Laura Conti, ecologista e romanziera

La prima domanda che sorge spontanea dando uno sguardo alla nutrita bibliografia di Laura Conti riguarda la sua scelta di usare, in tre casi, la lingua delle storie. Conti era una donna medico, abituata al linguaggio scientifico, impegnata politicamente, con una robusta formazione storica. Perché scegliere la narrativa?

Il suo primo romanzo mette in scena Milano negli anni ’60, una città pioniera del progresso economico e scientifico, ma sostanzialmente incapace di dare risposte alle domande ontologiche che la malattia – la morte – reca con sé (Cecilia e le streghe); il secondo, il campo di smistamento di Bolzano (La condizione sperimentale), sul finire della seconda guerra mondiale, e le dinamiche di potere e di sopruso che vi si verificano, come in un truce esperimento sulla natura umana. Il terzo romanzo infine, narra di una Brianza distrutta dalla diossina (Una lepre con la faccia da bambina).

Tre momenti storici diversi, come diversissimi sono i protagonisti per età, condizione sociale, aspirazioni, storia, cultura. Ma uno stesso è il bisogno dell’autrice: trovare una lingua capace di tradurre i grandi temi del Novecento in parole umane entro le quali specchiarsi, ritrovarsi, riconoscersi. E farlo costruendo una storia, fornendo le coordinate sentimentali entro le quali ogni agire assume il valore di una scelta personale.

Laura Conti appartiene infatti a quel genere di scrittori per i quali la narrativa è una scelta etica, che consente (allo scrittore e al lettore) una chiara presa di posizione nei confronti del mondo. E molti dei temi che ha affrontato nei suoi romanzi sono ben lontani non solo dall’essere risolti, ma perfino dall’essere affrontati con la lucidità affettiva che caratterizza invece tutti i suoi libri. Penso al parricidio nei confronti dell’ambiente o del corpo femminile, all’aborto, all’eutanasia; ma anche alla frattura educativa che ha diviso irrimediabilmente le generazioni, a causa della separazione fra fini e mezzi, fra verità e opportunismo.

Di questo, in modo specifico, si occupò in una Una lepre con la faccia da bambina, le cui pagine introduttive illuminano rispetto a un’altra sua caratteristica, ovvero sia la riflessione sul linguaggio. Scopriamo così che, grazie al suo lavoro di medico scolastico, era entrata in contatto con quello che definisce un italiano coloniale, piallato: sintatticamente e semanticamente povero, riduttivo. Lo conosciamo bene, è vivissimo oggi. Lo scarto brillante di Conti sta nell’aver mostrato la menzogna su cui si reggeva quel mondo economico, politico e morale, e quindi la rottura del patto educativo, attraverso il confronto serrato fra quel linguaggio coloniale e la realtà, fra il bisogno di verità e di comunità incarnato dai due dodicenni protagonisti del romanzo e l’impreparazione, l’individualismo violento del mondo in cui vivono. Si potrebbe dire che i padri di cui oggi si lamenta la fine abbiano iniziato a morire in quegli anni, fra i segreti sussurrati dietro le porte chiuse.

Vi sono poi aspetti spiccatamente femminili, nella sua scrittura, a partire dall’elemento personale, affettivo, che caratterizza anche i saggi. E questo è uno dei portati più importanti della cultura femminista; un elemento che non inficia mai la sua lucidità di analisi, semmai la orienta. E’ un po’ la differenza che passa fra l’osservazione di laboratorio e l’osservazione partecipante di chi vuole stare nel mondo. Grazie a ciò, l’autrice mette sempre in luce lo scarto della vita, la variabile della libertà, il bisogno umano di contribuire attivamente al destino comune, che dà ragione della sua passione politica.

In secondo luogo, Conti è sempre molto sensibile ai precipitati, agli accumuli di sostanze tossiche, sia chimiche sia culturali. Soprattutto nelle donne. Nella vicenda di Seveso (di cui scrisse anche nel saggio Visto da Seveso) sconvolge la superficialità con la quale la diossina viene nascosta. Ma c’è qualcosa che non permette questa operazione, e questo qualcosa sono i corpi delle donne. La diossina che finisce per essere presto invisibile – gli animali morti vengono bruciati, la terra contaminata e gli edifici inscatolati e sotterrati – riemerge drammaticamente nei corpi femminili, nei feti a rischio, nelle paure che le donne non riescono ad esprimere e che quasi nessuno sa ascoltare nella loro ovvia ambivalenza. È nei corpi delle donne, insomma, che precipitano non solo la diossina, ma una cultura maschilista secolare che fa da spalla alla medicina più filistea, quella che pretende che si dichiarino a rischio di pazzia prima di operarle, o a una cultura cattolica che alza la voce non contro l’Icmesa – l’azienda da cui fuoriuscì il veleno – ma, appunto, contro di loro.  Sul corpo femminile, e in senso lato sul corpo ambientale, ci dice Conti, si combattono battaglie durissime. Ieri, come oggi.

Infine, femminile è  in Laura Conti un pudore che non ha nulla a che fare con la ritrosia di fronte alla necessità di dire le cose come stanno, ma con un tentativo costante di vedere il limite oltre il quale non ci si può spingere: perché oltre c’è l’altro: la persona, l’animale (era una gattara formidabile), l’ambiente. Va da sé che si tratta di un tentativo che si scontra con una realtà che vede nel limite solo un ostacolo da superare. Ma se è vero che è il fallimento a cogliere l’infinitamente umano, come ha scritto Iona Heath, un’altra donna medico che ha cercato risorse nella narrativa, Laura Conti ha centrato appieno il suo bersaglio: portare in primo piano la questione ambientale intesa come il difficile rapporto che intratteniamo con le verità che riguardano la salute, la malattia. E quindi la vita e la morte.

Tra le sue opere (dal sito www.enciclopediadelledonne.it ):

Cecilia e le streghe, Einaudi 1963

La condizione sperimentale, Mondadori 1965

Sesso ed educazione, Editori Riuniti, 1971

Le frontiere della vita, Arnoldo Mondadori Editore, 1972

Che cos’è l’ecologia, Mazzotta, 1977

Visto da Seveso – Feltrinelli, 1977

Una lepre con la faccia di bambina, Editori Riuniti, 1978

Il tormento e lo scudo, Mazzotta, 1981

Imparare la salute, Zanichelli, 1983

Questo pianeta, Editori Riuniti, 1983

Terra a rendere, Ediesse, 1986

Ambiente terra, Mondadori, 1988

Discorso sulla caccia, Editori Riuniti, 1992

Biografia di Laura Conti sul sito dell’A.N.P.I. Associazione Nazionale Partigiani d’Italia

Il sito della Fondazione Memoria della Deportazione

 

 

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  1. Letterate Magazine ha detto:

    […] tutti da leggere: a cominciare da una rilettura di Alice Munro, per passare a un ricordo di Laura Conti, la medica che denunciò i rischi della diossina a Seveso. Conti però volle usare anche la […]

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