Daniela, la prima femminista

Ho sentito per la prima volta il nome di Daniela Pellegrini una dozzina di anni fa, preparando la tesi sul movimento femminista degli anni ’70. La ricordavo come fondatrice del Demau, uno dei primi gruppi femministi italiani, e più tardi del circolo delle donne Cicip & Ciciap a Milano.

Mi sono accinta alla lettura della sua autobiografia Una donna di troppo. Storia di una vita politica “singolare” con grande curiosità e sono stata immediatamente (e nuovamente) risucchiata in quel tempo.

«Ho vissuto i miei primi anni di rivolta a questo mondo in estrema solitudine, nel senso che possedevo la “stanza tutta per me” e la possibilità di scrivere di filosofia e di occuparmi di questioni antropologiche -racconta Daniela- Ciò a cui aspiravo era la configurazione di un mondo strutturale e simbolico diverso da quello dato, dove come donna non mi riconoscevo. Il mio senso di estraneità era totale. E ciò ha informato il mio pensiero e la mia vita da allora in poi. La cosa che desideravo allora, eravamo nel 1964, era la rifondazione ontologica del mondo, una rifondazione, non per contrapposizione di una differenza all’altra».

Daniela convocò un incontro dove si trovarono in quaranta donne. «E’ stata la mia prima dimensione politica. Nessun’altra seduzione mi aveva mai catturato prima di allora.[…] Dopo tanto pensare ho voluto l’incontro con le donne, l’unico corpo che avrebbe potuto materializzare per me un significato d’esistenza e di senso di sé». Nacque così il gruppo che nel 1966 si chiamò Acap, Associazione contro autoritarismo patriarcale, che significava anche Donne da capo, e che un anno dopo diventerà il Demau.

Daniela era al tempo una brillante dirigente in un’agenzia pubblicitaria, bella ragazza piacente ed emancipata che decise di uscire dalle lusinghe di un mondo al maschile per tracciare in autonomia la propria strada di donna. «Dobbiamo in primo luogo rinnegare tutto ciò che la società maschilista ha teorizzato, ed affermato e voluto nelle sue strutture, per valutarci libere dalle panie e limitazioni che i due poli sessuali, interpretati da altri e non da noi stesse, hanno costituito per noi nella storia della nostra evoluzione».

Nel 1971 la vita della Pellegrini cambiò radicalmente: dopo la nascita della figlia, lasciò il compagno, il lavoro e si trasferì in una casa che trasformò in una comune di donne. «La politica delle donne dava ora un nuovo senso e indirizzo anche alla materialità, alle relazioni, al quotidiano della mia vita». E con un’altra donna visse la concretezza del riconoscimento d’amore reciproco: «la consapevolezza del mio reale desiderio, mi ha rivelato che esso prende vita da una centratura sul proprio corpo di donna forte e autonomo, perché libero da altrui immaginari e, soprattutto, creativo di propri. Fuori dalla complementarità forzata della cultura dell’eterosessualità patriarcale».

Nel libro Daniela ricostruisce le tappe della sua lunga vita politica riattraversando la storia e gli scritti dei collettivi di cui fece parte, tessendo la mappa dei gruppi milanesi e non solo che si sono negli anni incrociati, dando valore alle relazioni per lei fondamentali con donne che hanno segnato il movimento femminista.

Lo stile narrativo di questo diario politico «può inizialmente spiazzare -avvisa Chiara Martucci “amorevole curatrice” del testo- perché sono raccolti scritti, editi e non, prodotti per diverse occasioni e con molteplici registri a cui si intrecciano commenti dell’epoca e successivi». E proprio in questo andamento cronologico dissonante che sta la ricchezza del libro che bene si inserisce nella collana Letture d’archivio curata da Lea Melandri.                L’intensa attività di Daniela Pellegrini, il suo vivere di relazioni politiche e di materialità femminista separatista, fa cogliere la pluralità dei femminismi italiani. Il corposo testo di Daniela mi sembra incarnare una risposta possibile alle sollecitazioni poste da Paola di Cori nell’intenso Le asincronie del femminismo. Scritti 1986-2011: «Cosa è rimasto visibile dell’esplosione femminista? Quali sono i momenti poco chiari? Non certo i ‘70, di cui paradossalmente pensiamo sia possibile ormai sapere e capire quasi tutto. Quelli che fanno problema sono i decenni successivi, come se all’improvviso un cielo fino a quel momento azzurro si fosse a un certo punto oscurato. Da allora, è come se non fosse più possibile raccontare nulla; o quasi». Paola Di Cori auspica un rovesciamento di prospettiva: considerare come età meravigliosamente chiara gli anni successivi ai ‘70. «Sono gli ‘80, i ‘90, il periodo iniziale del millennio, quelli sui quali conviene confrontarsi, i momenti in cui ha cominciato a manifestarsi con grande evidenza la complessa diversificazione del femminile e insieme la sua natura enigmatica. Verrebbe da dire quando sono apparse con impareggiabile trasparenza sia le immense fatiche dell’emancipazione che le difficilissime strade della liberazione. Si trattava solo dell’inizio, e non di un processo già completato. Bisognava dar conto di una pluralità, tentare un fotomontaggio, insistere sul bisogno di una molteplicità di narrazioni, far risaltare la potenzialità di alcuni momenti ed esperienze anziché la loro compiuta realizzazione».

Ancora da scrivere è il complesso caleidoscopio della pluridecennale storia dei femminismi italiani, delle loro evoluzioni, intrecci, conflittualità, visibilità poco nominate, come successo col movimento lesbico.

Daniela Pellegrini pone il suo tassello, dando conto della composita esperienza vissuta che copre, nel libro, l’arco di anni dal 1964 al 1996. Dalle contrastanti gioie vissute al primo incontro nazionale a Pinarella di Cervia, dove «gli spazi e i tempi che ci contenevano erano quelli dell’infinito fatto materia, gesto, emozioni e vita, ed anche talvolta tormento, panico o timore di non sapere o non volere accettare la forza e l’intensità e la trasgressione che quella nuova dimensione tutta e solo nostra metteva sulla scena del mondo, anzi di più, al posto di quel mondo. Poiché da esso la nostra invenzione ci sradicava. In assenza totale di rassicurazione, se non quella di essere insieme e di volerla creare insieme. Questa nostra invenzione ci dava sensazioni di felicità immensa per quell’estrema libertà conquistata, ma anche consapevolezze di pesanti e difficili compiti e responsabilità. Sceglierla, praticarla e gestirla erano cose non da poco».

Daniela dà conto anche delle fatiche e delusioni che spesso vive, nella tenace e testarda ricerca di una propria strada in autonomia, auspicando il riconoscimento delle altre che, a volte, secondo lei, si scordano delle sue intuizioni.

«Essere stata la “prima” femminista, l’ante litteram di quel processo collettivo di liberazione di cui oggi siamo in molte a essere fiere, e non dico solo cronologicamente, ma rispetto all’aver dato voce a concezioni a tutt’oggi fondamentali per noi donne, mi è causa di molti dolori proprio all’interno e per le voci stesse delle donne dell’attuale movimento».

Mettendo al centro della sua riflessione il tema della materialità di contro all’elogio del simbolico, Pellegrini sottolinea in diverse occasioni i rischi del pensiero della differenza sessuale, critiche ben riassunte nel testo dal significativo titolo “Due non è abbastanza”.

«La teoria che punta allo stare nel mondo, mettendo l’accento sulla “differenza di genere”, rende tale differenza un’arma a doppio taglio, proprio in quanto ne fa la ragione del proprio stare lì.[…] Siamo nuovamente sedotte dalla dialettica duale, iniziata con la spartizione concettuale uomo/donna e messa in atto in tutte le categorie di pensiero, di logica, di vita. Per poter praticare una reale modificazione di noi e del mondo, va invece colta fino in fondo la conflittualità che vi è insita, e che non permette elaborazione alternativa».

E ancora «l’accento messo sulla differenza di genere può dunque essere un modo di privilegiare la relazione duale col maschio piuttosto che affermare la propria identità e interezza e la propria capacità creativa». Daniela sollecita ad utilizzare la propria differenza come capacità storica esperienziale, di elaborare reciprocità, parzialità, somiglianza invece che complementarità, totalità univoca, uguaglianza. «Lo spostamento dei rapporti binari dal fuori di sé al dentro di noi, tra noi, segnerà la nascita di un altro luogo, quello del “relativo plurale”, complesso, mobile, relativizzante che darà conto della nostra “differenza” e di tutte le parzialità del mondo».                                                                                                      Apre così la strada ad un soggetto non schiacciato da una costrittiva identità di genere, un soggetto che definirei “fluttuario”, rubando il nome alla rivista che Daniela curò con Nadia Riva e le altre del Cicip per circa un decennio (1987-1994).

Nel 1995, quando si cominciò a parlare di cyborg e di Donna Haraway Pellegrini scrisse nel testo “O Madri o robotizzate e virtuali”: «Volevo intervenire per testimoniare del percorso della mia utopia, quella che ho cercato di esprimere da quando ho cominciato ad essere femminista e nel movimento delle donne.[…] Voglio inventare un’altra storia (…) è di questo che mi sono nutrita e ho vissuto tutti questi anni. Non a caso forse ho sempre parlato troppo presto: rispetto al “superamento delle differenze” e alle “parzialità” multiformi e perverse sono anni che me la meno. Io sono stufa dell’estremizzazione e codificazione rigida che la teoria della differenza ha messo in campo come il massimo della libertà che le donne possono darsi!» E continua: col cyber viene portato «in primo piano uno strumento di cui io non pensavo di aver bisogno, perché la mia fantasia, la mia utopia e la mia creatività era già là.[…] Non so ciò che con questo “strumento” si potrà modificare, dato che ci si mette nella situazione di “dipendere” da esso per attuare qualcosa che per me invece viene prima e da altrove. Perché è vero che una struttura diversa crea nuovi miti, ma la struttura diversa che io volevo creare nella mia utopia era: prima le mie identità, e sottolineo il plurale, poi trovare gli strumenti per giocarci».

Il movimento delle donne è nato «sulla consapevolezza che ogni singola donna e che le donne insieme avevano acquisito delle contraddizioni interne ed esterne, private e pubbliche, che laceravano le loro vite, le loro scelte e i loro pensieri e che impedivano una definizione del proprio reale desiderio nel mondo e sul mondo». Daniela è convinta che l’appiattimento sulla sola contraddizione uomo-donna non porti politicamente lontano. «Nuovo sarà il mondo e finalmente luminosa la sua materia quando ogni differenza saprà e potrà “incarnarla” consapevolmente al meglio, senza divieti, imposizioni o appropriazioni».

Per questo Daniela ha scelto di abitare un luogo terzo, disposto all’accoglienza delle «infinite possibilità che ogni soggettività vivente, finita, può porre in essere e praticare».

«Questo è il nostro punto di avvistamento, quello della possibilità di soggettività e di rapporti plurimi differenziati, mediati, concatenati, in una serialità e variabilità dove i termini dei conflitti si stemperano per scelte reali di vita, parzialità di desideri, emozioni, valori, qualità e quantità, dati soggettivi ed oggettivi».

L’apporto stimolante e prezioso di Daniela Pellegrini che porto con me è il suo desiderio di produrre percorsi vitali, in cui ogni libera variante umana trovi lo spazio per modificare la realtà, a partire da sé, dalle esperienze e dalle pratiche materiali.

Daniela Pellegrini, Una donna di troppo. Storia di una vita politica “singolare,
Franco Angeli, Fondazione Elvira Badaracco, Milano, 2012, 272 pagine, 33 euro

Paola Di Cori, Asincronie del femminismo. Scritti 1986-2011, Edizioni ETS, Pisa, 2012, pagine 296, 22 euro

Recensione di Laura Lepetit

Recensione di Assunta Sarlo

Saggio di Daniela Pellegrini

 Sito Cicip & Ciciap

 

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One Comment
  1. mazzi lisa

    grazie per aver ricordato questa donna che anch’io conoscevo solo in rapporto al DEMAU e aver portato alla ns. attenzione questo libro!

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