Verso l'Aquila/ La parola che cura

“Noi, le libere donne del comitato di Cornigliano, ci battiamo per demolire uno dei monoliti della classe operaia: l’industria pesante, rumorosa e fetente, il mostro sputa fuoco, l’incudine e il martello all’ennesima potenza”. Era il 1988 e, a Cornigliano, quartiere industriale di Genova, il Comitato lanciava la sua sfida. Quelle donne, che nel corso degli anni sarebbero diventate via via più agguerrite, volevano vivere e lavorare senza fumi velenosi. Taranto è lì a ricordarci che tuttora il mostro sputa fuoco viene difeso perché da’ lavoro a migliaia di famiglie. Figuriamoci allora, quando Leila Maiocco e le altre assediarono le acciaierie genovesi per dire l’inaudito: ci si ammala di tumore polmonare per via delle polveri che troviamo sui davanzali e sul bucato, la salute della collettività viene prima del lavoro.

La scommessa era  bonificare sia la fabbrica sia il quartiere e lottare tutti insieme operai, femministe, sindacato e partiti. Le libere donne di Cornigliano sono state le prime, in Italia, a vincere questa battaglia e Leila Maiocco lo racconta magistralmente in Passioni d’acciaio: nel 2002 le cockerie si spengono, i Riva, gli stessi di Taranto, a Genova rinunciano alla lavorazione a caldo nelle loro Acciaierie.

La guerra delle donne ai veleni si fa testimonianza, narrazione, poesia, romanzo, teatro, cinema. Succede anche a Casale Monferrato che si solleva contro la Eternit, la  fabbrica che tra il 1906 e il 1986 ha prodotto un composto mortale di cemento e amianto. È Silvana Mossano a dare voce alle donne della sua città in Malapolvere. Ed è Laura Curino, a raccogliere il titolo e le storie di Silvana per portarle in scena, partecipe e tagliente. Una lezione di impegno civile e politico.

Troverete in questo speciale di Leggendaria dedicato al convegno dell’Aquila della Società italiana delle letterate (che ha lavorato con l’ateneo aquilano e l’associazione Donne TerreMutate) le tracce di molte scrittrici e pensatrici che hanno provato a curare la terra, l’aria, i fiumi, l’esilio, la smemoratezza. Dopo le guerre. Dopo le catastrofi. Dopo le speculazioni. Autrici che hanno urlato di rabbia oppure  avvolto di parole pietose i paesaggi violati, come si fa con un corpo violato per strapparlo al buio.

Clara Cot è l’artista a cui, per il nostro convegno, abbiamo rubato l’immagine della donna che applica cerotti (o bende?) sulla crepa/ferita di un muro. Combinazione le matriarche di questa battaglia erano due partigiane: Tina Merlin, che scrisse contro la diga del Vajont prima del macello del 1963 e Laura Conti, che circa un decennio dopo, con il proprio lavoro di medico e con gli scritti, guerreggiò contro la nube tossica del reattore dell’Icmesa a Seveso.

Molte le invitate al nostro convegno. Storiche, scrittrici, registe, letterate naturalmente. Dal Canada abbiamo chiamato all’Aquila Anne Michaels – e nello speciale pubblicato su Leggendaria leggerete molto di lei – perché nei suoi romanzi racconta la devastazione di Varsavia, il massacro degli ebrei compiuto dal nazismo e la grande opera realizzata in Egitto per creare il lago Nasser: i templi di Assuan ricostruiti, perdono l’anima ma restano. Gli umani e i loro animali vengono invece deportati altrove e le piante muoiono. A cosa è servito ricostruire i templi?

Sappiamo da Italo Calvino che si può romanzare addirittura la speculazione edilizia. Lo scrittore magari riuscirà a conquistare  nuovi militanti a una giusta lotta. In Rovina Simona Vinci redige un atto d’accusa alla  devastazione edilizia compiuta dall’ecomafia narrando di un residence da costruire sulla strada Reggio-Parma. Terra agricola illegalmente resa edificabile, cemento carico di scorie velenose riciclate, enti pubblici corrotti e abitanti del residence travolti a uno a uno in questa storia violenta come un film dell’orrore.

La nostra scommessa per l’Aquila era proprio questa: cosa accade se la scrittura si allunga verso la catastrofe? E la parola può curare e cambiare le cose? A leggere gli articoli di questo speciale si direbbe di sì. Le voci, il ricordo, la memoria ricostruiscono paesaggi interiori, strappano le macerie al loro silenzio, ridanno vita e forma al vivente. Chi salverà il piccolo, mite delfino d’acqua dolce dall’inquinamento del delta del Gange? Piya, la biologa marina che Amitav Ghosh fa navigare intrepida nella pagine di Il paese delle maree. Chi potrà far risorgere Pristina, “la città che vomita se stessa” dopo la mattanza dei maschi e lo stupro delle donne? Le tre incancellabili kosovare di Piccola guerra perfetta dell’albanese Elvira Dones che ci conducono sulle vie di Pristina sotto le bombe della Nato.

“Dietro i sereni vasetti di fiori, dietro le teiere, i tappeti, c’è l’altro volto vero della casa, il volto atroce della casa crollata. Non guariremo più di questa guerra”, dice nel 1946, disperata, Natalia Ginzburg nel racconto Il figlio dell’uomo. Ma continuerà a scrivere fino alla fine, mai arresa. Tanto da sfidare i magistrati che hanno sottratto una bimba adottata illegalmente. I suoi genitori illegali la amano, protesterà lei dalle colonne del Corriere della sera.

Dopo il terremoto dell’Emilia Marinella Manicardi – che sarà all’Aquila con noi e che ha scritto insieme con altri  Alzando da terra il sole –  nel suo racconto va nella zona rossa di Mirandola. Dietro la facciata di case, palazzi e chiese non c’è più nulla. Allora, credo per salvarsi, scrive ancora: “È  crollato il tempo. Me la sono inventata io la mia infanzia felice a Mirandola?”.

LEILA MAIOCCO ROBERTO ORLANDO, Passioni d’acciaio, De Ferrari Genova 2002, pag. 110, euro 10

SILVANA MOSSANO, Malapolvere, Sonda 2010, pag 232, 15 euro

ITALO CALVINO, La speculazione edilizia, Einaudi 1963

SIMONA VINCI, Rovina, Ambiente Edizione, Milano 2007, pag 144, 10 euro

ELVIRA DONES, Piccola guerra perfetta, Einaudi 2010, pag 166, 17 euro

AMITAV GHOSH, Il paese delle maree, NERI POZZA 2005, pag. 460, euro 17,50

NATALIA GINZBURG, Le piccole virtù, Einaudi 1962, pag 140

AA.VV ALZANDO DA TERRA IL SOLE, MONDADORI 2012, PAG 298, 15 EURO

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La Società Italiana delle Letterate (SIL), fondata nel 1995, è costituita da circa duecento scrittrici, insegnanti, studiose di varie letterature, giornaliste, ricercatrici e operatrici culturali di diverse generazioni e provenienti da varie regioni. Siamo tutte naturalmente appassionate di libri e di storie e in quanto letterate ci consideriamo innanzi tutto lettrici.

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2 Comments
  1. Nadeia De Gasperis

    Sono tornata all’Aquila. Ieri.
    ”Da quanto mancavi?”
    Mancavo da un anno.
    “da quanto mancava a te?”
    Da sempre.
    “è tanto tempo un anno! come si fa a stare lontano dagli affetti così tanto tempo? e i ricordi? La mancanza?”
    Si fa. Ci si abitua. Quando arrivano stai fermo, trattieni il respiro, allarghi le braccia e aspetti che passi, come con le onde grosse del mare, ti lasci attraversare.
    Mi guardo intorno, vedo case in ricostruzione, altre già rifinite, tanta gente, quantifico, quanta gente! quanta vita nuova!
    Procedo. Ci sono tante gru, dove sta la casa che era qui? e i ponteggi, tanti ponteggi. Smetto di quantificare. Pontifico.
    Arrivo al castello, ci sono mamme con le carrozzine, anziani a passeggio, coppiette mano nella mano, guardo giù, nel fossato, enormi sassi, non me li ricordavo, caduti proprio dalla facciata principale, come un polifemo sdendato, denti ciclopici, chi ti ha scosso così forte, Forte spagnolo?
    Inizio un percorso tortuoso, tra materiale edilizio, travi e sacchi di ricordi. Sbuco da un vicolo, mi trovo davanti tre militari e un carro.
    Ancora i militari?
    “certo, devono garantire la sicurezza, la pace del luogo”
    Hai fatto una figuraccia retorica sai!?, hai accostato un militare alla pace.
    Quanto rumore, i martelli, l’aria è intrisa di polvere di gesso e cemento, graffia la gola, brucia la pelle.
    “è buon segno”
    per me o per la città?
    É freddo ora, sento freddo. Ma lo so, superato questo tratto all’ ombra dei ponteggi , c’è piazza duomo, lì a ottobre, a quest’ora del pomeriggio, vedrai che luce, che tepore! Il frastuono sta scemando, Incrocio gli operai che staccano da lavoro, sono bianchi in volto, ma i tratti sono riconoscibili, sono slavi, piegati dalla fatica, in fila escono dai vicoli, li guida il capomastro, lui non ha i tratti slavi, è meno bianco in volto.
    Tra poco è Natale. Mi piacevano le lucine blu di Natale, trasmettevano buonumore a corrente alternata. Dove le metteranno le lucine!?!?!
    “non vedi quanti puntellamenti, quanti appigli?”
    A piazza Duomo c’è un forte odore di caffè, sono confusa, è suggestione? È il caffè delle 7 di mattina sul braciere del mercato, per vincere il freddo e il sonno degli ambulanti. Ma l’odore dei ricordi è firmato Nurzia, quella dei torroni, e tra poco chiuderà, perchè la piazza è vuota, non è rimasto quasi nessuno, neppure gli operai.
    Aspetta! sento delle risate, sono dei ragazzi in un bar, ridono sguaiatamente, una risata isterica e guardano fisso, come in un fermo immagine di un film drammatico.
    Inizia la discesa, verso CASA, la strada si allarga ma ancora mi stringe la gola.
    Qui è più freddo che altrove, il sole non ci arriva mai, la mattina salgo a guardare il termometro della farmacia, prima di prendere l’autobus, poi scommettiamo con gli amici sugli scarti tra la temperatura percepita e quella polare reale.
    La banca ha resistito. Perchè le banche rimangono in piedi? E di fronte hanno aperto il palazzo del governo, l’hanno ricostruito in stile fascista, come era. Tra i due enormi portoni si è innescato un vortice di corrente ascensionale. Fa freddo qui, fa più freddo che altrove.
    Mi sto avvicinando al MIO vicolo, da lontano, in direzione opposta, sale una ragazza dai capelli lunghi neri, le gambe un po’ arcuate il passo inconfondibile, è la mia amica, ci vediamo dopo una giornata di lezioni, mi sei mancata.
    Ricomincio a sentire i rumori. Hanno riniziato a martellare?
    “no, sei tu che stai crollando, hai resistito a milioni di anni di ricordi, come quel vecchio Mammuth nel castello, sei crollata in una manciata di secondi, per lo scossone di un ricordo”.Ma sei fortunata tu, sei viva, hai i ricordi in piedi, è crollata solo la scenografia”
    Mi lacrimano gli occhi, mi graffia la gola. La pelle brucia, brucia.
    “ricordi!?, sei allergica al cemento”
    Inizio a sbadiglIare, non riesco a smettere. Penso, penso quanto un gesto di indifferenza possa racchiudere tanto dolore. Sbadiglio la fatica degli operai, il sonno degli ambulanti alle 7 del mattino, le risate dei bambini al castello, quelle convulse dei ragazzi del bar, quelle mie e dei miei amici, la fame di giustizia, il sonno sulla ricostruzione, le risate di chi “quella notte rideva”.

    Mi sento come l’uomo di latta del mago di oz, o il leone fifone, non so, ho una gran voglia di tornare a casa, quella ancora in piedi. La strada è finita. Ci sono i militari a chiudere il tragitto. Un militare non fa la pace nel cuore.
    La voce fuori campo è quella del fantasma dell’opera di ricostruzione.

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