Hannah, Rachel, Simone, antenate necessarie

Ci vengono insegnamenti preziosi dal bellissimo libro di Nadia Fusini, Hannah e le altre dedicato a tre importanti pensatrici del Novecento che «sono, per le donne di oggi, antenate indimenticabili»: Simone Weil, Hannah Arendt e la meno nota ma non meno speciale Rachel Bespaloff. Il testo – che nel titolo non per caso richiama Hannah e le sue sorelle, il famoso film di Woody Allen del 1986 – nonostante sia di difficile definizione, quanto al genere, risulta di chiara intenzione e trasparente scrittura. Tutto dipende dalla prospettiva che Nadia sceglie per parlarne, di queste antenate. Un punto di vista, un angolo visuale per il quale convoca l’autrice che nel Novecento ha visto e dato valore per tutte (e tutti) all’essere differenti delle donne: Virginia Woolf. Una differenza «che si incarna in un movimento di pensiero che procede verso la rottura dell’universale», che porta alla «potenza dell’ “altro sguardo”». Virginia lo dimostra senz’altro, ricorda Fusini, quando scrive Le tre ghinee, (13 giugno 1938), il suo pamphlet in cui dice dell’estraneità delle donne alla guerra.

Lo mostrano, sostiene Nadia Fusini, le tre donne – quasi sorelle dell’anima, tra cui rintraccia «magici incontri di destini» – di cui studia gli snodi della vita e del pensiero, i fili che ne hanno intessuto l’esistenza in un incrocio di storia, riflessioni, vicende. Anche loro hanno un angolo visuale speciale, per pensare il mondo, scrive Fusini: «Nel cuore del secolo scorso queste tre donne diverse e lontane tra loro si sono arrischiate in una riflessione sulla violenza, sul potere, sulla guerra, di un’altezza abissale…Queste tre donne sono scese come palombare nelle acque agitate della violenza smisurata che segnò il cuore delle loro esistenze. E lo poterono fare anche perché donne; perché in quanto donne erano particolarmente sensibili alle questioni che quegli anni difficili posero alla mente, al cuore, alla carne di tutte le creature viventi».

Tre pensatrici che, nei confronti del mostruoso progetto coltivato dal nazismo e culminato nella guerra, hanno prima di tutto in comune l’origine, sono donne ebree. Un’origine, un’appartenenza da ognuna diversamente vissuta, pensata, rappresentata, e che per ognuna ha segnato la vita, per esempio costringendole tutte e tre all’esilio negli Stati Uniti, un esilio da cui solo Simone Weil è tornata, per avvicinarsi alla resistenza francese, in Inghilterra. Un’origine che non è, in quanto tale, l’oggetto della narrazione di «coincidenze», di fili intrecciati che dipana Fusini, tanto è evidente, pressante –  incombente, verrebbe da dire, a metà del secolo scorso – nella vita di ciascuna. Solo nella conclusione del libro Nadia Fusini le definisce dal punto di vista della comune origine, rendendo esplicito quanto ha scritto. Una definizione importante, perché le colloca autorevolmente all’interno della tradizione, la tradizione del libro:  «Queste donne ebree» scrive Fusini, «sono “gli uomini del libro”» E precisa: «Uso il termine “uomini” come lo usa Hannah, al di là del sesso, per dire però che ci sono momenti in cui quel termine universale ha un volto di donna».

Donne del libro, perché di libri e di miti, per pensare la guerra, si sono occupate. Simone Weil e Rachel Bespaloff leggono Omero, l’Iliade. Hannah Arendt legge Kafka, Il castello, e in seguito quella storia gil processo di Eichmann.

Come ho già scritto che è difficile definire il genere di questo lavoro– forse una sorta di biografia delle relazioni intellettuali, dei nessi che hanno costruito una visione del mondo di forza formidabile – così non è facile ricostruirne il percorso. Che assomiglia al cammino di un sentiero che mano mano si apre alla vista di chi lo percorre. E questo è uno dei grandi pregi che ne fa un libro speciale, la capacità della scrittura di permettere a chi legge di sentirsi in cammino con lei, di aprirsi agli scorci, alle visioni che mano mano si aprono, alle profondità del viaggio che passo dopo passo si svelano. Un’esperienza possibile solo nella lettura diretta. Ma questo non impedisce di dire qui alcuni degli spunti, delle aperture che vengono dalla lettura.

Tra le suggestioni più forti, per me, la scoperta di Rachel Bespaloff, «la più segreta, sfuggente, riservata». Donna bellissima e fragile, nata in Bulgaria, nel 1895, cresce a Ginevra, e arriva infine a Parigi 1915, dove scopre una vocazione filosofica che la spingerà alla scrittura. Di che cosa scrive? Dell’Iliade, lo stesso poema omerico su cui ha lavorato Simone Weil, una delle coincidenze a cui Fusini dedica attenzione. È la guerra, che porta gli eroi – e le vittime di cui canta Omero – al centro dell’attenzione di queste esploratrici del pensiero: «in presenza di eventi che sconvolgono il loro mondo e la loro cultura, queste due donne impongono che sconvolgono il loro mondo e la loro cultura, queste due donne impongono al loro mondo e alla loro cultura di rileggere l’Iliade, per cogliere dietro il conflitto tra Troiani e Achei lo spettro del presente». Entrambe hanno letto il poema poco prima di partire per l’esilio, che entrambe detestano. Diversi gli accenti che ne ricavano: Simone Weil, nel suo celebre testo Il poema della forza, scrive soprattutto di Achille, del peso della forza. Rachel Bespaloff, che scrive dopo e definisce il saggio di Simone letto sui “Cahiers du Sud” «uno studio bellissimo», parla di Ettore ed Elena. Coincidenze, che costituiscono uno dei fili che tessono la trama della ricerca di Fusini. Rachel, che fu ricoverata nella stessa clinica in cui era stata curata Simone. Rachel che dopo la guerra, negli Stati Uniti in cui sempre si sente straniera, si uccide nel 1949. Di Simone Weil sappiamo che la scelta di testimoniare nel corpo –imponendosi il digiuno–  la sofferenza del mondo, la porta alla morte precoce, in Inghilterra, nel 1943.

Diversa la vita di Hannah, che dopo la guerra rimane in America, dove viene riconosciuta l’importante pensatrice che è. Eppure attraversata da mille coincidenze con la vita delle altre. Per esempio, un metaxù, scrive Fusini. Un mediatore, figura centrale del pensiero di Simone Weil, che può essere una persona reale, come Mary McCarty. La scrittrice americana che traduce in inglese sia il saggio sull’Iliade di Simone Weil che quello di Rachel Bespaloff, e soprattutto è l’amica americana di Hannah. Un altro metaxù tra le tre donne è un uomo, Jean Wahl, «il quale quasi fosse un mezzano favorisce l’incontro mentale tra Rachel e Simon, e quello fisico tra Hannah e Rachel». E chi era Jean Wahl? «per molti versi il prototipo dell’ebreo cosmopolita che i nazisti odiavano», arrivato negli Stati Uniti, si dedicò all’organizzazione degli incontri che ripresero la tradizione di quelli tenuti all’abbazia di Pontigny. Vi parteciparono sia Rachel che Hannah. Lei parlò di Kafka, del Castello. Rachel l’ascoltava. «Ci introduce a una forma del potere nuova», La visione della forma burocratica  e mortifera del potere assunta dal nazismo, già intuita da Simone Weil. Quella che si troverà a descrivere “in azione” nelle cronache del processo ad Eichmann, di cui lui, l’imputato, era l’incarnazione. L’esecutore dell’impersonalità del potere. La banalità del male.

È inesauribile la fittissima rete di rimandi, incontri, persone, che Nadia Fusini offre. Emily Dickinson, Wystan Hugh Auden, Rahel Vanhagen, Albert Camus, Irene Nemirowski, sono alcuni dei richiami, dei nodi che tessono la rete sottile e forte di un testo da leggere e rileggere.

Da ultimo vorrei dire dell’effetto che ha prodotto in me questo libro, che lo rende speciale ai miei occhi. Sento salire un invito forte da queste pagine. Non si tratta solo di comprendere meglio la vita, il pensiero di queste nostre antenate. Nel ricostruirne la forza del pensiero, sento l’esortazione a farla nostra, quella forza. Ascoltiamole, queste donne del libro, queste pensatrici che guardarono la violenza che si trovarono di fronte senza remore, senza esitazioni. Con loro osiamo pensare – ora, adesso – questa nostra epoca di crisi. L’angolo delle donne non è angusto, la visuale è ampia, ampia quanto il mondo.

 

Nadia Fusini, Hannah e le altreEinaudi Torino 2013, 163 pagine 18 euro

Leggendaria n.101 ottobre 2013

 

 

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2 Comments
  1. Luciana Scarcia

    Molto bella questa recensione, che ho potuto apprezzare al meglio avendo letto il libro. Recensione che prolunga fino a me quel filo comune a queste donne così “utili” alla vita.
    Grazie
    Luciana

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