Paesaggi, scenari di mancanze

“Dalle rovine le storie escono quasi naturalmente illese. Liberano un tempo nuovo, sostenibile. Sono le storie che vibrano ancora nell’aria a fare di un abitato un luogo. Uno spazio che è reso tale dal carico di memoria, sentimenti, drammi che gravano intorno alle sue pietre.” Antonella Tarpino, storica, in Spaesati. Luoghi dell’Italia in abbandono tra memoria e futuro ci trasporta in un viaggio attraverso il paesaggio italiano dei margini, le cui rovine sollecitano pregnanti domande. L’autrice procede a “interrogare i luoghi in abbandono in un confronto stringente con il presente, disseminato a sua volta -questa la chiave dell’indagine- di relitti moderni, fisici e ancor più culturali.”

La scrittura della studiosa si configura come una tessitura narrativa che cuce insieme personaggi dei romanzi con testimonianze reali, immagini dai film con fotografie storiche, oggetti evocativi con contesti mutati e così facendo ci porta in giro per l’Italia attraverso un’affascinante percorso storico-geografico che dall’alto delle montagne del Nord, dalle Alpi, passando per la pianura del Po e per gli Appennini, giunge al basso del mar Mediterraneo con i paesi abbandonati della Locride. Un viaggio nel paese spaesato di cui vien quasi voglia di vedere un documentario delle peregrinazioni di Antonella Tarpino.

Paesaggi dimenticati, luoghi disabitati, ambienti lavorativi in disuso, macerie segnano le tappe di questo insolito ed istruttivo racconto. La complicità con le cose ed i luoghi è segnata da strappi sofferenti avvenuti a causa di catastrofi naturali ed incuria umana. La rovina, figura insieme del tempo e dello spazio, è formativa, e richiamando al senso di responsabilità, impone di prendere posizione. “La rovina -scrive Tarpino- è contemporaneamente residuo, ferita aperta di una sfida sempre in piedi tra i diversi tempi. E nel conflitto inesausto, segnato dalle tracce visibili delle sue vittime (le rovine appunto) prende forma un mondo morale, etico in sé. Come uno specchio opaco, la rovina ci esorta infatti a una presa di misura della drammaticità della vita.[…] Incontrando il passato proprio nel punto della sua estrema vulnerabilità, la figura della rovina ci rimanda inevitabilmente alla precarietà del nostro stesso destino.”

Nelle rovine si incarna anche il legame tra memoria e futuro. “Al cospetto delle cose in rovina, frammenti di una storia in rottami (uno scarpone dei partigiani, resti di un seccatoio per le castagne), la memoria si fa più intensa.[…] E proprio inciampando nei suoi ruderi si avverte quanto il passato contamini ancora il presente. Nell’impatto con la sua materia consunta, ma ancora nonostante tutto “in piedi”, il tempo è come se fuoriuscisse dall’indifferenza del suo scorrere e le povere pietre di una borgata in declino ricucissero il filo interrotto di storie latenti, sepolte sotto traccia.”

Riaffiorano così i racconti della prima brigata partigiana formata, tra gli altri, da Duccio Galimberti, Livio Bianco, Nuto Revelli, insediatesi a Paraloup, antico alpeggio cuneese, recuperato ora come sito memoriale della Resistenza. La borgata fu una scuola politica di formazione, una vera e propria città ideale per il futuro mondo liberato dal regime fascista.

Antonella Tarpino osserva che sono sempre più i territori, soprattutto quelli ai margini, ad “offrire le ragioni profonde dello stare insieme delle comunità in sofferenza. Sempre più a quei luoghi (spazi carichi di esperienza e di memoria plurale) sembra affidata l’estrema sfida dei gruppi che, pur spesso costretti ad esistenze anonime negli abitati disgregati dalla violenza di dissesti naturali o dalla speculazione edilizia, guardano ad essi nella ricerca attiva di profonde (certo talvolta ambigue) condivisioni.[…] Mondi in lento movimento che, proprio in forza di una contaminazione tra memoria e aspettative di futuro, pongono le basi per pratiche di buona politica. Con l’obiettivo primario di rinnovare, estenderlo a tutte le latitudini, un diritto, non solo retorico, di cittadinanza. E in cui i territori dolenti cominciano a farla da protagonisti.”

Con tale premessa facciamo tappa nella Bassa padana, a contatto con le rovine liquide della civiltà contadina, sulle rive del Po, fiume “volubile e capriccioso” che, irato, può scatenare “le acque in tumulto che rompono gli argini e allagano i campi”. Nelle cascine confluiscono “linee basse di acque e di terre che si spezzano, nello scenario ribollente del lavoro e dei conflitti, a segnare la simbiosi cosmica in cui uomini e natura sembrano faticosamente convivere.” Tarpino ripercorre le tracce degli scioperi della Lega socialista che, a cavallo del secolo scorso, travolsero, alla stregua di “un’onda in piena, le campagne” sfidando “con le donne inermi, schierate in una serpentina ammutolita, i fucili dei soldati.” Alcune cascine fanno oggi scuola, come la lega di Cultura di Piadena “fucina di straordinarie inchieste sociali (memorie, documenti, mostre fotografiche, registrazioni di canti popolari)”, altre ospitano i cambiamenti indotti “dal flusso del globale”: gli attuali paisan, braccianti e bergamini sono originari dell’India.

Proseguiamo nel nostro viaggio ed arriviamo in centro Italia, sui terremotati Appennini, fermandoci in Irpinia, a Carbonara, a Conza, all’Aquila, ad Onna. “Disordine, sovvertimento di ogni ordine vitale: scardinamento della fiducia, scossa in modo irreversibile dal terremoto, nella stessa saldezza del suolo della madre terra così come è incarnata nei meccanismi profondi degli apparati sensoriali. Il terremoto sconvolge non solo le viscere della terra ma la stessa unità dell’io: “squadernando” un momento della vita umana condensato in un punto.” I traumi indelebili tracciati dai sismi sui corpi e sulle terre condensano la gamma di fragili sentimenti esperibili di fronte allo spaesamento creato dai paesaggi abbandonati, violati, mutati. Le parole della malinconia dicono “il mondo morale delle rovine, fatto di perdita e restituzione, di conflitto e quiete, di alti e di bassi”.

Antonella Tarpino ci parla diffusamente del conflitto che sta nell’edificio in rovina, “fra il suo tendere verso l’alto (lo spirito originario del progetto) e lo sprofondare verso il basso (la terra, la natura). Così da disegnare proprio una figura non chiusa.[…] Di qui il sentimento ambivalente che proviamo alla vista delle rovine. Quiete ed inquietudine insieme: pace, che non esclude però dissonanze, stridori acuti della fine. Tra i vecchi ruderi risuonano sia gli echi di una tragedia cosmica, consumata sotto i nostri occhi, sia le note più dolceamare della malinconia: la percezione di un passato non del tutto spento, visibile, semmai nella sua forma “più al presente”.”

E con un sentimento di nostalgia del futuro, giungiamo sulle coste del Mediterraneo, dentro la geografia dell’abbandono che abita la Calabria. “Le strade sbarrate, interrotte da pendii e scoscendimenti, le strade della salvezza, invocate e poi rimaste sulla carta, ingoiate dalle frane e dall’acqua: sono loro le vere protagoniste delle storie di tanti abbandoni, luoghi in rovina, miseria, memorie stralciate.” Da Pentedattilo, da Africo, da San Leo, borghi incompiuti e spopolati ai margini della fine del mondo, giungiamo a Riace, cittadina famosa per i Bronzi, ritrovate “rovine subacquee”. Riace, laboratorio di microeconomie, baluardo “anche simbolico contro lo strapotere  e i grandi numeri della ‘ndragheta”, ha saputo guardare oltre il limite, “lavorando sulle sue forme cave, accogliendo tra i suoi vuoti, in una sorta di abbraccio anche simbolico, i rifugiati provenienti dai fronti di guerra.”

Nei luoghi inerti si avverte contraddittoriamente un senso di futuro, nei luoghi caduti si ritrovano nuova visibilità e nuove forme.

“Ci indicano, quelle baite di montagna (ma anche le vecchie case di Riace che oggi ospitano i rifugiati dal Mediterraneo in fiamme) la strada per nuove, non meno audaci, resistenze -osserva Tarpino-: che ci attrezzino mentalmente -mostrandoci anzitutto una scala rivisitata delle priorità- a sventare i tanti agguati che ci tende il presente. La memoria ci può soccorrere concorrendo, con le parole ritrovate, a dare un nome ai mondi e alle cose (un po’ come tra i sepolcri delle Ardeatine) e ricostituire trame di senso per ciò, che in un disegno confuso e certo sempre diverso, viene avanti”.

Questa la bussola che ci fornisce Antonella Tarpino per attraversare con un po’ meno spaesamento gli scenari di mancanze che ci circondano.

 

Antonella Tarpino, Spaesati. Luoghi dell’Italia in abbandono tra memoria e futuro, Einaudi, (Einaudi. Passaggi),Torino, 2012, pagine 25, 18 euro

Sito libro

intervista al programma radiofonico Fahrenheit

Intervista al programma tv Unomattina

recensione Corrado Stajano

Recensione Giorgio Boatti

recensione di Boris Stoinich

 

PASSAPAROLA: FacebooktwitterpinterestFacebooktwitterpinterest GRAZIE ♥
The following two tabs change content below.
La Società Italiana delle Letterate (SIL), fondata nel 1995, è costituita da circa duecento scrittrici, insegnanti, studiose di varie letterature, giornaliste, ricercatrici e operatrici culturali di diverse generazioni e provenienti da varie regioni. Siamo tutte naturalmente appassionate di libri e di storie e in quanto letterate ci consideriamo innanzi tutto lettrici.
Categorie
2 Comments
  1. antonella tarpino

    Grazie a tutte voi e mi spiace molto di non essere riuscita a venire all’Aquila. Un grazie particolare a Pamela che ha scritto una recensione davvero acuta sul mio Spaesati. Conto di leggermi i materiali straordinari che mi ha segnalato Silvia Neonato con cui sono in contatto e poi inviare un pezzo su quel che avrei voluto dite all’Aquila, cosi’ anche per tenerci in rete. A presto allora Antonella Tarpino

  2. Silvia Neonato

    Pamela ha scritto una recensione forte ed emozionante che spero invogli le nostre lettrici e i lettori a comprare il suo libro e a regalarlo. Ho raccontato a Antonella Tarpino che sullo speciale di Leggendaria, nella parte dedicata al convegno aquilano, il suo libro è citato in quasi tutti gli articoli e le sue riflessioni declinate in mille altri rivoli e percorsi.
    Non vedo l’ora che ci scriva le sue riflessioni. Anche perché lei ha una rete di donne che recuperano i paesi abbandonati in Piemonte (ne parla in “Spaesati”).
    All’Aquila sono state giornate bellissime che non dimenticherò

0 Pings & Trackbacks

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.