Mondadori, Milano, 2009.
Vedasi anche gli articoli di Franca Fortunato sul quotidiano La Calabria, e sul sito www.libreriadelledonne.it

Sul rapporto intimo/sociale
Il globale e l’intimo del gruppo fiorentino della SIL in preparazione del 6° convegno nazionale) a cura di Liana Borghi e Uta Treder, Morlacchi editore, Perugia 2007. In particolare il saggio di Luciana Floris Abitare la soglia.
Laura Boella Annarosa Buttarelli, Per amore di altro, Cortina, Milano, 2000,
Maria Zambrano, Verso un sapere dell’anima, Cortina, Milano 1996
Sul luogo terzo/Polo Sud immaginario
Maria Attanasio, Della città d’argilla ,cit.
Lucia Chiavola Birnbaum, Black Madonnas, Palomar, 1993
Gisella Modica, Parole di terra, Stampa Alternativa, 2004
ADA numero 3/2008 “Essere sante oggi
Nosside, cit.
Aavv. Controversa, cit.
Il globale e l’Intimo, cit.
Forme della diversità a cura di Clotilde Barbarulli e Liana Borghi, CUEC,Cagliari,2006. In particolare il saggio di Monica Farnetti, pag,253; Anna Maria Crispino, pag, 111; Paola Zaccaria, pag.263
Elisa e lo spirito del sud, di Maria Rosa Cutrufelli in Figure della complessità a cura di Liana Borghi e Clotilde Barbarulli, CUEC, Cagliari,2004
Anna Maria Ortese, Il Porto di Toledo, Adelphi, Milano, 1998

Sulle Personagge
Maria Occhipinti, Una donna di Ragusa, Feltrinelli,1976
Maria Occhipinti, Una donna libera, Sellerio, 2004
Maria Attanasio,  Di Concetta e le sue donne, Sellerio,1999
Goliarda Sapienza, L’arte della gioia, Einaudi, 2008
Appassionata Sapienza, a cura di Monica Farnetti, La Tartaruga, 2011
Michela Murgia, Accabadora, Einaudi, 2009
>Leggendaria
n. 90/2011 -Lettrici e Personagge
SIL, Le personagge sono voci interiori, letture in scena a cura di Gisella Modica, ed. fuori commercio
Convegno nazionale “Io sono molte. L’invenzione delle personagge” www.societadellelettarate.it/Personagge

Sul punto/luogo d’origine
Gisella Modica, Una poeta e le sue personagge, intervista a Maria Attanasio, in Letterate Magazine n. 19
Paola Zaccaria, Mappe senza frontiere, Palomar, 1999
Gloria Anzaldúa, Terre di confine/ la frontera, Palomar, 2000
bell hooks, Elogio del margine , Feltrinelli, 1998
Maria Attanasio, Della città d‘argilla, ed. Mesogea, 2012.
Emma Baeri, Isola Mobile ed Maimone, 2012 (fuori commercio)

Sulla forza femminile
Via Dogana n 100/2012
Leggendaria n. 91/2012
Sensibili Guerriere, sulla forza femminile, a cura di Federica Giardini, Iacobelli,2011
Luisa Muraro, Dio è violent, Nottetempo,2012
www.filosofia.rai.it/articoli/luisamuraro
www.gliocchidiblimunda.wordpress.com

Sulle pratiche
Chiara Zamboni, Pensare in presenza. Conversazioni, luoghi, improvvisazioni, Liguori 2009
Chiara Zamboni, Una contesa filosofica e politica sul senso delle pratiche in www.diotima.it
A.Buttarelli, F. Giardini, Il pensiero dell’esperienza, Baldini Castoldi, 2008
Ti darei un Bacio, Carla Lonzi e il pensiero dell’esperienza, a cura di M. Antonelli e S. Calzolari, Scuola di cultura Contemporanea Mantova, 2011
Giovanna Callegari, La doppia subalternità della donna postcoloniale, cit.
Ho fame di giustizia, la rivolta delle donne a Palermo contro la mafia, a cura di A. Lanza, Navarra, 2011

Sull’immaginazione
Diotima, Immaginazione e Politica, La rischiosa vicinanza fra reale e irreale, Liguori, 2009;
Giovanna Callegari, La doppia subalternità della donna postcoloniale. L’immaginazione come risorsa per una nuova politica culturale. CIRSDe (Centro Interdisciplinare Ricerche e Studi delle Donne);
Sara Bigardi, Quando il reale e il delirio si toccano,  in www.diotimafilosofe.it/
Gisella Modica, Solo l’amore salva, conversando con Letizia Battaglia in Letterate Magazine n 44/2013
Letizia Battaglia, Rielaborazioni in  www.youtube.com/watch?v=2eLDCanPNj0

Sulla lingua materna:
La Ballata di Lea Francesca Prestia www.noisiamopari.it
Eva Maria Thune, All’inizio di tutto. La lingua materna, Rosenberg e Sellier, Torino,1999. In particolare il saggio di Thune a pag 57 e di Chiara Zamboni a pag 113
Maria Zambrano, Chiari di Bosco, Feltrinelli, Milano, 1991;
Chiara Zamboni, Parole  non consumate,Napoli,  Liguori, 2001;
Lingua Bene Comune, a cura di Vita Cosentino, Città Aperta , Troina (EN) 2006. In particolare il saggio di Chiara Zamboni, pag. 169;
Luisa Muraro, Maglia e uncinetto, Manifesto Libri, Roma, 1998. In particolare l’introduzione di Ida Domnjanni, pag 7.

Sul ruolo della letteratura
Leggere e scrivere per cambiare il mondo Atti del V convegno della SIL, 2004, Luciana Tufani Editrice,Ferrara, 2005. In particolare l’intervento di Monica Farnetti pag. 19; Paola Zaccaria, pag. 55; Cristina Bracchi, pag. 147;
Politiche Poetiche a cura di Cristina Bracchi, Il Poligrafo,Padova, 2011. In particolare il saggio di Monica Farnetti e Federica Giardini, pag. 73
Aznar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran , Adelphi, Milano, 2003

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La Società Italiana delle Letterate (SIL), fondata nel 1995, è costituita da circa duecento scrittrici, insegnanti, studiose di varie letterature, giornaliste, ricercatrici e operatrici culturali di diverse generazioni e provenienti da varie regioni. Siamo tutte naturalmente appassionate di libri e di storie e in quanto letterate ci consideriamo innanzi tutto lettrici.

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2 Comments
  1. Franca Fortunato

    Per quanto riguarda i miei articoli faccio presente che non sono stati pubblicati sul quotidiano La Calabria , come erroneamente è stato scritto nella bibliografia, ma su IL QUOTIDIANO DELLA CALABRIA.
    Sottolineo anche che là dove nel documento c’è scritto ” E se in Sicilia le donne stanno aprendo “una crepa” in Cosa Nostra, in Calabria stanno aprendo “una voragine” nella ‘ndrangheta mettendo in discussione la sua stessa esistenza, per via di quella identificazione tra famiglia di sangue e famiglia mafiosa di cui le donne, per generazioni, ne hanno garantito sopravvivenza, omertà, consenso e continuità” il testo riprende quanto da me scritto su Il Quotidiano della Calabria il 17.05.2012 nell’articolo “Contro la mafia .. Perché donne – Dossier su “Mafia, camorra, ‘ndrangheta/ Sicilia, Campania , Calabria”.
    Franca Fortunato

  2. gisella modica

    grazie per il contributo e le precisazioni e mi scuso per la citazione nella quale mi sono sfuggite le virgolette che andavano chiuse al posto giusto.
    gisella modica

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  1. […] Letterate dal 5 al 7 aprile scorsi. Per il programma e l’introduzione di Gisella Modica vai a http://www.societadelleletterate.it/2013/09/ripartire-dal-sud-seminario/ Qui trovi e puoi segnalare a info@libreriadelledonne.it incontri, appuntamenti, eventi che […]

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