Sandra Frizzera: Uno sguardo di donna trentina sulla realtà globale

Diffondiamo la recensione di Giovanna Covi del volume Trento universitaria di Sandra Frizzera, scomparsa il 24 ottobre.

Sandra Frizzera: Uno sguardo di donna trentina sulla realtà globale

La straordinaria vitalità, il solido ottimismo per il futuro, che Sandra Frizzera meno di un mese fa alla Mostra dell’Editoria Trentina aveva portato alla presentazione dell’ultimo suo romanzo, Trento universitaria (Trento: Edizioni31, 2013), ci lasciano increduli oggi (24 ottobre 2013) davanti alla sua scomparsa.  Ho avuto l’onore di presentare il suo ultimo romanzo fresco di stampa, che segue una lunga serie di romanzi, una ventina per adulti e un’altra ventina per ragazzi, libri che negli anni hanno aiutato molti di noi a guardare alla nostra realtà locale con occhio amorevolmente critico, con un’immensa apertura al mondo intero, e con la cura dello sguardo di una donna fiera di essere tale e pronta a portare la propria indipendente specificità nelle cose del mondo. Libri che, per dirla con un cliché, ci hanno aiutato a costruire una coscienza glocale, un’idea dell’essere trentine e trentini né rinchiusa su se stessa né dissolta nella globalizzazione. La sua straordinaria capacità di condurci a riflettere su questa piccola provincia, i suoi monti e la sua gente in rapporto ai fatti più significativi del secolo scorso e del presente, dalle due guerre mondiali a quella più recente nella ex-Jugoslavia, dalla consapevolezza dei genocidi perpetrati dalle potenze europee, quelle coloniali nel Nuovo Mondo così come quelle nazi-fasciste nei confronti degli ebrei e delle altre minoranze in Europa, dello stato turco nei confronti degli armeni così come dello stato argentino nei confronti dei suoi dissidenti, insieme alle vicende legate alla mobilità delle persone costrette a migrare lontano da o verso il Trentino, sempre comunque in cerca di miglior vita, di maggior libertà, della possibilità di un futuro felice—tutti questi temi caratterizzano questo così come hanno segnato molti suoi libri precedenti, ed è difficile non pensare che Sandra Frizzera non abbia lasciato nel suo cassetto altri manoscritti, pieni anch’essi dell’energia creativa della sua mente rispettosa della storia, concentrata sul presente, e sempre capace di programmare un cambiamento futuro.

Sandra Frizzera ha sempre amato e compreso il dignitoso spessore di questa terra chiusa e ritrosa, ben prima della recente attenzione a dati statistici che citano la Provincia Autonoma e l’Ateneo trentino tra le istituzioni virtuose del territorio nazionale.  Ha sempre ritratto una Trento che vale per la propria storia di confine, per il paesaggio esigente e magnifico, per l’operosità della sua gente che ha saputo distinguersi per la tradizione agricola cooperativa, per un’alfabetizzazione di stampo asburgico prematura rispetto al resto d’Italia, e per il dialogo con il mondo germanico. La tenacia con cui Frizzera ha fatto della scrittura il proprio mestiere ed arte, senza compromessi sia come giornalista che come scrittrice, la sua voce chiara e forte di donna che all’inizio della carriera si era affacciata su un mondo tutto maschile (nasce nel 1924, prima di 6 fratelli in una famiglia contadina),  trasmettono indipendenza di pensiero in una lingua e uno stile propri inconfondibili, sicuri di sé e della propria voce, mai accondiscendenti rispetto ai mutamenti di mode superficiali.  Sia nell’espressione letteraria che nel proprio radicamento nello sguardo femminile sul mondo, Frizzera compone narrazioni che coerentemente sanno essere sempre letteratura, quindi lingua, pur senza mai perdere d’occhio la spinta etica e sociale che fa nascere la sua vena creativa. Sono racconti realistici che rifiutano di riprodurre l’impoverimento linguistico del nostro quotidiano, anche nei dialoghi, perché Frizzera costringe tutti i propri personaggi ad abitare la lingua nella sua pienezza e maggiore precisione espressiva. L’effetto è pieno di speranza: si incontrano studenti capaci di articolare in maniera ricca e profonda i propri pensieri e si immagina con loro di cambiare in meglio la nostra realtà.

Il suo Trento universitaria ci restituisce la parte migliore, o forse quella che ancora non c’è, dell’università e della città degli ultimi decenni: il rapporto tra ateneo e cittadinanza, gli studenti non trentini che imparano ad amarla, gli scambi di idee e di opinioni che purtroppo non trovano abbastanza posto nelle aule universitarie ma che molti di noi sperano nascano comunque negli appartamenti e nei luoghi in cui la Trento universitaria oggi riunisce gente di ogni paese, scambi che si spera siano palestre feconde per la pianificazione di un futuro meno violento e più condiviso del presente. Il romanzo raccogliere in un appartamento di Trento gran parte del mondo che negli anni in cui si spegneva il 20 secolo avrebbe contribuito a configurare il nostro globalizzato presente.  La sua penna dà voce a giovani che parlano tanto di realtà lontane quanto di sentimenti intimi, fra gli altri, con Varena si guarda all’Argentina,  con Giulietta ci si ricorda di quel paese “trentino” creato nel 1882 dall’Impero Austroungarico in Bosnia e dimenticato dall’Italia, con Sigfrido si tiene il collegamento con il mondo tedesco e con lo studente fallito Marcello e la triestina Flora ci si sorprende di quanto possano cambiare le persone innamorandosi.  Il romanzo nelle sue ultime pagine rivela un mistero che getta luce sulla protagonista della vicenda, Marina, la signora che ospita i ragazzi. Ma quanto di importante c’è da capire di Marina accade a mio avviso nella prima parte del romanzo, nel capitolo 17, il capitolo più esplicitamente sessuale di ogni altro. Qui Marina si mostra nella sua complessità e assoluta indipendenza, scioglie ogni dubbio sull’impressione che possa essere una donna anziana e sola in cerca di semplice compagnia quando decide di aprire la propria casa agli studenti universitari. Dopo l’episodio in cui esprime i proprio desiderio sessuale, la sua proposta di ritrovarsi periodicamente con i suoi giovani affittuari assume uno spessore culturale che sconfina in azione politica. Qui si capisce che davvero è Marina l’artefice di una Trento universitaria che conta perché può cambiare la collettività, perché crea pensiero, costruisce identità libere. Ed è grazie alla complessità di questa personaggia, di Marina, che Trento universitaria sa svolgere in pieno la funzione della letteratura, che sì serve alla società: quella di mostrare del presente quel che è possibile, che ancora non c’è ma che può essere immaginato e dunque agito. Grazie Sandra!

Giovanna Covi

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