Il coraggio, le scarpe e il mondo

Il nuovo romanzo di Ginevra Bompiani si intitola La neve ed è bellissimo. Si tratta di una minuta interrogazione corale sugli oggetti e la loro capacità di fare da elementi medi tra noi e il mondo. Ma c’è di più. Bompiani infatti, che da sempre ha abituato lettrici e lettori ad una scrittura elegante e asciutta, sceglie di consegnare alla sua protagonista Lea il compito di alcune domande di senso che riguardano tutte e tutti. È il coraggio a marcare il confine tra felicità e tristezza? Ma soprattutto: è la mancanza di coraggio a definire il timore nei confronti dell’imprevedibile?

A domandarsi tutto ciò è Lea, una donna che la narrazione di Bompiani segue come sua personaggia principale. Il tessuto della storia si configura tuttavia come una mappa in cui sono segnate le singole direzioni che l’esistenza può assumere. Quella di Lea è una delle innumerevoli possibilità che La neve rintraccia, ghiaccia e ci restituisce come uno di quei ricordi spigolosi e necessari con cui fare i conti. Presto o tardi. Le vicende di Lea si intrecciano principalmente con quelle di altre donne che stabiliscono con lei una relazione di fiducia e pazienza. Il romanzo si apre sul presente della condizione di Lea. Animata da emozioni contraddittorie e ambivalenti, dopo aver parlato con la dottoressa che l’ha in cura e che le prescrive dei nuovi farmaci per dormire, viene ridestata da un accadimento del tutto inaspettato: assiste infatti ad un incidente in cui un ragazzo, davanti a lei, viene travolto e resta riverso a terra. La neve si sporca di sangue.

Nell’immobilismo di questa immagine che repentinamente si cristallizza davanti ai suoi occhi, Lea pensa di non poter intervenire. Sembra un fatto banale ma in realtà consente alla scrittrice di puntellare una serie di passaggi intorno al caso e alla sua rilevanza. E intorno al sangue che Lea non capisce fino in fondo se sia elemento di vita o di morte. Torna dunque dalla sorella Anna che sta a casa bloccata da una malattia invalidante che l’ha chiusa al mondo e le racconta tutto. In questo doppio gioco di intenzionalità coscienziale, di cui Bompiani è maestra, Lea si riconosce finalmente triste e sola.

Finalmente perché fino a quel momento non sapeva esattamente cosa le stesse accadendo. Attraverso il silenzio della sorella, per lei specchio spietato delle sue più fonde emozioni, Lea avverte di dover ripercorrere i passaggi attraverso cui è arrivata a quel punto. Qual è infatti l’incedere di un passo che a un certo punto incespica e azzanna la parte malinconica di ciascuna e ciascuno di noi? Le si può dare un nome più preciso di un generico stato ansioso-depressivo? La si può forse sistemare in un piano preordinato di piccole o grandi sventure che in un preciso momento vengono a bussare alla porta della nostra quotidianità? Per tutti questi quesiti Lea sembra non avere una risposta, e lo spazio narrativo si fa paradossalmente più fluido proprio per questa mancanza di soluzioni definitive.

Lea attraversa così gli ultimi anni della sua esistenza, quelle svolte fatte di sospensione e illusione che le avevano fatto credere ad un’effervescenza che di fatto non è più come l’aveva ipotizzata. Piuttosto ricorda quando la sua vita era scandita dalla regolarità di un lavoro che ora invece non ha più. Di quando aveva pensato che avrebbe potuto costruirsene uno tutto per sé di lavoro, insieme a Carolina e Violetta, due amiche che in effetti rappresentano altrettanti modi di affrontare le relazioni e il mondo. La prima abbastanza autocentrata ma generosa nell’ospitalità dell’altra. La seconda tra figli, nipoti, marito e cucina ma disposta a dare all’amicizia una qualità fondante. Da qui si dipana il racconto puntuale dell’attività che le ha viste impegnate per qualche anno: una bottega di scarpe fatte artigianalmente, impresa pensata da Lea. Ecologiche, e dunque senza spargimenti di sangue, colorate e con pochi modelli precisi, per Lea rappresentano più degli oggetti di transizione tra sé e la difficoltà con l’assestamento nel mondo. Le scarpe che Lea decide di costruire, comode e salde, e che consentono a chi le acquisterà di poter varcare l’asperità del suolo con viva determinazione, perdono d’interesse nel momento in cui accade qualcosa di imprevedibile.

L’incontro con Adele, giovane donna che si presenta una sera piovosa per chiedere a Lea una riparazione ai propri scarponi, è il fuoco attraverso cui ruotano alcuni importanti interrogativi. Quando Lea prende in mano la scarpa sorridente di Adele e si rende conto della sua straordinaria fattura, il meccanismo della perdita dell’oggetto di transizione è già in atto. È infatti attraverso l’incontro con un’altra donna in carne e ossa che Lea si rende conto che la perfezione è terribile, oltre che crudele. In fondo Adele e la sua bislacca entrata nella vita di Lea non attengono solo ad una faccenda puramente lavorativa ma significano la sperimentazione di un equilibrio imprevisto. La perfezione che Lea rintraccia in quegli scarponi è segnata  da una confidenza con la crudeltà: scopre infatti che sono fatte dalla pelle di agnelli molto piccoli. Perché Adele, che vive in Sardegna, ha un fratello che fa il pastore e che fabbrica, tra le altre cose, le scarpe per la propria famiglia.

Questo rilievo verrà successivamente sostituito dalla curiosa frequentazione tra Lea e Adele – quest’ultima decide appunto di trasferirsi a Roma e viene assunta come lavorante nella bottega artigiana. La circostanza offre a Bompiani la creazione di un dispositivo che stringe le sue personagge intorno alla domanda iniziale sul coraggio: esiste in effetti il coraggio quando ci si scontra con l’imprevedibile? Se Lea, il soggetto dell’esitazione davanti alla perfezione, mette da parte le scarpe, l’oggetto della stabilità, capirà dunque quale sia il bandolo del proprio desiderio – quello che spesso conduce ad un impastarsi alla materia del mondo?

È proprio dinanzi a quella impossibilità di aderire completamente a ciò che si vive che Lea si trova a dover fronteggiare una trama più complessa. Chiarisce che in fondo non solo le scarpe non le interessano ma che forse il vero guadagno di libertà potrebbe essere in altro: per esempio i cappelli. Il problema non è nel prezzo ma nella loro stessa creazione. Lei non li può indossare per via di una chioma indisciplinata ma se potesse decidere, ecco, preferirebbe produrre quelli. La mediazione degli oggetti diventa così metafora raddoppiata di un’insoddisfazione propizia di sé e del mondo come rappresentazione. In questo specifico caso, le scarpe e il cappello significano il conflitto di una donna con la nudità, con la crudità di un corpo che disadorno racconterebbe troppo di sé. Ecco la cecità di Lea nei confronti delle gravidanze di due donne a lei molto vicine. Ecco questa solitudine malinconica che si porta fino all’orlo dell’infelicità.

Senza svelare troppo della storia, così misurata e vorticosa insieme, vale la pena di inabissarsi, fino alla fine, nelle parole che Ginevra Bompiani sceglie per La neve. Perché non sono per niente algide né faticose come il titolo forse prevedrebbe; bensì sanno di un mondo lieve e vulnerabile che si scontra con il teatro che imbastiamo dentro di noi. Devotamente appunto, come quando siamo affaccendate a pensare con le mani insieme allo schiudersi di un tempo utile. E posizionandoci in quel territorio dell’attesa – altro tema, tra i tanti, sviscerato magistralmente dalla scrittrice – che non è mai innocente e che scalda dividendo ciò che serve da ciò che è libero e pronto per essere accolto; sarà la consapevolezza che la perfezione, come l’evitamento, è terribile proprio perché non è capace di toccare la propria ferita. O forse – meno severamente – il dono inimmaginabile dell’esperienza di sé.

 

Ginevra Bompiani, La neve, et al. edizioni, pp. 94, euro 12.

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